• 454
    Shares

(Credit: Roberto Panucci)

testo di Nicholas David Altea
foto di Roberto Panucci

Non esiste un modo univoco per fare un festival. Esiste un metodo cucito sulle proprie necessità e sul proprio pubblico, che durante gli anni un evento si crea. Per fare un festival così, ci vuole un modus-operandi, la capacità di intercettare e provare. Quest’anno l’Ypsigrock di Castelbuono, (oltre alla musica e a tutto quello che ci gira attorno) ha prodotto insieme ai ragazzi di Dischirotti una fanzine fatta interamente dai bambini per raccontare il festival durante un laboratorio a loro dedicato. Circondarsi di un certo tipo di spettatori, e magari farli crescere fin da piccoli: questi sono gli obiettivi vitali. Il pubblico che viene al tuo festival è quello che ti crei e che hai allevato duramente negli anni. L’Ypsigrock lo fa da 23 estati, e possiamo dire con certezza che ha tirato su uno spettatore tipo di alto livello; mentalmente aperto, non il classico fan mono-band e, caratteristica fondamentale: curioso.

Ciò vuol dire partecipare attivamente ai concerti nel Chiostro di San Francesco, palco pomeridiano e primo ritrovo vero e proprio della giornata. Huntly e Boy Azooga inaugurano convincendo. Bravi i primi: australiani che sanno giocare col synth pop, inserendoci il giusto groove, la giusta dose di vitalità senza sembrare estremamente plasticosi. Molto bene i secondi: ragazzotti gallesi che sembrano i primi Foals (per via delle ritmiche un po’ sincopate), e un po’ i Parquet Courts (per via del post punk sbilenco che maneggiano). Quasi tutti i pezzi sono molto a fuoco, con uno sviscerato amore per i Pulp quando si rallenta. Giungla la conosciamo bene, e forse ora vorremmo vederla con una band di supporto, perché anche se Emanuela (Drei), la sua chitarra e la loop station riempiono a meraviglia il palco come un’anima sola, forse è arrivato il momento che l’impatto dal vivo sia più strutturato. 

(Credit: Roberto Panucci)

Main stage: il nostro beneamato Castello dei Ventimiglia ci accoglie illuminato dai visual. La prima a salire sul palco di piazza Castello è Dope Saint Jude e la sua crew: tre ragazze capitanate da Catherine St Jude Pretorious, originaria da Cape Town (Sud Africa), laureata in scienze politiche, fondatrice del primo gruppo drag-king del Sudafrica e attivista iper impegnata che si batte per uguaglianza sociale, razziale e sessuale. Riot Grrrl del rap o Grrrl Like, per citare un suo brano. Sta di fatto che bastano due minuti e la piazza è già ai suoi piedi. Lei è la voce di una comunità che urla e c’è pure una loro fanzine che racconta un po’ di cose. Il pubblico apprezza e il paragone con le impalpabili Let’s Eat Grandma – subito dopo di loro – è spietato. Le due britanniche sembrano la brutta copia in versione super teen art pop di Tegan And Sara, e noi non vediamo l’ora finiscano.

(Credit: Roberto Panucci)

Infine i National con Matt Berninger, già avvistato per il paese il giorno prima a godersi il day off pre concerto. E se per alcuni la percezione in Italia dei National è limitata, che lo si voglia o no, la band è un tassello fondamentale degli ultimi 20 anni di indie rock (cupo) americano. Partendo da Cincinnati, riposizionandosi a New York e arrivando – molto lentamente – al successo una decina di anni dopo con High Violet (2010). Da qui non si scappa.

Se poi vogliamo muovere qualche critica al live, possiamo tranquillamente far notare che dieci brani (su ventitre totali della scaletta) estratti dal nuovo I Am Easy To Find sono una forzatura, soprattutto per il marcato calo dinamico di alcune delle nuove canzoni. Bloodbuzz Ohio, Day I Die, Brainy e Green Gloves (dedicata all’amico David Berman recentemente scomparso) sono i fari più alti della prima parte del concerto. Matt Berninger non si risparmia dandosi totalmente al pubblico, a suo modo ovviamente. Fake Empire getta un velo malinconico, ma rimane uno dei loro capolavori, nonché refrain continuo della campagna Obama nel 2008. Mr. November è però l’apice emozionale e nevrotivo dell’esibizione, con i gemelli Dessner sempre perfetti e l’attenzione tutta sul frontman che si arrampica sulla scalinata della piazza: sul palco però c’è il signor Bryan Devendorf alla batteria che è un delirio di onnipotenza ritmico. Chiusura con About Today e poi sembrerebbe tutto finito ma Matt sussurra qualcosa nell’orecchio di alcuni membri del gruppo. Escono per la seconda volta e rientrano per un’inaspettata e non programmata Vanderlyle Crybaby Geeks cantata da tutta la piazza. 

Day 2

Ogni anno in un festival si aggiunge qualcosa di nuovo. Quest’anno il sabato è stato caratterizzato  da un concerto diurno, ma non a Castelbuono, direttamente al camping, terra di scorribande notturne, dj set e concerti a notte inoltrata. La luce post prandiale sul Cuzzocrea stage risplendeva tra gli alberi del campeggio: sul palco il violinista Rodrigo D’Erasmo (Afterhours e svariate altre collaborazioni italiane e internazionali) e il chitarrista Roberto Angelini, insieme per riproporre le canzoni di Way To Blue di un genio incompreso in vita come Nick Drake.

(Credit: Roberto Panucci)

Operazione riuscita: un concerto suonato e raccontato dove i due ci hanno portato per mano tra la delicatezza dell’artista inglese. A questo si inserisce l’aneddoto di Roberto Angelini che dedica un pezzo al suo step-father (“perché patrigno suona male”), Vittorio Camardese mancato 9 anni fa. Era dottore ma anche chitarrista, nonché il primo ad utilizzare il metodo del tapping sulla chitarra in modo contemporaneo, a metà anni ’60. Alla maestria dei due musicisti, a Nick Drake e a Vittorio Camardese si unisce anche l’occhio lucido che asciughiamo immediatamente. Miglior modo non poteva esserci per iniziare.

Tempo di muoversi e ci si ritrova di nuovo a Castelbuono al chiostro davanti all’Ypsi & Love Stage. C’è tantissimo pubblico, più del solito: merito de La Rappresentante di Lista. La band palermitana gioca in casa ma è comunque la realtà queer pop (rock) più interessante dello stivale. Non è un’esagerazione: musicalmente un suono internazionale, una presenza scenica come pochi altri e una voce – quella di Veronica Lucchesi – teatrale ma capace di colpire tonalità notevoli. In più, come si suol dire, hanno i pezzi. Cosa rara il più delle volte. Diventeranno ancora più grandi, ne siamo convinti. Certo non è facile per Mokado suonare dopo di loro ma il ragazzo francese non teme e fa il suo. Nella chiesa situata in una delle vie principali del paese c’è invece molta curiosità per Alberto Fortis al pianoforte. Curiosità soddisfatta e visione ancora più ampia del festival, ma mai banale.

La seconda serata ha, anche qui, il suo outsider: il rapper belga di origini congolesi Baloji e, come per Dope Saint Jude il giorno prima, si impadronisce del pubblico con l’afro beat sintetico, la rumba, il rap e la piazza si veste a festa. Non proprio della stessa intensità il live di Charlotte Adigéry aka WWWater ma il suo eclettismo diventa l’arma più importante.  

(Credit: Roberto Panucci)

Salgono poi i Giant Rooks che stanno realmente avendo un discreto successo nelle radio europee. Il motivo è chiaro dal live: sono oggettivamente un’ottima band per resa sul palco, i coretti al punto giusto, il cantante che percuote il timpano e i ritornelli che acchiappano. Peccato però che sembrino una versione 3.0 dei Kooks fuori tempo massimo, e già la band Luke Pritchard, con tutto il bene che gli si è potuto volere, bastano e avanzano in questo brit rock tardo NME. Il sabato solitamente c’è un artista elettronico in chiusura e in questo caso tocca a David August che per qualche motivo ci mette un po’ per entrare completamente in sintonia col pubblico, chiudendo con Amarsi un po’ di Battisti

Day 3

L’ultimo giorno di festival inizia a farsi sentire, la pre nostalgia del festival è dietro l’angolo ma la domenica dell’Ypsigock 2019 è, a mani basse, una delle serate migliori di sempre in termini di aspettative e resa; e se qualcuno lamentava anni fa (in maniera abbastanza insensansata) la mancanza di chitarre, speriamo abbia gradito. Folk e soft rock per gli americani Whitney, discendenti musicali dei Grizzly Bear ma senza aver saggiato l’elettronica. La band funziona benissimo con Julien Ehrlich (ex Smith Westerns ed ex Unknown Mortal Orchestra) voce e batteria davanti a tutti. A dir poco perfetti per quel palco. Gli Handlogic alla Chiesa del Crocefisso (Mr. Y Stage) non deludono mentre Ólöf Arnalds fa il tutto esaurito dentro il Castello dei Ventimiglia.

(Credit: Roberto Panucci)

Ultime quattro band sul main stage. Quattro band di matrice chitarristica con quattro intenzioni diametralmente opposte. I Pip Blom impersonano gli stilemi del noise pop lo fi: voce femminile 90s, batteria drittissima e ritornelli da far innamorare. I belgi Whispering Sons sono davvero una scoperta che pur gettandosi in un post punk oscurissimo sembrano rivitalizzarlo per una sera, anche grazie alla profondissima voce di Fenne Kuppens. Gli irlandesi Fontaines D.C. sono quelli che da cui ci saremmo aspettati leggermente di più: è mancato quel 10% per arrivare alla botta post punk marziale definitiva, ma pezzi come Television Screen, Boys In the Better Land o Too Real hanno tenuto alto il livello. E poi arriviamo a lui: Jason Pierce o J. Spaceman, mente degli Spiritualized che è l’unico a poter vantare lo stesso nome della band su due locandine diverse, pur vigendo la regola dell’Ypsi Once (si può suonare solo una volta con un progetto musicale).

Otto anni fa a pochi giorni dal festival gli Spiritualized annullarono la data – in sostituzione arrivarono i Pere Ubu – ma per tutti questi anni sono rimasti l’ossessione dl festival. Ossessione  finalmente esaudita e goduta totalmente. Hold On, Come Together e Shine a Light una dietro l’altra a perforare i nostri cuori ormai deboli e stanchi. I’m Your Man, estratta dall’ultimo album, è già un classico dal vivo. Un animo gospel/soul e un muro rumoroso di riverberi che quando si aprono ci inghiottono non lasciando scampo nelle due ore abbondanti di live. Jason sta seduto a lato del palco, su una sedia, ma va bene così. Se lui è felice, anche noi siamo felici. Ci interessa che lui stia bene, e fin che lui sta bene, per noi mortali sarà sempre un Oh! Happy Day. Che dio lo protegga: nel nome del padre, del figlio e degli Spiritualized.


  • 454
    Shares