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(Credit: Nicholas David Altea)

di Nicholas David Altea / foto di Roberto Panucci

Quando ci si sporge da uno dei balconcini del massiccio Castello dei Ventimiglia che si affaccia sulla piazza principale, si vede un’altra Castelbuono. Ai piedi del Castello di origine medievale, iniziato a costruire nel 1317 dal conte Francesco I Ventimiglia sul colle di San Pietro d’Ypsigro, il paese e le abitazioni sembrano cresciute come funghi ai piedi di un albero, per poi espandersi fin dove riescono, diradando i propri tetti verso le alture delle Madonie. Questa è l’immagine del paese poche ore prima dei preparativi con un palco quasi ultimato e i primi imperterriti villeggianti pronti a sfruttarne ogni centimetro quadrato di pietra. C’è frenesia e la si respira, i locali si preparano per la preview che, in fin dei conti, è una festa di benvenuto per iniziare a sintonizzarsi sulle frequenze castelbuonesi con qualche “bicicletta”. Nulla a che vedere coi pedali, il sudore e la fatica: solo granita al limone, prosecco e vodka per irrorare la bocca secca tra un dj set e l’altro, e le parole tra le persone che si ha piacere di rincontrare, anche se solo una volta l’anno. Con il paese siciliano si stringe un rapporto simile a quello che avveniva quando si andava in villeggiatura nello stesso posto tutte le estati: conosci i luoghi, familiarizzi con essi e inevitabilmente conosci chi li vive e li popola. Che sia il barista del bar di fiducia o il ristorante dove lì, per davvero, i funghi li si degustano al meglio della loro qualità. Castelbuono entra a far parte della routine annuale estiva per chi prende questo vizio difficile da abbandonare. Il festival ne è il fattore scatenante, quello che proietta il pubblico oltre lo stretto di Sicilia per tre giorni intensi di musica vivibile in totale tranquillità.

(Credit: Roberto Panucci) – The Horrors

Il taglio del nastro al Chiostro di San Francesco tocca a due band che sono una agli antipodi dell’altra: friccketonismo pop/reggae/dub dei canadesi Random Recipe contro la cupezza post punk dei nord irlandesi Girls Names. I primi non convincono, o perlomeno, paiono essere quell’ibrido festaiolo utile sì per rompere il ghiaccio ma nulla più; mentre per i secondi è probabilmente la prima volta di un live alla luce del sole tardo pomeridiana. I nord irlandesi iniziano solidi e marziali, soprattutto con i brani dei loro esordi dove la sostanza è più che buona. Sulla lunga distanza perdono un po’ di spinta quando deviano sugli ultimi lavori con maggior synth pop e qualche limite compositivo. Alla Chiesa del Crocifisso, invece, i Blue Hawaii fanno un concerto di fortuna, visto che la loro strumentazione è andata persa sul volo d’arrivo. Però riescono a coinvolgere un pubblico attento che ben conosce l‘ambient pop del duo canadese. E poi, come in ogni edizione, quello che non ti aspetti e ti colpisce: Her. Sul main stage è rappresentato da Victor Solf, rimasto orfano del compagno di band Simon Carpentier, scomparso poco più di un anno fa per un cancro. Ed è forse anche questo che traspare dalla performance: portare l’immortalità della musica oltre, trascendendo la vita e la morte. Soul e groove, con l’anima in mano e il cuore palpitante. Il pubblico queste sensazioni le percepisce e la risposta è intensa. Dei Confidence Man (duo australiano) può piacere tutto e niente. Possono essere quello che vuoi ascoltare e, allo stesso tempo, tutto quello che odi. Dance/funk, electro pop, big beat corredati da balletti, mossette, capezzoli illuminati; il tutto supportato da un batterista e un tastierista dal volto nascosto. Eppure sono funzionali alla serata e, senza inventare nulla, alzano il ritmo. La giovane Aurora è indubbiamente brava: sa tenere il palco, voce algida e sognante, ma pecca in fase di composizione, dove lo standard pop filo-Björk emerge troppo e non trova adeguate vie di fuga per caratterizzarsi maggiormente. La chiusura di serata è alquanto particolare: gli headliner del primo giorno sono gli Horrors, oramai ex-creepy ma non proprio empatici visto come aveva virato verso tutt’altri lidi emotivi la serata. Qualche problema di bilanciamento dei suoni, molto fumo e qualche brano storico che ci riporta a quasi dieci anni fa e ad un limite: la dinamicità delle canzoni, cosa rara per Faris Badwan e soci.

(Credit: Roberto Panucci) – Algiers

Tempo di guardarsi attorno ed è già il secondo giorno di Ypsigrock, quello che solitamente è la serata dedita ai suoni più elettronici. Al Chiostro ci si affida a due artiste caratterizzate da pulsazioni ed estrazioni differenti. Her Skin aka Sara Ammendolia è emozionatissima sul palco. Voce flebile, folk pop dai colori pastello e ampi margini di crescita davanti a sé. Ama Lou, invece, arriva da un tour con Jorja Smith e un endorsment di Drake. Non male per una ventenne inglese. Neo soul caldo come falò che con una band dietro e una parte suonata importante avrebbe sicuramente fatto la differenza. Peccato, perché gli spunti sono interessanti e la materia è più che buona. Per il main stage c’è una delle migliori band live che vi possa capitare di vedere: gli Algiers. Da Atlanta – via Londra – portano in giro uno spettacolo intenso e furioso, fatto di gospel, wave, blues, noise, electro/rock e afro-soul. Tutto dosato e rigurgitato. Alle pelli c’è una una vecchia conoscenza: Matt Tong, ex batterista dei Bloc Party. Concerto perfetto. Si cambia registro con i Radio Dept. – paladini svedesi del dream pop – che ci mettono qualche brano per raggiungere il massimo dei giri. All’inizio i due (Johan Duncanson e Martin Larsson), si guardano come se l’incertezza li stesse portando via, ma lentamente affiora tutta la loro bellezza (coadiuvati da altri due musicisti). Dal vivo danno il meglio di loro quando spingono verso un dream pop molto più sintetico. Unico appunto: con un batterista vero dal vivo sarebbe tutta un’altra cosa e la potenza del live crescerebbe a livelli siderali. È il turno di Youngr, all’anagrafe Dario Darnell e figlio di Kid Creole (ve lo ricordate coi Coconuts?), polistrumentista di Manchester che suona la batteria, il basso e anche le tastiere. Tutto insieme, o quasi, nella sua super postazione a centro palco. Però il risultato, se da un parte fa ballare tutta la piazza, dall’altra è estremamente plasticoso, ancor di più quando reinterpreta un classico dei Gorillaz, Feel Good Inc, in chiave synth funk/dance. A concludere ci sono i Vessels, che pur facendo trasparire (un po’ troppo) le loro radici post-rock, attualmente vivono il loro periodo tech house tutta suonata. Alti e bassi per la band di Leeds che tiene viva la serata. Le scelte a questo punto diventano due: continuare a popolare il paese o spostarsi in area camping per l’after party.

(Credit: Roberto Panucci) – Vessels

Da tre anni quello che succede all’area campeggio, situata più in alto del paese, ha una valenza ben più che artistisca, diciamo affettiva: perché c’è il Cuzzocrea Stage, palco dedicato all’amico e giornalista musicale Stefano Cuzzocrea (Rolling Stone, Max, Rumore e 2BePOP) scomparso prematuramente più di tre anni fa. L’effetto con i due baffoni in ricordo che capeggiano sulla scenografia si fa sentire, l’occhio lucido ancor di più per chi abbia avuto il piacere di conoscerlo poco o tanto, o solamente leggerlo. C’è Bog Log III sul palco: un pazzo bluesman/onemanband che arriva dallo spazio con la sua tuta argentata e il casco microfonato internamente. Delirio puro fino al mattino.

(Credit: Roberto Panucci) – Seun Kuti & Egypt 80

L’Ypsigrock ha qualcosa di magico, o di tremendamente normale, non è ben chiaro. Sta di fatto che i musicisti non hanno mai tutta questa voglia di andarsene via subito dopo i loro concerti. Infatti si rivedono i Radio Dept. anche il giorno dopo, per il paese, e ci si ritrova in coda con Matt Tong (Algiers) per il concerto/evento di Seun Kuti al pomeriggio. Coda lunghissima mai vista per un concerto pre-serale al Chiostro. Sicuramente un record di presenze per uno dei migliori live di tutto l’Ypsigrock 2018. Perché Seun Kuti, figlio del mito Fela Kuti, porta sul palco insieme agli Egypt 80 tutta la potenza rivoluzionaria dell’afrobeat trasmessagli dal padre. Non un concerto: un vero rituale a cui tutti prendiamo parte. Indistintamente. Noi, lui e gli altri dieci musicisti e coristi sul palco. Braccia e mani al cielo in un grido di protesta. Non è facile per l’inglese Gaika tenere alto il livello subito dopo, ma il ragazzo si difende bene con il suo mix di post dancehall. Non sarebbe un vero festival senza contrattempi: come quello che obbliga il bravo pianista Niklas Paschburg ad esibirsi più tardi causa classico volo in ritardo.

(Credit: Roberto Panucci) – Seun Kuti & Egypt 80

Sotto al main stage, nel frattempo, per la serata dei Jesus and Mary Chain, appaiono anche le suore, giusto per rimanere in tema. Altra piacevole sorpresa (abbastanza annunciata) sono gli Shame, quintetto inglese post punk che con un live violento riporta a sé l’attenzione. Giovanissimi e arrabbiatissimi (come è giusto che sia), tirano fuori un’esibizione potente e coinvolgente. La beata nuova gioventù UK dopo Vryll Society, Cabbage e Fat White Family fa ancora centro all’Ypsigrock. Gli americani, capitanati da Conrad Keely, che per semplicità chiameremo come ormai tutti fanno: Trail of Dead, sono poderosi nel suono che però, a tratti, pare impastato con una batteria che sta davanti al resto del muro sonoro in maniera troppo ingombrante. E poi ci sono loro a chiudere il festival siciliano: la band che ha aperto la via allo shoegaze prima ancora che esistesse. Possiamo definirli noise pop o shoegaze prima della shoegaze: i Jesus and Mary Chain, inseguiti da qualche anno e finalmente lì, sotto al Castello dei Ventimiglia. A memoria, rispetto alle ultime esibizioni italiane degli ultimi 4-5 anni, sicuramente la migliore per coesione sonora, impatto e dinamica. I fratelli Reid sembrano ispirati, più del solito, e le nuove canzoni estratte dall’ultimo album Damage and Joy (2017) funzionano dal vivo. I grandi classici pure (non tutti eccelsi, eh) ma se Some Candy Talking o Just Like Honey sono comunque colpi al cuore, non ci si aspetta la manata di riverberi che travolge in I Hate Rock ‘n’ Roll per chiudere.

(Credit: Roberto Panucci) – The Jesus and Mary Chain

Anche quest’anno l’Ypsigrock ha tenuto botta crescendo e aumentando la proposta di attività collaterali, perché la concorrenza di festival organizzati da grossissimi promoter internazionali è sempre più pesante (e pressante). La realtà di Castelbuono regge i colpi in un’annata sicuramente non facile per i festival autoprodotti – se così vogliamo chiamarli. Fare un festival non è una formalità, e l’Ypsigrock è una questione di qualità.


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