seun kuti

di Davide Agazzi

Incontro Seun Kuti nel backstage del suo concerto al festival Live Rock di Acquaviva: lo show è andato alla grande e lui è su di giri. Il tour promozionale per il suo ultimo album (A Long Way to the Beginning, uscito nel 2014) è tecnicamente finito ma questo non gli hai impedito di continuare a girare il mondo per quasi due anni consecutivamente con la “sua” band, quegli Egypt ’80 che furono di suo padre, il leggendario Fela. Kuti, il padre (ma il figlio ne seguirà le orme in più di un senso) è stato per l’Africa molto più di un semplice musicista. Le sue composizioni si sono sempre mosse su un doppio binario, ritmico e sociale, con i due aspetti indissolubilmente legati uno con l’altro. L’idea di base era quella di cercare di opporsi all’imperialismo europeo tramite la musica africana. Da questa ricerca, nasce l’afrobeat, genere che Fela ha letteralmente inventato – assieme al suo imprescindibile batterista Tony Allen –  dopo un viaggio in Ghana. Proprio da quel paese infatti nascono i suoni che, uniti col funk e col jazz, hanno dato vita alla creatura sonica di Kuti. Un caleidoscopio di suoni ed idee basato concettualmente sull’idea della poliritmia, con le canzoni – spesso molto lunghe – che realmente si costruiscono, groove su groove, di fronte all’ascoltatore. Il figlio, Seun, nel 1997 si trova suo malgrado protagonista del lascito culturale del padre, che proprio in quell’anno muore improvvisamente.

Che fare? Seun, nonostante delle ottime doti di calciatore ed un piano b come economista, non ci pensa su molto e decide di continuare il percorso interrotto dal padre. Passano dieci anni da questo momento al giorno della pubblicazione di Think Africa, il primo dodici pollici uscito a suo nome. La band, per quasi due/terzi, è la stessa che per anni ha accompagnato il padre, garantendo così continuità ed autenticità al progetto del figlio che – va detto – ci mette comunque del suo, cercando di dare una sfumatura personale ad un’idea musicale forte e riconosciuta a livello mondiale. È impossibile raccontare in due righe chi sia stato Fela Kuti e cosa abbia rappresentato per l’Africa, e non soltanto in ambito musicale. La cosa più utile è forse tentare di tracciare un’ideale percorso lastricato di groove che nasce con l’afrobeat e prende nuova vita un paio di decenni dopo tramite i celebri campionamenti che sono serviti da fondamenta a tanti successi del mondo hip hop (basti pensare a gente come Nas, Missy Elliott o, ultimo in ordine di tempo, Kendrick Lamar). La presenza di due rapper nell’ultimo album, e la produzione ad opera di Robert Glasper, vero e proprio punto di connessione vivente tra il rap e tutto ciò che è “musica altra” è forse la giusta ed inevitabile chiusura di un cerchio sonoro, aperto dal padre e chiuso dal figlio.

Ciao Seun, è andato bene il concerto, no?

Lo show è stato grandioso. Credo che mi piaccia molto venire in Italia perchè è così vicina all’Africa e quindi sento sempre un’energia speciale. Mi son davvero divertito.

Quante volte eri venuto?

Qui? Una marea. Credo che il mio primo tour con la band, dopo la morte di mio padre, sia stato proprio qui, nel 1998, in Italia. Avevo 15 anni.

Non sembri avere grossa simpatia per i giornalisti. [il riferimento è verso alcune frasi pronunciate da Seun durante il concerto, quando aveva definito la stampa una “pressa” per schiacciare, nda]

Non ho antipatia per i giornalisti, non mi piace la stampa. Capisci cosa intendo? (con le mani fa il gesto di una pressa mimando la parola “press”). Come uomo nero ho difficoltà a capire la stampa. Ti faccio un esempio. Nel mio paese, c’è un gruppo terroristico chiamato Boko Haram. Il loro leader si chiama Shekau. Anche se non conosci il suo nome, la stampa occidentale lo conosce. Il motivo del suo potere non è l’Islam o la sua intelligenza ma le sue armi. Chi conosce i nomi dei venditori di armi, quelli che creano il suo potere? Nessuno. Perchè? Conosciamo il nome di Bin Laden, ad esempio, ma non quello dei trafficanti di armi. I media descrivono l’uomo nero come pericoloso: dovrebbero elevarti col loro lavoro, se non lo fanno, ti schiacciano, come una pressa. Quindi non è vero che odio i giornalisti: alcuni dei miei migliori amici fanno questo lavoro, che è un mestiere nobile. È la stampa che non capisco.

Ecco, a questo proposito, proprio perché è difficile informarsi su alcun temi tramite la stampa occidentale, potresti raccontarmi che tipo di paese è oggi la Nigeria?

Il problema della Nigeria è che non è davvero un paese. Un problema diffuso anche in altri paesi africani. È difficile sopravvivere perchè non abbiamo realmente un’identità. Il paese non è stato creato dagli africani, ma da qualche signore inglese che, per volere della sua regina, ha assemblato assieme un numero di persone con la forza. Praticamente un’utopia. Sappiamo bene che l’utopia non esiste, né in economia, né in politica. Per cui, perchè siamo costretti noi a vivere nell’utopia? In Italia non vivono gli spagnoli. Gli spagnoli non sono tedeschi. I tedeschi non sono i francesi. Ma nel mio paese, esistono 226 minoranze che, in pratica, vivono come se fossero un paese unico. Con altrettante lingue o dialetti. Questo non è un paese. E questo è il problema principale di molti paesi africani. In questo modo, la nostra economia e la nostra politica sono facilmente manipolabili. Se un leader forte dovesse salire alla ribalta, difficilmente potrebbe rappresentare tutti. Quindi basta armare un gruppo politico avversario per creare guerre e tensioni. È molto facile mettere gli africani l’uno contro l’altro.

Perchè hai scelto di dedicare una canzone al Fondo Monetario Internazionale, o “International Mother Fuckers” come li hai ribattezzati sul palco?

Credo che se la siano guadagnata! (ride) Lavorano sodo in questo senso e quindi se la meritano. Fanno soffrire le persone, le affamano. Voglio dire, dai cazzo! Se c’è qualcuno che si merita una canzone è l’IMF.

Dato che accennavi all’energia particolare che vivi qui, per via della vicinanza con l’Africa, vorrei chiederti un commento sulla tragedia dei migranti, su tutte queste persone che vengono qui in Europa in cerca di un futuro migliore.

Beh, la verità è che questo non è il problema. Questa è una conseguenza. Le persone che lavorano per lo sviluppo dell’Africa vengono uccise o sabotate perchè non sono utili al capitalismo. Guarda cosa è successo a  Lumumba o Ben Bella. La lista è infinita. Guarda cosa è successo in Libia, dopo la morte di Gheddafi. Il numero dei rifugiati è cresciuto esponenzialmente dal dopo crisi. E in Egitto? Capisci la manipolazione? La serie di sabotaggi si perde nella notte dei tempi. Quindi, se tu crei un’Africa che non rappresenta gli africani, non puoi sorprenderti se questi vogliono andarsene. Perchè l’Africa non rappresenta gli africani. Gli africani non sono quelli che guadagnano maggiormente dalle proprie risorse naturali. Gli africani non hanno una reale protezione da parte del proprio governo e questo perchè i governi africani sono stati sostituiti da governi creati dall’IMF. Le persone vengono distratte: ci viene detto che il nostro unico scopo è sopravvivere. E questo è sempre successo. Pensa, nel passato, quanti anni sono trascorsi perchè alcune popolazioni si liberassero dei loro tiranni? Sembrava impossibile che quei despoti se ne andassero. E invece.

Quale credi che dovrebbe essere il ruolo dell’Europa nella gestione di questa tragedia? E vorrei chiederti anche un’altra cosa: le persone, qui, sono molto divise su come affrontare la questione. Qualcuno dice “aiutiamoli tutti”, altri dicono “respingiamoli”, altri ancora dicono “aiutiamoli, ma a casa loro”. Cosa ne pensi?

Prima di tutto “aiutarli nei loro paesi” è escluso. Basta. Siamo stanchi degli “aiuti europei” (ride sarcastico). Se l’Europa ne avrà bisogno, da un punto di vista economico, li accoglierà. Anche l’America ha gli immigrati, che arrivano dal sud, e che rappresentano la vera forza lavoro del paese. Guarda cosa sta accadendo in tutto il mondo. non è casuale. Pensa a paesi come la Siria o l’Iraq, paesi che avevano economie forti e che sono stati distrutti. Ora i loro cittadini hanno bisogno di aiuto, sono diventati rifugiati. E qual’è il posto più vicino per loro? L’Europa. Che ne ha bisogno, da un punto di vista economico. Parliamo di dottori, ingegneri, avvocati, che sono disposti a lavorare per due lire. Questa è la verità. Perchè 50 anni fa queste persone non sarebbero venute qua. 20 anni fa queste persone non sarebbero venute qua su un barcone. Vengono qua perchè i loro paesi vanno a fuoco. E le bombe di chi sono? Russe, americane, francesi, tedesche.

Ci sono anche le italiane.

Vero, ma le armi italiane non sono granché. A casa ho una Beretta ma spesso non funziona.

Davvero? Credevo che fossimo bravi in quello.

Dai italiani, dovete farle meglio queste armi! Si inceppa ogni volta!! (ride)

Hai mai avuto altre opzioni nella tua vita, che non contemplassero diventare un musicista?

Certo. Ero bravo a scuola e pensavo di diventare un economista. Poi ho pensato che diventare un economista avrebbe significato svegliarsi presto la mattina. È una cosa che odio fare. Ho sempre creduto che la cosa fica del mondo degli adulti stesse nel poter scegliere quando alzarsi la mattina. Io sognavo solo il momento in cui nessuno mi avrebbe detto a che ora alzarmi. Nel momento in cui realizzai che anche un economista deve svegliarsi presto tutte le mattine mi sono detto no, no! Fanculo, è la solita merda! (ride). Ero anche bravo nello sport.

Sì, ho letto che eri forte nel calcio.

È vero, però la carriera dello sportivo finisce a 35 anni. E dopo sei annoiato per il resto della tua vita. Ed io avrò 35 anni fra tre anni! E dopo? Ma con la musica, puoi alzarti quando vuoi, tranne quando hai un aereo da prendere. Ero esterno alto sinistro o seconda punta. Da ragazzino ho cominciato sulle fasce, ma facevo un sacco di gol quindi mi spostarono verso la porta. Ed in quella posizione feci ancora più gol, fu un gran bel momento per me alle superiori.

Segui ancora il calcio?

Ci gioco! Partecipo ad una lega dilettanti nel mio paese, e tifo per l’Arsenal. Quando ero ragazzino era la squadra che seguivamo a casa.

Che tipo di rapporto hai col tuo cognome? Ho intervistato altri artisti, che sono discendenti di musicisti molto famosi, ed a volte hanno rapporti complicati col nome del proprio padre.

Lascia che ti dica questo: ho un problema assai più importante con la sua band che non con il suo nome! (ride) Quello è facile. Il figlio di Fela, sono io. Sono stato il figlio di Fela da quando sono venuto al mondo. Se avessi un conflitto con questo, allora avrei un problema con me stesso. Ho capito questa cosa molto tempo fa.

Come ti sei sentito quando è morto tuo padre? Come musicista, intendo.

All’epoca avevo solo 14 anni. Non capivo la sua eredità, non avevo pensieri molto profondi in realtà. Avevo semplicemente perso mio padre, ed ero triste.

Hai avvertito un qualche tipo di pressione nel diventare il leader di questa band che era famosa in tutto il mondo?

Non ne sono mai stato il leader. Anche adesso, non ne sono il leader. Sono solo quello che fa le interviste. Diciamo che sono l’amministratore delegato della società (ride). Baba Ani è il vero leader, io ne sono diventato l’amministratore tre anni fa. Ma non sono mai stato nella posizione di “band leader”, sono il cantante solista. Per me è una famiglia, conosco tutti da quando sono un bambino. Non ho mai avuto pressioni. Non ci sono mai state storie di “ego” o di “potere”. Io suonavo con mio padre e mio padre è morto. Io volevo continuare a suonare, la sua band voleva continuare a suonare e quindi eccoci qua. Nessuna pressione. L’unica pressione che avverto è nel realizzare un nuovo disco che sia migliore dell’ultimo.

Qual è la prima cosa che ti viene in mente se pronuncio la parola Afrobeat?

Movimento. Ogni tipo di movimento. Movimento fisico, polito, sociale, individuale, culturale. Afrobeat è un movimento.

Quali sono oggi i risultati, o gli effetti, di questo movimento?

Moltissimi. Tutte le band Afrobeat sparse per il mondo, ad esempio.

Ci sono due rapper nel tuo ultimo disco, uno è M1 dei Dead Prez, che personalmente adoro. Perché hai scelto di includerlo nell’album?

Perchè è amico mio! (ride) Abbiamo fatto qualche show assieme e ci siamo divertiti.

L’altro rapper presente sul tuo disco è Blitz the Ambassador

È un giovane rappper ganese che vive a New York ed è fuori con tre dischi. Io compaio sul suo ultimo. È uno tosto, credo che una figura come la sua mancasse nell’ hip-hop, devi davvero provare ad ascoltarlo.

Hai preso il posto di tuo padre nel ’97 ma il tuo primo disco con la band è uscito solo nel 2008 (Many Things). Cosa hai fatto in tutto questo tempo e come mai ci hai messo così tanto per pubblicare il tuo primo lavoro?

Beh, per prima cosa vorrei dirti che avevo 14 anni, e che non avevo realmente le idee chiare su cosa volessi fare. È per questo che dico sempre che i veri eroi di questa storia sono i membri della band che adesso arrivati all’età di 40 o 50 anni hanno creduto in me, si sono messi in gioco ed hanno anche sperimentato un nuovo sound. Non avevo fretta, volevo che il mio disco uscisse solo nel momento in cui fossi fermamente convinto di quel che volevo fare nella vita, il musicista.