Nel numero estivo doppio 414/415 Luglio/Agosto Luca Frazzi cura una densa e appassionata guida di 32 pagine ai locali italiani storici non più esistenti (rock, ma non solo): Le Case Della Nostra Musica.
di Luca Frazzi
Lo scopo di questo speciale di “Rumore” non era quello di “mappare” i luoghi dove si fa musica. L’obiettivo, piuttosto, era quello di mappare la storia. Negli anni che stiamo vivendo, la dimensione del concerto dal vivo, da una parte, ha assunto un’importanza crescente (oggi molte band fanno cassa con i live, non con la vendita dei dischi), dall’altra ne ha persa (chi pubblica più album dal vivo, nell’era di YouTube?).

Non si parla ovviamente delle star del pop: Vasco Rossi, Ligabue e i Negramaro oggi “fanno i San Siro” a cadenza regolare senza alcuna sacralità, a differenza della straordinarietà di certi eventi del passato. Restando a San Siro, basti pensare a Bob Marley nel 1980 o a Bruce Springsteen nel 1985. Si parla, piuttosto, della nostra musica. Il che vuol dire tutto e niente, ma ci siamo capiti. Quella che ci fa salire in macchina per percorrere 200 chilometri un martedì sera di novembre, sapendo di finire in un locale poco segnalato, insieme (quando va bene) ad altri cento disperati, per assistere allo show della nuova sensazione nel campo del – inserite voi il genere: punk, garage, lo-fi, elettronica, hip hop, grunge, crossover, techno, wave e così via.
Ci interessano quei concerti. Degli altri lasciamo che se ne occupi Studio Aperto. L’idea di uno speciale sui live club italiani nasce “zoppa”, per ovvie ragioni: la nostra musica dal vivo si suona in contesti diversi da quelli di un locale canonico, spesso in location di fortuna, talvolta fuori dalle quattro mura che delimitano fisicamente un club.
Dove? Alle feste di partito, per esempio. Feste dell’Unità e dintorni, perché è di questo che parliamo (forse anche CasaPound organizza concerti, ma chi se ne frega: in questo caso lasciamo che di certa feccia se ne occupino Cruciani e i paladini della libertà come lui).
Alcuni dei concerti più belli della mia vita li ho visti proprio a una Festa dell’Unità: i Clash a Reggio Emilia nell’84, i Dream Syndicate a Correggio nell’86, Billy Bragg, gli X e i Thin White Rope a Reggio Emilia nell’87, i Celibate Rifles a Montecavolo nell’88, Elvis Costello a Correggio nel ’94, i Kyuss a Reggio Emilia nel ’95, i Man or Astro-man? a Bologna nel ’98, Iggy Pop a Correggio nel ’99. Vado avanti?
Oppure nei centri sociali. È lì che si è fatta la storia del punk (italiano soprattutto, ma non solo) di seconda generazione; è lì che è nata e cresciuta – e forse si è anche parzialmente arenata, ma qui si aprirebbe un dibattito – un’idea di musica antagonista. Lo dice la storia.
Però occorreva mettere dei paletti: due mondi come questi (feste di partito e centri sociali) meritano una trattazione a parte. Un semplice accenno sarebbe riduttivo e, oggettivamente, ingiusto. I primi due discrimini messi in campo per stilare la lista dei cinquanta club oggetto di questo speciale sono stati proprio quelli appena citati: niente Feste dell’Unità, niente spazi occupati.

Altro criterio: quello temporale. Occuparsi dei live club senza distinguere tra quelli ancora attivi e quelli che appartengono ormai alla storia sarebbe stato un errore alla radice. Abbiamo optato per i secondi, così da rispettare la cronologia e conoscere chi ha posto le basi affinché la scena live del 2026 fosse ancora, nonostante tutto e tutti, in buona salute. In Italia si è suonato e si suona tantissimo dal vivo, e questa è una bella cosa. Nella valle di lacrime in cui sguazziamo quotidianamente esistono oasi sociali e culturali che ci fanno affrontare la vita con uno spirito diverso.
Detto senza enfasi e, almeno nelle intenzioni, senza retorica: studi o lavori dal lunedì al venerdì, ma sai che sabato andrai in quel buco con la puzza di birra economica per farti prendere a schiaffi da quella band, con il volume altissimo e attorno gente che non assomiglia ai tuoi colleghi di lavoro.
Bello, no? Diciamo pure indispensabile. Questa prima ricognizione, quindi, riguarda – per una scelta precisa – i club che non ci sono più ma che sono stati fondamentali per la diffusione della nostra musica. Dal 1977 a oggi, ovvero dal punk in poi, perché partire prima avrebbe significato affrontare un argomento troppo esteso e dalle fonti incerte. Il concetto di rock club, per come lo intendiamo, è figlio del ’77. Non si discute.

Prima i complessi beat e i gruppi prog suonavano in balere, feste di piazza e palazzetti dello sport, non in spazi concepiti espressamente per il rock. Dal punk in poi quel tipo di spazio esiste. Anche prima, forse, ma si tratta di eccezioni. Col punk quella realtà prende forma e si diffonde. La nostra selezione si ferma a cinquanta club, pur sapendo che ne sono esistiti molti altri che sarebbero potuti e dovuti entrare nella lista. È il difetto insito nella natura di questi elenchi.
I cinquanta club scelti sono in ordine alfabetico, non di importanza. Rappresentano una selezione parziale, fallibile e ovviamente discutibile di ciò che l’Italia ha offerto negli ultimi cinquant’anni sul fronte della musica dal vivo. Non gli unici, ma esemplificativi di generi e tendenze che hanno caratterizzato i live nel nostro Paese per tanti anni, sino quasi ai nostri giorni. Non troverete club ancora attivi – nonostante alcuni di essi affondino le proprie radici nel passato remoto – perché, come si diceva, di questi si parlerà in futuro, dando il giusto risalto a realtà che talvolta hanno del miracoloso e che, comunque, sono sempre esempi concreti di resistenza all’omologazione.
Ecco perché non troverete tra queste cinquanta schede spazi come il Covo di Bologna o la Skaletta di La Spezia. Perché, fortunatamente, la loro attività è tutt’altro che conclusa. Altri club hanno posto le basi affinché nel 2026 si possa ancora parlare di una scena dal vivo in salute. Eccone 50.
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