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Di Diego Ballani

Mancava poco ai Mary Chain per sperimentare l’“effetto Pixies”, vale a dire quel particolare fenomeno che dopo dieci anni di estenuanti tour e nessun nuovo album in vista, ti porta a dissipare tutto il credito accumulato con una reunion di successo. Quando nel 2007, al festival di Coachella, era stata sotterrata l’ascia di guerra fra i fratelli Reid (madrina di cerimonie una Scarlett Johansson in versione stellina dreampop) sembrava che un nuovo album degli scozzesi fosse imminente. C’era voluto poco ad accorgersi che la realtà sarebbe stata ben diversa e che i fan avrebbero dovuto accontentarsi di un nuovo brano (All Things Must Pass, incisa per la colonna sonora del telefilm Heroes) nonché delle inevitabili apparizioni live, intensificatesi in occasione del trentesimo anniversario del capolavoro Psychocandy. Nel frattempo intorno a loro il mondo cambiava, in un modo che non faceva che accrescere il peso specifico dei Mary Chain sulla bilancia del pop. A testimoniarlo c’è il numero di band epigone spuntate con frequenza allarmante nel corso degli ultimi anni e il ritorno di fiamma di un genere (lo shoegaze) che non fa mistero di riconoscerli come padri putativi. Cosi, dal 2015, le voci che il fantomatico settimo album avrebbe visto la luce, hanno iniziato a farsi più concrete. Della partita anche Youth dei Killing Joke, nella doppia veste di produttore ed arbitro, l’ex Lush Phil King ed un trio di voci femminili composto da Sky Ferreira, Isobel Campbell e dalla sorella minore dei Reid, Linda. Alla fine Damage & Joy è uscito davvero e, sorpresa, rappresenta un complemento tutt’altro che velleitario al catalogo della band. Forse addirittura il primo capitolo di una nuova tranche di carriera, come ci ha tenuto a precisare Jim Reid, raggiunto telefonicamente in occasione della pubblicazione del nuovo lavoro e del loro prossimo passaggio in Italia per due date: il 6 luglio a Gardone Riviera (BS) per il Festival del Vittoriale e il 7 luglio a Pistoia Blues.

Onestamente mi sembra che Amputation sia il pezzo più debole dell’album. Perché l’avete scelto come primo singolo?
“Dici? Non credo di essere d’accordo, l’abbiamo fatta sentire a molte persone e molti ci hanno detto di considerarlo un pezzo piuttosto solido”.

Quello che intendevo dire è che si tratta del vostro album più vario a livello di sonorità e atmosfere. Ci sono alcuni brani (mi viene in mente Mood Rider) in cui avete scelto soluzioni differenti rispetto al passato. Pensavate davvero che Amputation fosse il brano che meglio riassumesse il mood dell’album?
“È vero, soprattutto Mood Rider ha un sound più duro, ‘americano’. Non è il tipo di canzone che la gente si aspetterebbe da noi. Ma non credo che ci sia una canzone che rappresenti al meglio l’intero album. Ci sono brani molto calmi e rilassati ed altri piuttosto tirati. Un pezzo come War on Peace, ad esempio, è davvero lenta e carica di atmosfera. Potrebbe sembrare che non ci sentissimo proprio sul tetto del mondo quando l’abbiamo registrata ma non è così. Altre sono molto più serene ed allegre”.

Mi piace molto la nuova versione di Facing Up With the Facts. Se non ricordo male la prima volta la incidesti con i Freeheat.
“È una canzone molto importante per me ma non ero molto contento del testo originale. Cambiando alcuni versi mi è sembrato che suonasse meglio. Ed è per questo che l’abbiamo riregistrata”.

I testi dell’album mi sembrano più efficaci rispetto al passato. Cinici e taglienti, ma a tratti romantici e pacificati. C’è qualche brano in particolare che secondo te meglio rappresenta questa evoluzione?
“Ti ringrazio, ma non riesco ad isolare un testo. Ti direi di ascoltare l’intero album. È giusto che ognuno lo ascolti e si faccia le proprie idee. Non me la prenderei se qualcuno dovesse mal interpretare quello che volevo dire. Dopotutto è sempre qualcosa che ha a che fare con me. È così che piace fare anche a me quando ascolto le canzoni degli altri. Non mi frega niente di quello che l’artista voleva dire. Ho la mia interpretazione delle canzoni di Lou Reed o degli Stooges. Non ho bisogno di una spiegazione e credo che sia così che la gente dovrebbe fare con questo album”.

Tutta questa varietà di temi mi ha ricordato un po’ Munki (non certo il momento più felice per i Mary Chain) anche se qui, nonostante i brani siano stati scritti in un lungo arco di tempo mi sembra tutto più omogeneo e focalizzato.
“In realtà quello che fa l’album molto coeso è il fatto che siano state registrate tutte nel solito momento. È quello che ha dato unità al tutto. Per il resto penso che ci siano un po’ tutti gli elementi che erano presenti anche nei precedenti album. Ogni persona che lo ha ascoltato era pronta a paragonarlo a questo o a quello. Per quanto riguarda Munki, credo che artisticamente funzionasse alla grande, ma ha avuto il problema di essere uscito in un brutto momento per i Mary Chain. In quel momento l’intera scena musicale sembrava impazzita per il Britpop, un genere a cui noi non siamo mai appartenuti. Quando Munki è uscito, nessuno sembrava interessarsi a quello che avevamo da dire. Questo è il motivo per cui non è andato molto bene”.

Col senno di poi cosa pensi del Britpop?
“Ovviamente l’ho odiato nel momento in cui si è verificato. Artisticamente era abbastanza frustrante vederlo oscurare tutto quello che chiunque altro stava cercando di fare. In particolare quello che noi stavamo facendo. Per il resto, come in qualsiasi altro movimento musicale, qualcosa era buono e qualcosa no”.

Recentemente hai detto che Damage & Joy è forse l’album più professionale che avete registrato.
“Non è del tutto esatto. La differenza sta nel modo in cui lo abbiamo registrato. C’erano più tecnici e più tecnologa coinvolta rispetto al passato, perché fondamentalmente le cose sono diventate più moderne rispetto all’ultimo album dei Mary Chain. È il primo album in cui abbiamo utilizzato un produttore. Questa è stata la differenza principale. Per il resto è sempre uguale. È tutto molto istintivo, non perdiamo molto tempo nei dettagli, non proviamo mai fino alla morte. Cerchiamo di mantenere tutto molto semplice e diretto, anche perché non siamo dei tecnici, tutto quello che facciamo ha a che fare con in sentimenti”.

Il ruolo di Youth come produttore è stato importante per la buona riuscita del lavoro?
“Credo che ci abbia permesso di chiarire le idee che avevamo in mente ed ha reso più semplice registrare il tutto. Il problema era quello di realizzare qualcosa che suonasse senza ombra di dubbio Jesus And Mary Chain. Penso che probabilmente ci saremmo riusciti anche da soli ma sicuramente ci avremmo messo più tempo e sarebbe stato più difficile. Youth è un grande produttore e ha lavorato con i migliori: mi piace il lavoro che ha fatto con i Primal Scream e gli Spiritualized. Ma ha lavorato anche con Paul McCartney e Pink Floyd”.

Mi piacerebbe sapere com’è stato il tempo che avete trascorso in studio e in particolare come sono stati i rapporti con William?
“Non riesco mai a divertirmi in studio, perché ci sono davvero molte cose che possono andare storte. È molto difficile per me rilassarmi. Credo di essermi calmato solo verso la fine quando ho sentito le prime cose e mi sono reso conto che stavamo facendo un buon lavoro. Con William invece i rapporti sono stati migliori di quanto non fossero in passato. È il motivo per cui abbiamo preso un produttore. Non solo per produrre il disco, ma per porre subito fine a tutte le stronzate che sarebbero potute accadere se noi due avessimo iniziato a litigare. Per fortuna non c’è neanche stato bisogno di tutto questo. Per cui direi che al momento le cose fra noi due stanno andando bene”.

E se ti chiedessi di spiegare in poche parole cosa vi ha trattenuto tutto questo tempo dal realizzare un nuovo album?
“Dire che è stato per lo più a causa mia. Quando ci riformammo nel 2007, sarebbe stato un buon momento per entrare in studio. Ma io ero troppo nervoso per farlo. Le registrazioni di Munki erano state così problematiche che avevo troppa paura che la cosa si ripetesse. William era molto più favorevole. Ma alla fine fui io a dire di no. Poi il tempo passava e la gente continuava a chiedersi dove era finito l’album di cui tutti continuavano a parlare. Nel frattempo sono cambiate un po’ di cose nella mia vita: i miei figli sono cresciuti, io e mia moglie ci siamo separati e a questo punto per me non era più un problema sparire per qualche mese per andare a registrare. Così ho incontrato William e gli detto che ero pronto”.

Quanto ha contato in tutto questo il fatto che da una decina d’anni a questa parte, le band che si ispirano a voi piuttosto palesemente si sono moltiplicate?
“Non saprei. In effetti ce ne sono diverse ed alcune mi piacciono (anche se è meglio che non ti dica quali) ma in generale credo che sia triste il fatto che ci siano band che suonano esattamente come noi, piuttosto che cercare una propria identità. Sarebbe molto meglio se ascoltassero i Mary Chain e se ne uscissero con delle loro idee.

Quando i Mary Chain sono nati, il vostro era un atteggiamento piuttosto conflittuale nei confronti dell’establishment del rock. Non trovi ironico che oggi si guardi a voi (ma anche a Stone Roses e Ride) come gli unici in grado di riportare l’attenzione sul rock britannico?
“Onestamente non so come ci vedano le nuove band, ma non mi dispiacerebbe che arrivasse qualche nuovo artista ad oscurarci. Dopotutto il rock’n’roll è anche questo. Chissà magari in questo momento siamo diventati l’establishment, ma non credo. Ti confesso che non ascolto molte cose di oggi. Ogni volta che mi capita di ascoltare la radio devo dire che quello che sento non mi piace molto. Mi sembra che tutto sia troppo gentile. Dovrebbe essere tutto più psichedelico. La gente dovrebbe prendere più acidi. In generale le nuove band dovrebbero avere più spina dorsale.”

Posso chiederti com’è cambiato nel corso degli anni il tuo rapporto con il palco?
“Mi diverto molto più adesso di quanto succedesse un tempo. So che potrebbe non sembrare così e che quando sono sul palco sembro un po’ nervoso. Il fatto è che lo sono davvero. È una cosa che cerco di combattere ogni volta. Non parlo con il pubblico perché non so mai cosa dire. Sono una persona timida e non sono mai a mio agio sotto i riflettori. Ma mi diverto e sono molto più rilassato ora di quanto lo sia mai stato.”

Cos’è rimasto della band che provocava rivolte e in generale di tutti i casini che sono sempre stati associati ai Mary Chain?
“È tutta merda attraverso cui siamo passati, non rinnego nulla di tutto quello che è successo perché volenti o nolenti sono tutte cose che ci hanno reso quello che siamo. So che ora siamo molto più vecchi ma non faccio fatica a riconoscere quei ragazzi. Non siamo cambiati molto, sicuramente lo siamo al di fuori, ma personalmente mi sento esattamente la solita persona di allora.”

Ho sempre apprezzato il fatto che tu sia stato sempre molto franco rispetto al ruolo che le droghe hanno avuto nella tua vita. Lo consideri un capitolo chiuso?
“Quello delle droghe sì, ma con l’alcol non del tutto. Fondamentalmente sono un alcolista. Combatto sempre con questo problema. Magari passo periodi anche lunghi in cui non tocco alcol. Il più lungo è stato cinque anni. Purtroppo di recente ci sono ricaduto. Ora mi sono rimesso in regola. L’ultima volta che ho toccato un bicchiere è stato il 4 ottobre dello scorso anno.”

Immagino che confrontarsi con questo tipo di problema quando sei in tour non sia facile.
“È molto difficile. La parte peggiore è quando scendo dal palco, la gente incomincia ad arrivare nel backstage e io sono costretto a chiederle di andarsene. Per il resto non è così terribile. Ma quando ho finito di suonare avrei veramente bisogno di un drink, così di solito sono costretto a tornarmene in hotel per evitare di cadere in tentazione.”

Pensi che ci sarebbe stato un album come Psychocandy senza droghe?
“Penso di sì. Stranamente quel disco fu realizzato quando eravamo ancora abbastanza sobri. Non ci distruggevamo troppo quando lo stavamo registrando, neppure quando scrivemmo le canzoni. Il periodo peggiore è venuto dopo. Ma per quanto riguarda Psychocandy rimarresti sorpreso.”

C’è chi dice che mescolando rumore e dolci armonie da girl group abbiate trovato la perfetta formula pop. Quanto c’è di calcolato e quanto di fortuito in questa intuizione?
“Queste cose devono per forza essere calcolate, perché quando realizzi un disco devi avere un’idea di quello che stai cercando di fare. Per Psychocandy, più che per tutti gli altri album successivi, questa idea l’avevamo ben chiara. Perché io e William avevamo passato i cinque anni precedenti a parlare ed immaginare come sarebbe stato quell’album. Questo prima ancora che andassimo anche solo vicino alla possibilità di esibirci ed entrare in uno studio di registrazione. Passavamo notti intere a parlare di quella che sarebbe potuta essere la band perfetta, quella che avremmo voluto ascoltare. E poi, siccome nessuno realizzava quel tipo di musica, abbiamo iniziato a chiederci ‘Perché non la facciamo noi?’. E quello è stato l’inizio dei Mary Chain.”

Ci possiamo attendere nuova musica da parte dei Jesus And Mary Chain dopo questo album?
“Dal momento in cui realizzare questo album è stato più semplice del previsto, non ci sono stati grossi litigi e siamo riusciti ad andare aventi per la nostra strada senza problemi, direi di sì. La gente sembra molto contenta di questo nuovo lavoro. Dunque non ci sono motivi per cui non dovremmo fare nuovi album.”


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