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di Nicholas David Altea

Poche sottoculture e movimenti sono stati così dirompenti e distruttivi quanto il punk inglese. Spesso, però, si tende a sottovalutare che i rigurgiti dello stesso punk abbiamo preso direzioni diverse mantenendo la stessa attitudine, se così possiamo definirla. Punk che non suonavano punk, ma erano altrettanto devastanti, irruenti e senza tecnica; fuori dalla massa ma dentro la massa allo stesso tempo. Un po’ contraddittori quanto eversivi. Arrivare a più persone possibili e non rimanere una nicchia. I Jesus and Mary Chain sono esattamente questo nel momento in cui il “politicamente corretto” regna sovrano nella prima metà degli anni 80.

Alan McGee: «Il Punk. Loro erano veramente punk. Voglio dire, al soundcheck, la prima canzone che hanno fatto è stata Vegetable Man, capito? La loro seconda è stata Somebody to Love che non hanno mai inciso e che, a tutt’oggi, è uno dei più grandi pezzi dei Mary Chain non registrati. E avrebbero dovuto metterlo sulla cassetta. E hanno fatto Ambition dei Subway Sect, insieme ad Upside Down e Never Understand – e quello era solo il soundcheck!» (Come ho resuscitato il brit rock – Storia di Alan McGee e della Creation Records di Paolo Hewitt, ed. Arcana)

Fanno subito colpo col brano Upside Down (1984) uscito per la Creation Records di Alan McGee: scarno, rumoroso ma allo stesso tempo pop. Un qualcosa che prendeva dai Velvet Underground, che del punk erano stati parte del germe iniziale, e lo atrofizzava e anestetizzava con dosi massicce di feedback e psichedelia. Rumore e pop messi assieme, noise-pop più semplicemente, progenitore inconscio di quello che My Bloody Valentine, Ride, Slowdive avrebbero fatto sfociare nei riverberi shoegaze e in quella mania di fissare le scarpe, e i pedali. Ma i Jesus and Mary Chain, in fin dei conti volevano i soldi. Tanti soldi, o almeno, abbastanza per campare di musica.

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(
via)

Paolo Hewitt: «Ma farli firmare con la Warner non ha un po’ compromesso tutta l’etica della musica indie?»
Alan McGee: «Sì. Ma loro se ne stavano andando. Volevano poter vivere con la musica e io non ero in grado di assicurarglielo. Per cui, sì, è stato un po’ un compromesso […] Ma io ho sempre visto il punk come un successo. Non pensavo che il punk fosse fallimentare. Vedevo il punk come un modo di vivere al massimo la tua vita». (Come ho resuscitato il brit rock – Storia di Alan McGee e della Creation Records di Paolo Hewitt, ed. Arcana)

Psychocandy (1986), uscito per la Blanco Y Negro (etichetta sussidiaria della Wea) sarebbe potuto rimanere il solo e unico disco della band e sarebbe già bastato per lasciare il segno. I loro live erano caratterizzati da due particolarità: la durata, 15-20 minuti quando andava bene; e l’indifferenza-violenza, quella che si scatenava e scatenavano come solo i Sex Pistols avevano fatto un po’ di anni prima, con la peculiarità di esibiri spalle al pubblico. C’era chi si auspicava che si sarebbero dovuti sciogliere, come il giornalista Jack Barron nella recensione di Psychocandy, sul giornale Sounds:

(from Barbed Wire Kisses: The Jesus and Mary Chain Story di Zoë Howe)
(from Barbed Wire Kisses: The Jesus and Mary Chain Story
di Zoë Howe)

Ma essere l’antitesi di loro stessi era parte del dna dei Mary Chain e dei fratelli Jim e William Reid. Antitesi che si sviluppa abbandonando il feedback, mettendo al centro la canzone e suoni di chitarra melodici. Rinnegando quasi il passato. Tutto perfettamente a fuoco per Darklands, al contrario della copertina. 

«Tutto quello che facciamo sembra una canzone pop anche se è diversa da ogni altra canzone pop» (Jim Reid)

Si sentivano una band commerciale, pronta a competere in classifica con nomi come Culture Club e Duran Duran. Non con le band indipendenti. Questo volersi staccare dalla nicchia, e non volerci rimanere, era una presa di posizione forte che partiva dalla band e non da sovrastrutture manageriali che gestivano il gruppo. Ed era forse più sincera e coerente di alcune élite musicali che difendevano a spada tratta qualcosa che poi, pochi anni dopo, sarebbe stato messo in dubbio con Nevermind (1991) dei Nirvana, uscito per la major Geffen. E ogni volta che si disquisisce di indie vs mainstream bisogna comunque ripartire da là, dal punk, dai Sex Pistols e da Malcom McLaren. Abbiamo intervistato Jim Reid (quello in secondo piano, nella foto qua sotto), fratello di William (in primo piano) e voce della band scozzese. Abbiamo provato a farci raccontare i momenti salienti della loro carriera, passando anche per Lost in Translation di Sofia Coppola, che ridona – anche se non ce n’era bisogno – visibilità ad un brano e ad una band che ha pubblicato dischi alcune volte poco capiti in quel determinato periodo, e altre volte meno a fuoco. Li vedremo in un’unica data italiana al TOdays festival di Torino.

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All’inizio della vostra carriera non eravate mai stati in una band e non sapevate suonare i vostri strumenti. Quanto vi è stato utile il vostro approccio naif o meglio, punk?

Jim Reid: “Suppongo che sia stato essenziale per suonare nel tipo di gruppo che noi eravamo diventati, che non fossimo veramente capaci a suonare i nostri strumenti. Sentivamo che il talento musicale non fosse tanto importante, quello che contava veramente era l’entusiasmo ed il giusto atteggiamento. Abbiamo deciso che era quello l’importante. Tutt’oggi non sappiamo suonare tanto bene tecnicamente, abbiamo trascurato quel lato e siamo finiti per avere delle idee che un musicista che avesse fatto anni di lezioni di chitarra non si sarebbe sognato”.

In un’intervista dicesti «Joy Division were shit, Joy Division were rubbish».

J.R.: “Non ero di quel parere, amo i Joy Division e li amavo allora, l’ho detto e spiegato tante volte.  Stavamo per fare un’intervista in Belgio e ci si diceva: ‘Mi raccomando, non dite nulla di male riguardo ai Joy Division perché il conduttore è pazzo di loro’ e quindi non potevamo perdere quell’occasione e abbiamo pensato di stuzzicare un po’ il tizio. Avevo già visto i Joy Division, avevo comprato i loro dischi come chiunque altro, è stato semplicemente uno scherzo per fare un po’ di televisione interessante, ma no, non odio i Joy Division e non l’ho mai fatto”.

I vostri primi concerti finivano spesso in rissa. Come quello al North London Polytechnic. Che ricordo hai?

J.R.: “Non mi ricordo di molte cose perché ero abbastanza ubriaco, ma mi ricordo che è stato un po’ spaventoso, c’è stata davvero la rissa, stavano battendo sulle porte dei nostri spogliatoi, sembravano voler farci a pezzi.  Immagino che avremmo dovuto avere più paura di quanto non abbiamo avuta, ma eravamo tutti così fatti o di droga o di alcool che non ci siamo accorti del pericolo che correvamo.  La situazione era completamente fuori controllo, in verità roba da pazzi, ignoro quale sia stata la causa, sembrava che la violenza serpeggiasse nell’aria quando suonavamo”.

Siete soddisfatti allo stesso modo da tutti i vostri album?

“Sì, il processo per fare un disco è sempre uguale, fai fatica a mettere giù le idee nel nastro e non si riesce mai a fare un disco perfetto. Chiunque pensi di poterlo fare si illude. Passi tanto tempo nello studio ma è sorprendente quanto è simile fare il disco che stiamo facendo ora rispetto a  com’era tutti quegli anni fa”

Puoi farmi la classifica dei dischi dei Jesus and Mary Chain, dal migliore al peggiore?

“Non ci penso in quel modo. Altri possono dire che un album è meglio rispetto ad un altro ma noi non guardiamo il nostro lavoro in quel modo. Ne sono fiero tutt’oggi, non c’è album uscito sotto il nome “Jesus and Mary Chain” che non difenderei oggi. Alcuni forse hanno scelto di non comprare Munki ma io non so perché, è bello come gli altri nostri album ed io li amo tutti, per ragioni diverse. Non avremmo fatto uscire quei dischi se avessimo pensato che fossero cattivi”.

Quanto è stato importante il film Lost in Translation (2003)?

“È stato bello, non dal punto di vista economico, ma comunque ci ha permesso di raggiungere un pubblico più ampio. Poi è stato un bel film, delle altre canzoni sono state usate in film pessimi ma questo non lo è. E poi la nostra canzone è stata usata in una scena importante, nel momento più emozionante del film”.

A chi venne l’idea di chiamare sul palco con voi Scarlet Johansson per la vostra reunion al Coachella?

“È stato William. Avevamo sentito che lei stava facendo un disco in quel momento e Warner Brothers stava facendo uscire nello stesso tempo una raccolta di alcuni vecchi pezzi nostri. Ci faceva ridere l’idea, non ci sognavamo che avrebbe detto di sì. Ma successe che lei fosse nostra fan, quindi lo ha fatto volentieri”.

Qual è stato il momento peggiore nella carriera dei Jesus and Mary Chain?

“Questa è una domanda facile. È stata la rottura nel 1997 [forse 1998?], quando ci siamo rotti anche in modo molto pubblico. Mio fratello ed io ci eravamo picchiati nel furgone mentre andavamo da Sunny Eagle a Los Angeles, e lui aveva deciso di chiudere con il gruppo, ma che l’avrebbe fatto dopo il concerto di LA. Io mi sono ubriacato in modo spaventoso, ho passato la notte a bere e farmi di droga, quando suonavamo sapevo appena come mi chiamavo, era talmente fottuto, ed ero lì sul palco, ho visto William e ho iniziato ad urlare, mi sono proprio dimenticato di essere sul palco e che stavamo facendo un concerto. E poi mi sono guardato intorno e c’era tutta questa gente che ci guardava fissi, é stata un’umiliazione pubblica, un momento tremendo. Abbiamo dovuto rimborsare il pubblico perché io non ero in grado di suonare o cantare quella sera, ed è stata un’esperienza davvero deprimente. William se ne andò dal gruppo, il resto di noi ha finito il tour. E questo succedeva all’inizio del tour, avevamo degli obblighi da rispettare, e abbiamo chiuso il tour sapendo che sarebbe stata la fine del gruppo, un insieme di cose tristissime e deprimenti”.

Com’è la vita di due fratelli con un carattere molto forte nello stesso gruppo? Avete trovato un’armonia?

“Quando funziona, funziona. Si sa che litighiamo spesso, ma non è sempre stato così; agli inizi ci sembrava di essere quasi gemelli, ma poi abbiamo intrapreso strade diverse, e le cose sono diventate pesanti verso la fine della prima fase del gruppo.  Adesso dopo la rifondazione del 2007 è meglio, litighiamo ancora ma abbiamo capito meglio quando evitare di stuzzicarci e quando l’altro ha bisogno del suo spazio. Credo che sia piuttosto positivo in questo momento, ora andiamo d’accordo per la maggior parte delle cose”.

Che sensazione avete avuto risuonando tutta la setlist di Psychocandy?

“Eravamo tutti tesi, perché da anni ce lo chiedevano, ma poi é successo che era il nostro 30° anniversario e ci siamo detti, “non diventiamo più giovani, o ora o mai più”, ma abbiamo dovuto affittare una sala prove perché erano passati molti anni e poi quello di cui la gente non si accorge è che molti di quei pezzi non li avevamo mai suonati dal vivo, quindi ci siamo dati da fare ma è filato liscio. La prima volta che l’abbiamo suonato è stato a Parigi, eravamo tutti tesi, ma poi abbiamo preso il ritmo e alla fine è stato abbastanza divertente”.

Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate per un secondo album così?

“È stato abbastanza terrificante, perché dopo Psychocandy pensavamo di scioglierci, non sapevamo cosa fare, avevamo davvero le idee confuse. Tra i due album sono passati due anni, tutti volevano Psychocandy II ma non sapevamo in quale senso volevamo procedere come gruppo e alla fine ce ne siamo stati seduti finché l’album non è venuto da sé.  Ed è stato il contrario di Psychocandy perché in quello avevamo dato più importanza al rumore e poi venivano le canzoni, invece in Darklands davamo più importanza alle canzoni”.

Ora vivi a Devon. Ma sei originario di East Killbride, vicino Glasgow. La Scozia ha votato unita per rimanere in Europa. Cosa ne pensi del voto ?

“Trovo tutto molto deprimente, voglio dire, io ho votato “Remain”. Io non vorrei la Scozia indipendente, amo il Regno Unito, ma capisco perché il popolo scozzese potrebbe voler un secondo referendum per uscire dal Regno Unito. Odio il fatto che siamo usciti dall’Unione Europea, la trovo davvero deprimente come cosa, non riesco a credere che sia successo veramente”.

Alan Vega è mancato qualche mese fa. Quanto è stato importante e influente per te e per i J&MC?

“Incredibilmente importante, soprattutto il primo album [Suicide, 1977], grandissimo, non so chi non é stato influenzato da quell’album, è semplicemente uno dei più importanti dischi di sempre. Tanti gruppi ne sono rimasti influenzati, anche per i Chain è stato molto importante.  Amo i Suicide, come la maggior parte della gente che conosco. La sua morte ci ha lasciati molto tristi”.

Come è stato tornare a lavorare con Alan McGee?
“È un mio amico da anni, quindi non è stato così strano tornarci insieme. Ci si sta bene, parliamo la stessa lingua, mentre spesso è difficile con i manager perché non si riesce a comunicare quello che importa a te, poiché tendono a guardare soltanto il lato commerciale ed economico. Con Alan è come parlarci da amici”.

Vi scrive ancora lettere in verde o adesso vi manda email scritte in verde?

“La prima volta che mi ha scritto ha usato l’inchiostro verde, ed io nello stesso momento avevo letto qualcosa nel giornale dicendo che questo era un comportamento da psicopatico”.

Del disco nuovo se ne parla da tempo. A che punto siete e con chi state lavorando?

“Abbiamo quasi finito un nuovo album, e probabilmente faremo uscire un singlolo per la fine di quest’anno o per l’inizio dell’anno prossimo”.

Chi ve lo ha prodotto?

“L’album l’abbiamo prodotto con Martin “Youth” dei Killing Joke”.

Qual è l’idea dietro l’album?

“Beh, l’unica idea che sta dietro a tutti i nostri album è quella di una raccolta di canzoni che sono tutte molto belle, non c’è molto da aggiungere. Un album si compone di una dozzina o più di canzoni, le migliori che hai, e speri che alla gente piacciano. È questa l’unica mia idea al riguardo”.

A quale dei precedenti album dei Jesus and Mary Chain si avvicina di più?

“Il fatto di avere un produttore aggiunge un fattore che potrebbe cambiare lo stile in qualche modo, ma per me suonerà come un disco dei Mary Chain, starà agli altri dire quello che ne pensano”.