Intervista ai Bodega: “A volte è necessario un reset mentale per ricordarci di assaporare la bellezza che ci circonda”

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Bodega
(Credit: Ponneh Ghana)

I Bodega raccontano il nuovo album Our Brand Could Be Yr Life

di Cesare Lorenzi

Rivisitazioni di vecchie canzoni che trovano una nuova vita, vecchi slogan messi in discussione a uso e consumo di una modernità che mette sotto assedio i principi di quella che una volta si definiva la scena “indipendente”. I newyorkesi Bodega, con il loro quarto album Our Brand Could Be Yr Life, tornano ad agitare le acque della scena musicale alternativa.

Ben Hozie (voce e chitarra) e Nikki Belfiglio (voce e percussioni), i componenti principali della band, pungolano con arguzia e ferocia il ventre, a volte sospettosamente sfavillante, della cultura musicale odierna. Lo fanno prendendo in prestito un famigerato estratto di testo da una canzone dei Minutemen (anche utilizzato da Michael Azerrad per un celebre saggio sul rock indie americano), trasformandolo in un sarcastico titolo per il nuovo disco: non più band, ma brand. Un cambiamento di paradigma che mette sotto il riflettore il conformismo e le scelte di una scena indie sempre più alle prese con una crisi di identità.

L’eterna lotta tra l’etica DIY e le lusinghe del mainstream, che da sempre caratterizza la scena underground, viene qui esplorata con rinnovata verve e originalità. Non si tratta di un semplice ritorno alle origini, ma di un vero e proprio “remake” dell’esordio autoprodotto del 2015, all’epoca uscito sotto il nome di Bodega Bay. Le quindici tracce di Our Brand Could Be Yr Life, rivisitate e riarrangiate, offrono una lettura critica, quasi fosse un concept album, della mentalità corporativa che permea l’attuale scena indipendente. Dalla title track, feroce satira del consumismo occidentale, ai singoli Tarkovski e City Is Taken, l’album si snoda attraverso un’irriverente esplorazione di temi come l’alienazione, la mercificazione dell’arte e il potere delle immagini. I Bodega si confermano una band dallo stile inconfondibile, capaci di combinare l’immediatezza dell’indie rock con la complessità della critica sociale. Il loro è un viaggio musicale senza compromessi, dove l’arte incontra la dissacrazione e la visione del presente si tinge di ironia.

Da queste parti abbiamo ancora negli occhi il vostro concerto di Bologna, nell’ultimo tour del 2022. Quella serata è stata fantastica. Bello ritrovarvi qui!

“Quel concerto ce lo ricordiamo bene, è stato una delle serate migliori di tutto il tour, ne parliamo ancora spesso tra di noi”.

Il titolo del vostro album Our Brand Could Be Yr Life cattura perfettamente il cambiamento di attitudine nella scena musicale avvenuto tra l’inizio degli anni ’90 e il 2015, anno della sua prima pubblicazione. Tuttavia, è interessante notare come il panorama musicale sia nuovamente mutato considerevolmente dal 2015 ad oggi. Sembra quasi che il messaggio del titolo sia ancora più attuale oggi rispetto a quando l’album è stato pubblicato originariamente. Concordate con questa analisi? Se sì, in che modo pensate che il significato del titolo si sia evoluto nel tempo?

“Sì, è indubbio che quel titolo racchiuda un messaggio di grande attualità, ancor più oggi che nel 2015. All’epoca, la mia satira era rivolta principalmente verso un certo tipo di band di Brooklyn che, pur professando un’attitudine punk rock, in realtà adottavano una mentalità prettamente aziendale. Oggi, invece, assistiamo a un fenomeno ben più ampio, dove la logica del “personal branding” permea quasi ogni aspetto della nostra esistenza, compresa la sfera artistica. Ciò è dovuto in gran parte all’esplosione dei social media, che hanno trasformato la condivisione di contenuti con una cerchia ristretta di amici e familiari in una sorta di performance continua, volta a proiettare un’immagine idealizzata di sé stessi verso un pubblico globale. In questo scenario, la musica stessa rischia di diventare un mero strumento per la costruzione di un brand personale, perdendo di vista la sua valenza artistica e la sua funzione espressiva. L’odierna società digitale, con il suo potente apparato di condizionamento orchestrato dalle grandi aziende tecnologiche, ha amplificato a dismisura questa tendenza. Sembra quasi che la trappola del “personal branding” abbia ormai catturato tutti, ad eccezione di quei pochi irriducibili guerrieri del DIY che ancora lottano per preservare l’autenticità e l’indipendenza nell’espressione artistica”.

Bodega Yourbrand Album

Come e quanto è cambiata la scena indie da quando avete pubblicato la prima volta l’album? Quali sono le differenze più rilevanti che sono capitate alla scena negli ultimi 10 anni?

“L’ubiquità dello smartphone ha impresso tracce indelebili sull’Homo sapiens contemporaneo, alterando irrevocabilmente il suo legame con la realtà, la comunità e l’identità individuale. Quando gli storici guarderanno a questo periodo, forse sarà l’unico aspetto che andranno ad evidenziare. Questo, naturalmente, ha influenzato e distorto la musica rock, ma ciò ha reso la musica dal vivo più importante che mai. L’intelligenza artificiale non potrà mai sostituire il brivido collettivo che si verifica quando centinaia di persone si abbandonano all’estasi collettiva in simbiosi con un gruppo di musicisti che, in un connubio organico, rispondono all’energia che permea la stanza”.

Da dove è nata l’esigenza di riprendere il materiale di quel primo disco? E quanto è rimasto delle canzoni originali?

“Quella raccolta originaria di brani riveste un’importanza cruciale per me personalmente, poiché è stato lì che ho per la prima volta scoperto la mia voce da cantautore. Riesumare quei brani equivale a rincontrare vecchi compagni di viaggio e, simultaneamente, a riconnettersi con il nucleo stesso dell’identità artistica dei BODEGA. Quei brani costituiscono una pietra miliare nella storia della band; quindi, era imperativo che fossero reintegrati nel nostro repertorio live. Nutrivo un impellente desiderio di eseguirli dal vivo e, conseguentemente, era fondamentale registrarle per farle conoscere a coloro che non avevano mai avuto l’opportunità di scoprire o ascoltare la formazione originale (nda: Bodega Bay). Naturalmente, anche il materiale tematico conserva la sua attualità. In aggiunta, il fascino dei toni più melodici del power-pop e dell’indie rock degli anni ’90, presenti nel repertorio dei Bodega Bay, ha esercitato un’attrazione sempre più forte sia su Nikki che su di me. Intorno al 2022, eravamo profondamente stanchi delle convenzioni del post-punk tradizionale. Ci sono due brani completamente nuovi nel disco (Dedicated to the Dedicated e City is Taken). Abbiamo pesantemente rielaborato molti riff e testi delle canzoni, ma 13 su 15 brani del disco conservano l’essenza delle canzoni originali dei Bodega Bay”.

Quali sono state le sfide più grandi nell’arrangiare e registrare nuovamente le canzoni del vostro primo album?

“L’album originale dei Bodega Bay contava ben 33 canzoni. Al momento della sua pubblicazione nel 2015, abbiamo “osato” debuttare con un doppio LP, tuttavia, per questa nuova versione desideravamo un approccio più concentrato. La selezione dei brani da riproporre si è rivelata quindi piuttosto ardua. In studio ci siamo presentati con una lista iniziale di 22 brani (i restanti 7 verranno resi disponibili in futuro su un’altra piattaforma). È già stato fatto un anticipo di tre di questi brani, pubblicati come bonus track su Bandcamp, accompagnando i tre singoli estratti dal nuovo LP”.

In generale, una volta che registrate e pubblicate un album, considerate quel capitolo chiuso o vi capita di ripensare a come le cose si sarebbero potute fare diversamente, magari con una produzione differente?

“Ogni album rappresenta un riflesso del nostro essere come band e come individui in quel preciso istante storico della sua registrazione. È per questo motivo che il nostro nuovo lavoro si presenta più come una dichiarazione riguardo a chi eravamo come persone nel 2023, l’epoca in cui abbiamo lavorato nuovamente su queste tracce. La mia persona attuale è profondamente diversa da quella del 2015. Nutro un forte impulso a reinterpretare costantemente i nostri dischi – non tanto per cercare un’ideale platonico di perfezione, bensì perché trovo stimolante l’idea di sperimentare. Riascoltare la stessa canzone da diverse prospettive è un processo intrigante. Qualsiasi nuova visione mi venga in mente riguardo alle nostre vecchie tracce, intendo incanalarla in modo costruttivo verso i nostri futuri progetti”.

Il vostro disco d’esordio è stato registrato con il microfono interno del Mac e GarageBand. La facilità con cui oggi si può registrare e pubblicare la propria musica online non sempre è un vantaggio per le giovani band. Si rischia di creare un effetto di saturazione e di saltare dei passaggi di crescita che in passato facevano parte della gavetta, con ricadute negative sulla qualità artistica. Cosa ne pensate?

“La tecnologia per la registrazione domestica ha compiuto passi da gigante. Attualmente è incredibilmente semplice realizzare registrazioni che suonano “professionali” da casa propria e, grazie alla tecnologia, è altrettanto agevole rendere musicalmente coerenti e a tempo band di livello medio. Di fronte a questa era di audio iper-pulito, osservo molte giovani band che scelgono deliberatamente di adottare un approccio sonoro volutamente “grezzo”. Personalmente, ritengo che questa sia una scelta positiva. In molti aspetti, penso che il disco originale dei Bodega Bay sia altrettanto valido, se non superiore, al nostro nuovo lavoro, nonostante tecnicamente possa suonare poco raffinato. Vi è uno spirito autentico in quell’album che non può essere artificiosamente replicato. È innegabile che oggi ci siano più artisti che mai, il che può essere considerato un aspetto positivo. Personalmente credo che tutti dovrebbero, almeno una volta nella vita, far parte di una band. Creare una scena con un gruppo di persone dalle prospettive differenti è un’esperienza elettrizzante e senza pari”.

Avete affermato che Our Brand Could Be Yr Life è da considerarsi come un tassello di una trilogia che va a chiudere il lavoro iniziato con Endless Scroll e Broken Equipment. In che senso dobbiamo intenderlo?

“Seppur l’ordine di pubblicazione degli album possa suggerire una diversa sequenza temporale, la logica interna della trilogia segue un’evoluzione dove Our Brand… è in realtà il prequel di Endless Scroll, mentre Broken Equipment ne rappresenta il sequel. In Our Brand… vengono introdotti il consumatore culturale e la sua disillusione nei confronti della mentalità aziendale che permea la cultura giovanile del Millennio; in Endless Scroll, il consumatore culturale si avventura online e si confronta con le ampie implicazioni politiche e personali di Internet; infine, Broken Equipment rappresenta un tentativo di individuare le origini della coscienza del consumatore culturale, esplorando le sfere storiche, filosofiche, personali e geografiche”.

Nel nuovo disco, in una canzone come Cultural Consumer III, cantate “Culture / Consume, Consume, Consume”. Sembra che vogliate suggerire che anche la “cultura” sia ridotta a un atto di consumo passivo e insaziabile. È effettivamente così?

“La percezione della cultura è intrinsecamente soggettiva. Indubbiamente, essa può essere trasformativa, plasmare o sostenere la vita umana. Tuttavia, tale potenziale non è sempre sfruttato pienamente. A volte è necessario un reset mentale per ricordarci di assaporare la bellezza che ci circonda costantemente. Ciò che spero di ottenere con questo disco è che le persone riesaminino e mettano in discussione il loro rapporto con l’arte che consumano. Le società tecnologiche che attualmente esercitano un controllo predominante sulla coscienza di massa sembrano propendere per una visione della cultura ridotta a mero “contenuto”, una prospettiva che desidero sfidare e sovvertire”.

Con l’ascesa dei social media e la richiesta costante di creare contenuti che grava sugli artisti, l’idea della “band come marchio” sembra sempre più presente. Pensi che ci sia spazio, al giorno d’oggi, per gli artisti di tirare un po’ il freno a questa tendenza?

“Sì, è importante ricordare che stiamo attraversando un momento storico ben preciso. Tra qualche anno, ci sarà qualcos’altro. Non vedo l’ora”.

Il vostro singolo, Tarkovski, ritrae un personaggio che lotta per esprimere i propri veri bisogni. È alla ricerca di un consenso superficiale piuttosto che una connessione genuina. La canzone è un invito ad essere onesti con se stessi e ad affrontare ciò che si nasconde sotto la superficie?

“In un certo senso, sì. È un brano che esplora la tensione tra teoria e pratica. Quando ho scritto la canzone, mi sono ispirato al libro di Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo, nel quale il regista eloquentemente esprime il suo desiderio di creare arte da un luogo estremamente personale. Tuttavia, ho riscontrato nei suoi stessi film dei tradimenti dei suoi principi cinematografici. La teoria non riesce mai a cogliere ciò che si desidera veramente. Gran parte della poetica dei Bodega è una ricerca di autenticità intellettuale ed emotiva”.

Parlando di slogan tratti da canzone dei Minutemen, mi è sempre piaciuto Jamming Econo. Incarnava l’idea di affrontare la vita da band senza la necessità di budget stratosferici. Tutto ciò di cui avevano bisogno era credere in se stessi e trovare qualcuno che credesse in loro. Pensi che questa attitudine abbia ancora senso al giorno d’oggi?

“Indubbiamente. Durante i nostri tour in America, seguiamo le orme dei Minutemen e dei Black Flag. Saliamo su un furgone, stipiamo tutta la strumentazione e affrontiamo 8 o 9 ore di viaggio per raggiungere la città successiva e suonare di fronte a piccoli pubblici curiosi. Al di fuori delle superstar del pop o degli artisti storici, nell’industria musicale di oggi i guadagni sono piuttosto modesti. Anche gli artisti indie di maggior successo devono ancora “jam econo” e affrontare tour itineranti a basso costo. I Minutemen, ovviamente, nacquero come reazione al rock classico gonfiato e pomposo. Al giorno d’oggi, questo netto contrasto non esiste più. Immagino che tutte le nuove band rock (con poche eccezioni) siano costrette a “jam econo” per necessità”.

Mi era piaciuta molto l’idea che stava dietro all’idea di Statuette On The Console, la canzone registrata in nove lingue differenti presente nel vostro album Broken Equipment. Avete anticipato ciò che sarà possibile realizzare con un semplice click grazie all’intelligenza artificiale nel prossimo futuro. Qual è la vostra opinione in proposito?

“Si tratta certamente di un concetto intrigante, ma forse non è un’idea ottimale. Tutti gli appassionati di cinema sanno che, quando si guarda un film in lingua straniera, i sottotitoli sono essenziali per mantenere l’integrità della performance e della presenza originale dell’attore (senza dimenticare l’importanza del doppiaggio nel cinema italiano classico, notoriamente orgoglioso delle sue tecniche e del suo talento). Lo stesso principio si applica alla musica. Se ascolto un gruppo francese, preferisco sentirli cantare nella loro lingua madre e leggere una traduzione del testo, a meno che non sia il cantante stesso a decidere di eseguire una traduzione”.

Come mai avete deciso di cambiare casa discografica e quali sono state le esigenze che vi hanno portato a firmare con Chrysalis?

“Miriamo a espandere il nostro pubblico e avere la possibilità di realizzare dischi con budget più consistenti”.

State cercando di trovare il delicato equilibrio tra successo e integrità artistica?

“Assolutamente. Ho sempre creduto nel concetto intrinseco del “pop” stesso. Non c’è ragione per cui i film o le canzoni più popolari debbano essere necessariamente superficiali. Sono fermamente convinto che le persone, ovunque si trovino, desiderino che la loro arte sia di alta qualità, sia a livello emotivo che intellettuale e spirituale”.

La canzone che chiude il disco, City is Taken, dipinge un quadro cinico di New York City come un luogo che ha perso il suo spirito artistico originale a causa della gentrificazione e dell’industria culturale. Un sistema che sfrutta gli artisti e glorifica il passato. Che rapporto avete con la città?

“Concordo sul fatto che i testi di Nikki possano sembrare cinici, ma spero che la gente capisca che non è cinismo descrivere e contestare gli aspetti negativi della realtà sociale. Il vero cinismo è un ottimismo cieco, fingere di non vedere ciò che è spesso evidente”.

La città, con i suoi musicisti e artisti che vengono qui per lavorare, è fonte continua di ispirazione per me, ma spesso mi sento frustrato e oppresso dalle tendenze ipercapitaliste di New York.

“La storia di NYC è quella di un centro finanziario e portuale capitalista, e questo è inseparabile dalle comunità artistiche che vi sono fiorite. In Broken Equipment, ho scritto un brano che fa la parodia di una lezione di storia, intitolato NYC (disambiguation), che descrive in dettaglio questa relazione attraverso gli ultimi quattro secoli, a partire dalle origini di NYC come porto di schiavi e commercio di pelli di castoro”.

Che progetti avete per il prossimo futuro, oltre ad andare in tour? Avete intenzione di registrare un nuovo disco quest’anno?

“Stiamo lavorando a un disco di breve durata chiamato Nodega, ispirato agli albori dell’hardcore e del thrash. Non dovrete aspettare molto per ascoltarlo”.

Redazione Rumore
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