Oneohtrix Point Never ci ha fatto ascoltare il suono della catastrofe digitale

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(Credits: Riccardo Trudi Diotallevi per Inner_Spaces)

Daniele Lopatin, meglio conosciuto come Oneohtrix Point Never, è approdato all’Auditorium San Fedele di Milano per un live con picchi di rara intensità

di Daniele Ferriero

Lo scarto tra il reale e l’infestazione digitale diminuisce ogni giorno che passa. Faglie si aprono nelle rovine della cultura, brecce lacerano ciò che rimane di noi. Quello che internet, i social e le varie piattaforme trasudano si è fatto strada verso il nostro cuore, anno dopo anno, una catastrofe sociale dopo l’altra: persone allucinate dai chatbot, il consenso politico come caricatura di un simulacro spettacolare, ipotesi d’apocalisse che stiamo riuscendo a concretizzare coadiuvati dalle intelligenze artificiate. 

Eppure, come ogni esercizio composito dello spirito e dell’immaginazione, in quegli spazi tanto amati, così radicalmente odiati, covano anche i semi di qualcosa d’indecifrabile, un sentimentalismo di ritorno che parla a noi come un fantasma nascosto in una macchina. La nostra specie è riuscita in effetti a creare nuove emozioni in vitro, battiti del cuore che ha scelto di provare solo sull’onda della propria industriosa capacità creativa. Un esistenzialismo computerizzato colmo di meraviglie e terrore. Di tutto questo, Daniel Lopatin è cantore.

Dai suoi esordi molteplici con il progetto Oneohtrix Point Never – noise e post-noise, panorami ambient sovraccarichi di (dis)umanità, sintetizzatori e formalismi elettronici, droni e plunderphonics, vaporwave e hypnagogic pop, minimalismo e collage, kitsch, pop e pubblicità: categorie ed oggetti sonori che valgono come pensieri intrusivi in un multiverso digitale –, Lopatin è approdato anche alla corte del cosiddetto mainstream grazie all’apprezzatissimo lavoro dedicato alle colonne sonore di film (a partire da Bling Ring di Sofia Coppola e Partisan di Ariel Kleiman, per arrivare ai successi di Good Time, Uncut Gems e Marty Supreme dei fratelli Safdie, o del solo Josh Safdie), ai contributi elargiti a Caroline Polachek, Rosalìa, FKA Twigs, Anohni, David Byrne, nonché all’improbabile ma clamorosa collaborazione con The Weeknd. Un lavoro, questo, che ha portato OPN a curare la parte musicale di The Weeknd durante il Super Bowl del 2021, oltre a intervenire come autore e producer in tre album di quest’ultimo: After Hours, Dawn FM e Hurry Up Tomorrow.

(Credits: Riccardo Trudi Diotallevi per Inner_Spaces)

In effetti, invece di sembrare un tradimento delle origini, l’eretico che rinnega la propria fede, è proprio questa caleidoscopica mole di esperienze, musiche e situazioni a decretare la grandezza e lo spirito mai domo di Lopatin. Ormai arrivato a undici album ufficiali – senza contare il resto dei suoi progetti, ovviamente –, è quindi con questo carico di simbolismi pregressi e importanza assoluta che il musicista si affaccia allo spazio dell’Auditorium San Fede per questo appuntamento di Inner_Spaces (realtà che, per inciso, andrebbero celebrate in lungo e largo, e con fervore fanatico, per il ruolo che hanno avuto negli ultimi 15 anni della “scena elettronica” italiana). Dopo il passaggio in Triennale, sempre a Milano, nel luglio 2024, l’artista torna nuovamente ad esibirsi accompagnato dal cruciale collaboratore Freeka Tet (al live video e miscellanea sperimentale) con un set dedicato all’ultimo Tranquilizer, in uno spettacolo organizzato da Inner_Spaces, Kadmonia e Slam Jam.

A qualche minuto dall’inizio la sala è colma fino all’orlo, il chiacchiericcio eccitato aumenta la temperatura di qualche grado. L’attesa è una febbre a cui nessuno scampa. Sulle note di una rivisitazione di Everybody’s Gotta Learn Sometimes, tra luci ipnotiche e fumo, i due artisti cominciano a tessere la loro intricata tela: subito lo spazio si spalanca liquido nel rintocco ipnotico dei suoni e nei video. In un attimo, il pubblico viene rapito. Forme astratte vengono dipinte nell’aria tanto dalle vibrazioni dell’Acusmonium – l’incredibile impianto audio del San Fedele – quanto dalle immagini imbastite da Freeka Tet. Il connubio è perfetto, l’overload di dati, informazioni ed esperienze che struttura il nostro presente s’incarna alla perfezione nello show dei due. L’accumulo audiovisuale che ne risulta è titanico, ritmi e suoni scivolano via con mutazioni al tempo stesso improvvise e graduali, in un concerto massimalista, ma caoticamente controllato persino nei momenti più mutevoli e lisergici. Le tracce di Tranquilizer si susseguono, senza tralasciare qualche escursione sonora tra Returnal e R Plus Seven. Lopatin pare qualcosa più che a proprio agio, a tratti entusiasta dell’apparato audio della sala, “Sembra quasi di incidere un disco in studio,” si congratula. Il pubblico risponde in estasi ipnotica, incapace di distogliere gli occhi dallo spettacolo nello spettacolo imbastito da Freeka Tet, con la sua messa in abisso continua del nostro immaginario, le immagini che scivolano l’una dentro l’altra, l’incertezza labirintica dei suoi video che fanno esplodere decenni di ricerca elettronica, d’archetipi digitali. È un’estetica che unisce videoregistratori analogici e glitch digitali, alta definizione e schermi distrutti dall’usura. FT utilizza persino una specie di piccola stanza posizionata sul suo banco da lavoro come un set cinematografico in miniatura (come già fatto durante il concerto in Triennale); i conigli di Lynch sfuggiti dalla stanza. L’ennesima spirale di significati in cui perdersi.

Per circa un’ora e mezza, tempo e memoria si sciolgono in una trance che non ha senso interrompere, che non può finire mai, e difatti perdura: in ogni scorribanda sui social, nelle sessioni di doom scrolling quotidiane, ogni volta che guardiamo uno schermo o uno schermo guarda in noi. È la metafisica del nostro istante presente, una mutazione ultima che tarda ad arrivare e che Lopatin spiega senza alcun bisogno di parole.

Redazione Rumore
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