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Riportando tutto a casa degli American Football

Il ritorno dal vivo, in Italia, degli American Football con un nuovo album decisamente ispirato come Bad Moon ha riaperto i cuori di fan e pubblico, più o meno giovane

Il ritorno dal vivo, in Italia, degli American Football con un nuovo album decisamente ispirato come Bad Moon ha riaperto i cuori di fan e pubblico, più o meno giovane

di Luca Doldi

Un concerto degli American Football non è mai uguale a un altro. Tre concerti completamente diversi l’uno dall’altro visti dal sottoscritto, ma tutti e tre molto significativi di un momento storico della band ben preciso. Il primo è stato al Magnolia nel 2017, il tour del ritorno dopo diciassette anni di silenzio, con l’LP2. Un live caratterizzato da un senso di stupore palpabile, sia dal punto di vista del pubblico, che quasi non credeva di poter vedere la band dopo così tanti anni, che della band stessa, la quale si ritrovava una platea di fan appassionati, che in quei 17 anni non li aveva mai dimenticati, anzi, erano più legati che mai alle loro canzoni. 

(Credits: Starfooker)

Il secondo, per l’anniversario del loro esordio, all’Alcatraz nel 2024. Un live molto apprezzato per evidenti motivi ma dalla doppia faccia: gli American Football infatti non sembravano molto coinvolti nel suonare quei pezzi per loro così lontani nel tempo, tant’è che il concerto, dal punto di vista sonoro e di impatto, ebbe una svolta netta quando, finito di suonare il primo album si dedicarono ai pezzi più recenti (l’anniversario coincideva con l’uscita del loro terzo disco, infatti).

Infine, l’ultimo appuntamento, sempre all’Alcatraz, dove invece i pezzi dell’esordio, al contrario della tornata precedente, sono stati proprio il punto di svolta del live, il momento in cui la band si è sbloccata e ha stabilito una connessione di livello superiore con il pubblico, dopo una manciata di pezzi tratti dai loro ultimi due lavori. È come se avessero capito e accettato l’importanza di quelle canzoni per i loro fan. Qualsiasi band o artista vorrebbe che i suoi pezzi recenti fossero apprezzati più dei precedenti, ma quando un album diviene così significativo, soprattutto in un modo così inaspettato e naturale durante quasi vent’anni di inattività della band, probabilmente non si può fare altro che accettarlo e unirsi a questo rito collettivo, cosa che forse, celebrando l’anniversario non erano ancora riusciti a fare del tutto.

Prima della reunion degli American Football il midwest-emo era un po’ sinonimo di band che implodono dopo uno o al massimo due dischi; ne era un po’ l’essenza, una fiammata intensa per poi rimanere cristallizzati così, per sempre giovani e tormentati, con i fan condannati a essere orfani di un qualcosa di talmente bello che è impossibile che duri.
Fu così appunto per gli American Football, per i Mineral, per i Texas Is The Reason, per i Cap’n Jazz e i Sunny Day Real Estate (che si sciolsero e riunirono subito dopo il primo album ma fra cambi di formazione e problemi vari arrivarono al quarto disco nel 2000).

Forse è proprio questa condizione da “orfani” che, nella convinzione che quelle sonorità non sarebbero mai più tornate, ha mantenuto i fan così attaccati a quei dischi, trasformandoli quasi in cappelle votive, un sorta di reliquia di santi della musica indipendente, soprattutto per chi, come me, a quei dischi magari è arrivato dopo lo scioglimento delle band e quindi non le ha mai “vissute” in prima persona. Questo destino ha toccato in modo particolare l’esordio della band dell’Illinois.

La notizia della reunion nel 2014 è un po’ come se avesse cambiato per sempre le sorti dell’emo (della seconda ondata, per la precisione), non più solo nostalgia, non più qualcosa rimasto cristallizzato nel tempo, ma qualcosa di tangibile, di vero, che esiste nel presente, e ne ha cambiato forse anche il significato stesso per come lo abbiamo sempre concepito. 

In fondo, cosa c’è di più emo che invecchiare insieme a una delle band che apprezzi e a tutti i suoi fan, come una gigantesca famiglia disfunzionale. Gli American Football sono tornati per portarci a un nuovo livello di intendere il genere. Perché le emozioni oggi non sono più una cosa da vivere ed esternare solo da giovani, o da piccoli, non sono più qualcosa da soffocare, anche gli adulti possono piangere, anche in mezzo alla gente, non c’è più nulla di cui vergognarsi. Non mi vergognavo infatti di “piangere” (fra virgolette perché era più un nodo alla gola che un pianto vero e proprio) in mezzo a quella gente, che non conoscevo per la maggior parte, ma ero consapevole del fatto che con loro ho condiviso le stesse esperienze, gli stessi luoghi, la stessa musica, gli stessi tormenti, quelli che nessuno vedeva o diceva, ma che potevano trovare sollievo in queste canzoni. In fondo a quei tempi, da un certo punto di vista, era bello farsi consumare da quei tormenti leggeri, giovanili.

Una sensazione che da adulti non si prova più perché i problemi diventano veri, complicati, a volte anche gravi. Ma con questo concerto i problemi sono tornati per un attimo ad essere dolci, qualcosa che fa parte della vita.

Invecchiare con gli American Football fa un po’ meno paura, anche se non hai più un posto che puoi chiamare casa, perché la casa sono questi arpeggi che sembrano impossibili da districare proprio come quei problemi, sono questi tempi di batteria sbilenchi come il modo di rialzarsi dopo una caduta.

Le parole di Kinsella che sembrano entrare sempre nel momento sbagliato ma che invece sono sempre al posto giusto, sempre sul punto di rompersi in gola prima di uscire, come quando devi dire qualcosa di importante alla persona che ami. Poi tutto insieme acquista un senso, acquista una sua bellezza, che va al di là di ciò che possiamo toccare, di ciò che è materiale. Tutto è necessario, il dolore, la gioia, la tranquillità e i periodi complicati. Ed è esattamente quello che esprime la musica degli American Football. 

(Credits: Nicholas David Altea)

Ma la sensazione di essere a casa non è solo metaforica, perché quello di Kinsella e soci credo sia l’unico caso al mondo in cui una band (insieme all’etichetta) compra per davvero una casa “per i propri fan”, quella che è nella copertina del loro primo album, diventata un simbolo importantissimo nell’immaginario collettivo. Uno scatto talmente potente che il pubblico ha risposto con un boato da stadio quando è apparsa nei visual dietro la band. Una casa ha anche una sua pagina wikipedia dove se ne racconta la storia.

Proprio perché oggi l’emo non è più solo una questione di nostalgia, ma è presente e forse anche futuro, il concerto si è concluso con Bad Moons dal loro ultimo album, dove si sono concessi anche alcune variazioni dalla versione originale, forse il momento più intenso di tutto il concerto, a rimarcare il fatto che gli American Football sono oggi capaci di rivolgere uno sguardo al futuro, sperimentando soluzioni nuove, con la capacità di non perdere quel bagaglio di emozioni che sanno di rappresentare. 

Non sono mai stato così morbosamente affezionato a “quel” disco, paradossalmente ad oggi preferisco più il secondo al primo e quest’ultimo si sta giocando un posto speciale, ma anche io alla lunga mi sono dovuto arrendere al culto della “casa”, perché è un qualcosa di talmente potente, sentito, universale (per i fan della band e non solo) che ti trascina dentro (proprio come il secondo in cui la casa è ripresa all’interno), un culto talmente sincero e puro al quale è impossibile non voler appartenere.

Honestly, I can’t remember (teen dreams)
All my teenage feelings, and their meanings
They seem too see-through to be true
All the who’s are there
But the why’s (but the why’s, the why’s) are unclear (are unclear)
Picture this
A long-awaited sickening kiss
So, how does it feel (explain) to know (how)
You’ve rewritten history? (These things change)
Despite the complicated beginning to all of this
Honestly?

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