DIIV live 01z

Sul concerto dei DIIV del 16 luglio al Radar Festival c’erano molte aspettative. Forse banalizzo, ma il loro frontman, Zachary Cole Smith:

  1. È belloccio (qualcuno ha detto passerella?).
  2. Sta con Sky Ferreira.
  3. Scrive delle belle canzoni.
  4. Si è posto come icona anti-establishment con le sue uscite contro il celebre festival SXSW.
  5. Fa spesso i capricci cancellando date.

Ergo, agli avventori che, il 16 luglio, si sono recati al Radar Festival di Padova, probabilmente del resto del cartellone della serata fregava poco. O comunque meno del dovuto. A tal punto che i Wemen, band d’apertura un po’ chitarrosa un po’ fuzz un po’ lo-fi, non sono stati praticamente calcolati dal pubblico del tardo pomeriggio (nonostante alla voce e alla chitarra ci fosse il buon Carlo Pastore), impegnato com’era a mangiarsi un po’ di paninozzi, a prendere un po’ di birrozze e/o a sciallarsi sulle numerose sdraio generosamente sparse dagli organizzatori per il prato in cui era stato montato il palco.

Poi capita che, zitti zitti quatti quatti, i membri dei DIIV iniziano a fare capolino tra il pubblico e, altrettanto quietamente, salgono sul palco e iniziano a settare i propri strumenti. Il sole ancora non è andato giù del tutto quando parte (Druun), intro e primo pezzo del loro esordio, Oshin. Per buona parte del concerto la gente sta più che altro ferma e fa su e giù con la testa, oscillando un po’ qua e un po’ là, accennando qualche balletto: niente che non si sia già visto ad altri innumerevoli concerti indie. Quello che c’è sul palco è decisamente piacevole; le chitarrine pulite effettate della band rendono molto bene dal vivo, come pure i ritmi belli precisi del buon Colby Hewitt (già degli Smith Westerns), e tutte le canzoni scivolano l’una nell’altra con facilità. Non aiutano molto i suoni, che annegano un po’ la voce di Smith in mezzo a tutto il resto – ma non è una tragedia, dato che già su disco non è che sia mixata poi così in alto. Verso la fine dello show parte addirittura un pogo amichevole a centropalco. Dura giusto le ultime tre o quattro canzoni (tra cui Doused, quella che tutti aspettavano in quanto quella che tutti sanno), giusto per generare quel minimo di sudore che ti fa dire ‘sono stato a un concerto figo’. Fine, saluti, applausi generali.

DIIV live 02

Foto via Chiara Gambuto

Tornando a quanto dicevamo prima, i presenti alla performance di Gold Panda – reduce dall’ottimo Half of Where You Live – erano di sicuro molto più corposi di quelli dei Wemen, ma in quanto a coinvolgimento ci si è fermati a livelli base. Molte braccia incrociate, pochissime sculettate, una mano in alto col ditino che punta verso il cielo ogni tot. Peccato, perché il set (nonostante non fosse molto ballabile, c’è da dirlo) è stato davvero piacevole, con un culmine su You, estratta dal suo esordio Lucky Shiner (per cui vale lo stesso discorso fatto prima per Doused).

Finisce la musica e una voce annuncia dagli altoparlanti che la serata continua con l’afterparty al vicino Radar Club: protagonista Luis Vasquez, aka The Soft Moon, con un DJ set. Solo, l’ingresso a cinque euro scoraggia molti dei presenti, che preferiscono restare comodi sotto il cielo di luglio, che poi sia su una sdraio o sull’erba non importa poi molto. Tra di loro, pure i membri dei DIIV che, cappellini e magliettoni larghi di rito, si aggirano tra il pubblico con fare amichevole. Miglior performance spetta al chitarrista Andrew Bailey, spottato a limonare appassionatamente una fortunata fan.