di Giulia Antelli

Lo show di Julia Holter all’Hana-Bi di Marina di Ravenna arriva a un anno di distanza dalla release di Ekstasis, acclamatissimo secondo disco che aveva consacrato la songwritercompositrice losangelina come nuova eroina dell’avant-pop contemporaneo. Il concerto dello scorso 29 luglio, dunque, si presentava come un’ottima occasione per conoscere e approfondire il lavoro dell’artista, ma anche per anticipare l’ascolto del terzo album, quel Loud City Song in uscita in agosto via Domino Records, la cui estetica sintetizza e prosegue quanto fino ad ora proposto dalla Holter.

Se i paragoni hanno sempre rimandato ai nomi più rilevanti del female-pop – ma di matrice avanguardistica: da Nico a Grouper, da Julianna Barwick a Joanna Newsom, fino, e soprattutto, a Laurie Anderson -, occorre precisare che la musicista ha personalità da vendere: se già gli album avevano infatti fatto presagire uno stile assolutamente originale, fatto di tappeti sonori oscillanti tra il folk e l’ambient, la resa live amplifica l’effetto, con atmosfere impalpabili e sintetiche, ma sempre dense di suggestione. Si passa dalle architetture noir di Boy In The Moon alle stratificazioni cameristiche di Marienbad (entrambe tratte da Ekstasis), dove gli intrecci vocali rimandano ad un drone folk tuttavia romantico e impressionista: giusto un paio di esempi per sottolineare la costante capacità di Julia nel saper costruire, brano dopo brano, una dimensione ogni volta diversa dalla precedente, fatta di basi electro e strumentazione vintage, divisa tra l’utilizzo dei synth e la fascinazione del clavicembalo. In altre parole, un perfetto connubio tra passato e presente, dove le canzoni sembrano sospese in un qui ed ora indefinito, aliene dalla classica struttura strofa-ritornello-strofa, e perciò tratteggiate soltanto dalla voce, altro imprescindibile strumento in grado di costruire un live fatto di costanti riflessi e rimandi, ma mai uguale a se stesso.

E se con gli album precedenti l’accusa poteva forse – ed è bene sottolineare il forse – essere quella di una proposta musicale in qualche caso fin troppo cerebrale e visionaria, i pezzi di Loud City Song convincono definitivamente il pubblico a lasciarsi catturare dalle immagini di una belle époque parigina traslata alla Los Angeles di oggi, la stessa in cui la Holter ha concepito la protagonista/alter ego del suo ultimo album, una Gigi/Julia raccontata, o meglio, proiettata sulle canzoni. È così che tra il jazz teatrale di In The Green Wild, singolo di lancio, e l’acida classicità di brani come Hello Stranger e Horns Surrounding, il concerto, racchiuso nella quanto mai perfetta cornice del piccolo palco dell’Hana-Bi, prosegue come un viaggio estetico e sonoro, dove, oltre alla sostanza puramente musicale, emergono anche spazi ed immagini, grazie ad un talento multiforme che, sicuramente, ci riserverà ancora delle piacevolissime sorprese.