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di Elia Alovisi

Sono pochissimi, credo, i gruppi con un’esperienza come quella degli American Football. Tre ragazzi, compagni di università, registrano amatorialmente prima un EP di tre pezzi e poi un album di nove per un’etichetta locale allora sconosciuta, Polyvinyl. Fanno venti concerti, si sciolgono e scompaiono nel nulla – se non per il loro frontman, Mike Kinsella, che farà la storia dell’emo sia da solista a nome Owen che assieme ai suoi fratelli Tim e Nate tra mille progetti più o meno di famiglia (e, oggi, più o meno di culto). È buffo, però, che nell’enorme discografia della famiglia Kinsella sia stato proprio l’album più reietto di tutti ad aver lasciato un segno così profondo nel tessuto della musica indipendente americana e mondiale.

American Football, uscito nel 1999, è un album ridotto all’osso: chitarre pulite si incrociano in arpeggi ugualmente melodici e struggenti, la batteria jazzata più leggera ad accompagnarle, una tromba sporadica a far vibrare l’insieme – e la voce di Kinsella, ancora adolescente, a buttar giù in tre parole l’amore disperato dei primi vent’anni. Ovviamente Mike, assieme agli amici Steve e Steve (Holmes, alla chitarra, e Lamos, alla batteria), non aveva la minima idea che per i successivi vent’anni generazioni di ragazzi e ragazze col cuore spezzato avrebbero cucito le loro relazioni finite attorno alle parole di Never Meant, rivisto i loro amori stagionali in The Summer Ends, trovato conforto dalla solitudine nel tepore di Stay Home.

Quando poi, una decina di anni fa, l’emo americano ha iniziato a risalire la china del mainstream grazie al lavoro di etichette come Count Your Lucky Stars, Topshelf e Run for Cover, rendendo palese l’influenza che Kinsella e compagni avevano avuto sulle generazioni successive di gruppi uniti da un certo macro-modo di dire e suonare le cose chiamato “emo”, American Football è assorto allo stato di titolo di culto – uno di quei album che puoi trovare tranquillamente discusso su un blog amatoriale come su Pitchfork, su Noisey come su Rolling Stone: una pietra miliare all’interno di una scena e della musica chitarristica degli anni Novanta tutti. La casa della sua copertina, simbolo eterno di un approccio nostalgico e malinconico a una gioventù sull’orlo della scomparsa.

Quando Kinsella e compagni hanno deciso di riunirsi per qualche concerto, nel 2014, le reazioni sono state clamorosamente positive. La loro non-fama primordiale non aveva permesso praticamente a nessuno di vederli nella loro incarnazione originale, e quindi portare quelle canzoni dal vivo al mondo aveva perfettamente senso. Pensate, per fare un paragone di potenza lirico-musical-popolare del gruppo, a una reunion degli Smiths su scala più piccola – una di quelle carriere considerate perfette nella loro brutale velocità e incompletezza, gioiellini inscalfibili da regalare ai libri di storia e da rileggere con le lacrime agli occhi, che riprende vita sui palchi di mezzo mondo per un’ultima volta.

Invece, eccoci ad ascoltare il loro secondo album e ad affrontare la temibile questione dell’eredità: quanto è rischioso e sensato rischiare di scalfire la propria storia? Molto, credo. Ma al contempo, per quanto American Football sia un’involontaria pietra miliare del DIY, dell’emo e del math rock mondiali, il suo neonato fratello non è sgorgato da necessità monetarie – come spesso accade quando si tratta di grandi reunion. Mike, suo fratello Nate e i due Steve hanno altri lavori, altri gruppi in cui suonano, figli da crescere: si sono solo ritrovati assieme in qualcosa di più grande di loro, ci si sono trovati bene e hanno deciso di provare ad andare avanti a farlo. E l’unico modo per farlo era rimettersi, ancora una volta, in musica.

Parlo con Steve Lamos su Skype, un pomeriggio di settembre. Sorride molto, e quando gli dico che ero al loro concerto di Londra dice che non riesce a credere che io, italiano, gli abbia dedicato il mio tempo. C’è un’estrema umiltà che sgorga dalle sue parole, che in un certo senso si oppone al personaggio che Kinsella canta su American Football II: cresciuto, amaro, ubriaco, innamorato della propria compagna di vita ma al contempo attirato dalla propria natura autodistruttiva. “Chiaramente i testi hanno al centro un personaggio, non c’è una voglia di fare autobiografia o di fare nomi,” ride Steve. E meno male, ché le parole di Kinsella sono sempre capaci di aprire i cuori con one-liner assassini del calibro di “Sei così fragile che, a volte / Mi dimentico che sei fatta di carta bagnata.”

Steve fa il professore di scrittura in un’università dell’Illinois, oggi. Ha due bambini e molta voglia di parlare.

Iniziamo parlando dell’elefante nella stanza: che cosa vi ha fatto venire voglia di comporre qualcosa di nuovo? E come ti rapporti con chi considera il vostro esordio qualcosa di intoccabile?
Fare questi concerti è stata una sorpresa così bella e piacevole che ci siamo detti, “Hey, vorremmo continuare a farli!” Per ora ne abbiamo fatti quaranta, e credo che nessuno di noi credeva ne avremmo fatto neanche uno – men che meno quaranta. E più andavamo avanti più sentivamo il bisogno di suonare qualcosa di diverso. Sapevamo e sappiamo che c’è gente a cui le nostre nuove interesseranno e persone che non ne vorranno sapere niente. Insomma, chi fa il classico discorso, “Ragazzi, avete fatto quell’album, non rovinatelo.” Ma sta tutto nel fatto che ci siamo ritrovati, noi quattro, e abbiamo passato tempo assieme, e abbiamo jammato, e ci siamo chiesti che cosa avevamo da perdere. Lo volevamo fare, e quindi nello scenario peggiore questo album sarebbe stato solo per noi stessi. Ma per me è una figata, ne vado orgoglioso! Abbiamo lavorato bene, soprattutto pensando ai vincoli all’interno dei quali ci siamo trovati. Era da tanto, tanto tempo che non registravo in studio, e avevo anche un po’ di paura. Ma è andato tutto bene.

Quando parli di vincoli, ti riferisci a vincoli temporali? Deve essere stato un casino mettere insieme i vostri impegni.
Vincoli temporali, certo. Poi mettici che viviamo in tre città diverse con duemila miglia in mezzo, quindi ci siamo scambiati musica via file per un bel po’. Il primo disco nacque in funzione del fatto che Mike e Steve vivevano in una casa a sei isolati dal mio. Loro suonavano assieme ogni giorno, due volte a settimana venivano da me a provare le strumentali, registrammo tutto praticamente dal vivo, un paio di take per ogni pezzo e via, era andata. E ora ci siamo trovati a scrivere pezzi passandoci degli mp3. Ci siamo poi trovati per delle sessioni mastodontiche in studio, e non avevo la minima idea di quanto gli studi fossero cambiati in questi anni! Mi ero trovato a fare delle registrazioni amatoriali, con degli amici, ma niente di simile a un vero studio. Zero ProTools, ecco.

Chi è stato tra di voi a proporre per primo l’idea di comporre qualcosa di nuovo?
Sai che non mi ricordo? Potrebbe essere stato il nostro manager, ma non sono sicuro. Però devo dire che sono stato molto sorpreso quando mi sono reso conto che tutti quanti eravamo piuttosto decisi a farlo. Ero già decisamente scioccato dal fatto che ci eravamo rimessi assieme per i concerti di reunion! È stato tutto molto naturale, ci siamo trovati a dirci, “Bé, allora stiamo componendo!” Per continuare a suonare, e tenerci appassionati e interessati, e magari per appassionare e interessare anche chi ci viene a vedere.

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Ti ricordi qual è stato il momento in cui ti sei reso conto che il vostro album aveva lasciato un’eredità così grande?
Non avevo affatto idea di come e quanto quell’album stava venendo ascoltato e discusso. Magari una volta ogni tanto mi arrivavano delle piccole royalties da Matt, della Polyvinyl, che è sempre stato precisissimo in quello che fa. Poi avrebbe potuto non pagarmi per dieci anni e io non me ne sarei reso conto, dato che sono totalmente fuori dal mondo! Ma forse è stato quando abbiamo annunciato i primi concerti di reunion a New York e sono andati sold out immediatamente. Erano tre serate di fila in un posto che avevo sentito dire fosse piuttosto pettinato e mi sono detto, “Oh mio Dio, c’è gente che sta prendendo aerei da mezzo mondo per venire a vederci.” Non ne avevo la minima idea.

Avete mai considerato di dare all’album un titolo? O sapevate fin da subito che lo avreste chiamato ancora American Football?
Io l’ho sempre saputo! Non voglio suonare come un coglione pretenzioso, ma i miei gruppi preferiti hanno tutti album che si chiamano 1, 2, 3, 4 e via (ride). Non lo so, credo che se ne faremo un altro potrebbe iniziare a diventare irritante e gli daremo un nome!

La foto di copertina è stata scattata dentro LA casa?
Sì, è dentro la casa! Quando ci venne l’idea ero un po’ scettico, non sapevo come sarebbe potuta andare. Chris Strong, il fotografo che aveva scattato la foto originale, è tornato lì e ha fatto un po’ di prove. Avevamo un sacco di immagini bellissime dell’esterno, e all’inizio pensavamo avremmo semplicemente messo di nuovo la casa ma da un angolo diverso. Ma più ne parlavamo, e ne abbiamo parlato un bel po’, più ci rendevamo conto che l’album era, a livello lirico e tematico, interiore. Nella vita facciamo delle scelte: puoi salire su quelle scale o puoi girarti e andartene. E il disco parla molto del restare in casa, della scelta di restare in un luogo a cercare di far funzionare le cose per il meglio nonostante le difficoltà. Credo che Mike avesse una visione molto chiara di quello che voleva dire con le sue parole, e quando abbiamo visto quelle immagini dell’interno ci siamo resi conto che avrebbero avuto perfettamente senso.

Tu, Steve e Nate vi ritrovate nelle nuove parole di Mike? E vi ritrovavate, nel ’99, nelle sue parole di allora?
Personalmente posso dirti di sì, assolutamente. Il nuovo album mi piace molto, le cose di cui sta parlando Mike risuonano con me. Credo siano il primo e l’ultimo pezzo, Where Are We Now? ed Everyone Is Dressed Up, a dare un tono al disco. Per quanto riguarda il nostro esordio, è un disco a cui penso sempre con gioia. Credo che sia molto diverso da questo nuovo album, per me è un po’ come se fossero su piani differenti. Ma ho solo bei ricordi di quei pensieri, di quei testi e di tutto quello che significava avere quell’età. Lo stesso vale per Mike: durante i suoi venti e trent’anni era forse troppo difficile per lui tornare su quei testi. Ma ora che siamo vecchi è divertente risentirceli addosso, perché sappiamo che non siamo più quelle persone.

Parlando di musica: direi che il nuovo LP è molto “pieno”, soprattutto se paragonato a quanto radi e minimali fossero alcuni momenti del vostro esordio. Insomma, su Desire Gets in the Way e My Instincts Are the Enemy vi date quasi al math rock. 
Non è una cosa che abbiamo deciso a priori, l’unica decisione che abbiamo preso è stata scegliere di fare il disco che ci sembrava giusto fare. Mike e Nate hanno composto molto, in questi anni, e quindi gli è venuto naturale mettere a frutto le loro competenze nella scrittura e nelle registrazioni. E questo senza troppi pensieri, è solo che ai tempi non eravamo capaci di fare quello che sappiamo fare ora! Ma siamo sempre a noi a scrivere, e alcuni pezzi sono stati assemblati proprio come vennero assemblati quelli che scrivemmo vent’anni fa. E spero che si senta un senso di continuità tra i due LP.
Il nostro esordio era molto minimale e silenzioso quasi di proposito, sai? Mike e Steve si mettevano lì nel loro appartamento a comporre queste linee di chitarra che neanche Steve Reich, io ci mettevo sotto una parte di batteria e chiamavamo “canzone” quello che usciva. E c’era bellezza in quella semplicità, che ha permesso ad alcune parti di quell’album di avere un’aura che splende ancora oggi. C’era sincerità, ecco. Ma spero che questo album venga percepito allo stesso modo, dato che ha dentro la sincerità delle persone che siamo oggi. Ma anche se non dovesse essere così e non dovesse piacere, sono comunque felice di averlo fatto. Rappresenta molto bene quello che avevamo provato a fare. Anche se dovesse essere solo un documento a nostro uso, sono stato orgoglioso di averne fatto parte.

Negli anni tra il vostro scioglimento e la reunion ti sei allontanato anche dalla batteria, oltre che dal gruppo e dalla scena? 
No, suonare la batteria è parte della mia persona. Ho sempre suonato, al massimo il mio punto più basso è stato suonare solo per i cazzi miei un paio di volte a settimana senza esibirmi mai dal vivo per qualche anno, ma non ho mai smesso. Per anni ho suonato regolarmente con degli amici, ma non abbiamo mai fatto neanche un concerto. Era roba interessante e divertente, diciamo che facevamo indie, ma è musica che non ha mai visto la luce del giorno. Un anno prima della reunion, per puro caso, ho cominciato a suonare in una cover band ed è stato perfetto perché arrivassi preparato dato che erano sette, otto anni che non salivo su un palco! Conta che ero terrificato le prime volte che suonavo con loro. Detto questo, ho passato molto del mio tempo su altre cose. Viviamo in mezzo alle montagne, quindi vado spesso in bici o a fare escursioni. E ho dei figli, e gestire la loro esistenza si porta via un bel po’ di tempo (ride). Non sono “dentro” la musica come un tempo, ma credo sia meglio così.

E come ci si sente ad essere un professore e un papà che va in tour in giro per il mondo?
Ha! Mette tutto sotto una luce diversa, devo dire. È un’opportunità splendida, e un bellissimo modo per andare in vacanza. “Hey, vado a suonare a Barcellona!” Per i primi tre o quattro giorni siamo sempre tutti in paranoia perché siamo lontani da casa e non stiamo facendo i papà, ma in fondo siamo riusciti a trovare un modo per rendere l’andare in tour un lavoro part-time. È un bello sfogo da altre parti della vita, ma non andremo mai più via per mesi e mesi di fila.

Stai usando le tue ferie da professore per andare in tour?
Sì, se ci fai caso se facciamo tour li facciamo d’estate! Ho un contratto da nove mesi come ricercatore, ed è bellissimo perché quando sono con il gruppo ho più tempo per scrivere e lavorare sulle mie cose dato che non ho i miei figli attorno! C’è poi una bella coincidenza, dato che sto lavorando a una ricerca che tocca la musica indipendente. Ma devo stare attento a dare il giusto tempo a ogni cosa, anche se devo dire che per ora l’equilibrio regge. Mia moglie mi capisce e mi lascia fare tutto questo, e può restare a casa coi nostri figli quando sono via.

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Mi parli un po’ del tuo lavoro di ricercatore?
Certo! Il mio primo libro parlava di razza e razzismo, che come ben sai sono tematiche davvero importanti ora come ora negli Stati Uniti. In questo momento mi sto concentrando sul ruolo dell’artigiano e dell’artigianato nella società contemporanea, e sulla percezione di sé di chi fa queste cose. C’è una tendenza a tornare verso la primordialità in diversi ambiti, pensa solo a quanto vanno di moda le birre artigianali o il cibo a chilometro zero. O, come ti dicevo prima, alla musica DIY. E credo che dietro ci sia il fatto che la gente è stanca di sentirsi disumanizzata dal proprio lavoro, di sentirsi in una rete globale che non li considera come individui. E collego il tutto ad alcuni problemi legati all’educazione universitaria, in particolare il modo in cui vengono selezionati gli insegnanti. A livello di personalità, mi ha affascinato molto il fatto che molti musicisti indipendenti si considerino artisti a tutti gli effetti, e sostengano che quello che fanno non è solo il loro lavoro ma anche una componente importante della loro identità. Ho incontrato tanti ragazzi della mia età che fanno i musicisti come lavoro full-time, e lo prendono con una serietà incredibile. Penso che ci siano diverse lezioni che possiamo imparare dalla musica indipendente e dalle persone che la rendono viva, ecco.

Ai tempi del vostro esordio, credo, non vi sentivate parte di una scena a tutti gli effetti.
C’era una scena musicale a Champaign, che non c’entrava molto con quello che facevamo ma in un certo senso c’eravamo dentro per motivi geografici! Devo dire che, a livello personale, non mi sono mai sentito parte di una scena. Ma Chicago era molto vicina, e Mike c’era e c’è molto più dentro di noi altri. Resta che gli American Football sono sempre stati qualcosa di diverso, ai tempi come adesso. Ora sono passati vent’anni e la gente si identifica in Champaign, ed è bellissimo, ma non avevamo poi così tanta gente di Champaign che ci ascoltasse o seguisse. Men che meno a Chicago! Il nostro concerto più grosso fu di fronte, a stare larghi, a cento persone, una volta che avevamo aperto a qualcuno di più famoso. Il che rende quello che stiamo facendo adesso ancora più interessante!

Il vostro ritrovarvi è stato anche un’occasione per confrontarvi su quello che era successo negli ultimi vent’anni? Sulla coda lunga che il vostro esordio ha lasciato sull’emo? 
È un discorso molto personale, di mio posso dirti che mi sono tenuto al passo coi tempi sull’indie. Non so che cosa sia o non sia l’emo, o il math rock, ma ci sono alcuni gruppi che ho seguito negli anni semplicemente perché sono un loro fan. I Walkmen, ad esempio.

Per caso hai sentito il disco di Hamilton Leithauser con Rostam dei Vampire Weekend? È uno dei miei punti più alti dell’anno.
Non ancora, ma – sarò onesto – solo perché mi piacciono così tanto i Walkmen come gruppo, e considero ogni album come qualcosa di speciale, e li ho visti dal vivo un po’ di volte rimanendo affascinato dalla loro energia, da quel sentimento che li tiene legati. Ed essendo un batterista ovviamente ho reagito alla notizia che Hamilton si sarebbe messo a fare il solista con un, “Cazzo, che schifo, un altro cantante che se ne va!” (ride) Quindi forse avevo dei preconcetti su quel disco, perché davvero adoro i Walkmen e spero possano rimettersi a suonare assieme un giorno. Sono uno dei pochi gruppi che, credo, abbiano compreso che la tradizione musicale americana va più indietro dei Beatles. Attorno a loro si è creato qualcosa di enorme, ma in loro sentivo una concezione più ampia di musica popolare, americana e globale, e quando ero piccolo e suonavo assieme a mio padre lui continuava a dirmi che considerava i Beatles dei freak capelloni. Ascoltava musica degli anni quaranta e cinquanta, Sinatra e roba del genere, e credo che i Walkmen avessero un approccio simile, a differenza della stragrande maggioranza dei gruppi indie dei nostri tempi.

È stato tuo padre a introdurti alla batteria?
No, ma è stato lui a farmi ascoltare musica. Anche mia mamma, che ci cantava sempre quando eravamo piccoli. Ma mio padre suonava la fisarmonica, ed era la cosa più figa che potessi fare negli anni settanta, credimi! (ride) Iniziai a suonare la tromba quando avevo cinque, sei anni e lui mi portava sul palco con lui per fare qualche nota, ero un po’ parte della sua routine. Non credo affatto di essere un vero suonatore di tromba, e in un certo senso sono più imbarazzato adesso a suonarla che allora, ma ogni volta che la tiro fuori con gli American Football penso a lui. Per noi era difficile comunicare e stringere un legame, ma la musica è stata una cosa che ci ha sempre uniti. Sono più di dieci anni che non c’è più ma, ogni volta che mi metto una tromba in mano, mi rendo conto di quanto sia bello avere l’opportunità di ricordare quanto era speciale quello che facevamo.

È divertente come la tromba sia diventata un luogo comune dell’emo, non trovi? Quando la senti, in certi gruppi di oggi, ti rendi conto benissimo che la sua origine sta negli American Football.
Sì, quella potrebbe essere la cosa più strana tra tutte le cose strane che ci sono capitate! Una volta mi hanno mandato una foto di una maglietta con scritto sopra “Non c’è spazio per le trombe nell’emo” e sono morto, non so se è vera me se lo fosse ne comprerei una in questo momento. (ride) Insomma, è il mio unico contributo al genere!

American Football è fuori ora per Wichita/Polyvinyl.


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