Capita che vai a vedere gli Arctic Monkeys per la terza volta, dopo il Palasharp a Milano nel 2010 e l’Arena Parco Nord a Bologna nel 2011, e ti accorgi ci sono un sacco di ragazzini e ragazzine. Non che io sia particolarmente anziano – 22 anni –  ma è la prima volta che mi rendo conto di quanti pre-ventenni ci siano tra il pubblico (tra cui molte fan esplicitamente predisposte ad idolatrare il buon Alex Turner, tra scritte sul corpo e cartelloni vari).

Chi era in quel periodo della propria vita nel 2006, anno d’uscita di Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not, si era ritrovato in mezzo a un collage di cocktail, periferie, discoteche e amori passeggeri – colonna sonora perfetta per i sabati sera di fine adolescenza. E quando partono Dancing Shoes o I Bet You Look Good on the Dancefloor, in effetti, viene facile far tornare il pensiero a quei tempi. Ci si sente come i ragazzi in divisa d’ordinanza Vans + Cheap Monday col risvolto, torna voglia di comprare bottiglie di vodka alla pesca a meno di 5 euro, si trovano le energie per restare in fila due ore per andare a ballare. Il problema arriverebbe se non ci fosse una reazione uguale per il resto dello show. Fortunatamente, così non è. C’è un sacco di gente che grida per gli stop-and-go di R U Mine?, che canta i riff di chitarra di Old Yellow Bricks Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair, che non sta zitta neanche quando parte Evil Twin (b-side di Suck It And See).

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Foto via Luca Gavagna/Ferrara Sotto Le Stelle

La scaletta è messa giù bene: l’inizio è molto tranquillo, con Do I Wanna Know?, primo pezzo del loro ultimo disco AM. Batteria semplice semplice, cori un po’ ovunque, luci  bianche e cadenzate. Poi, però, arriva Brianstorm, il colore predominante diventa il rosso e il tempo quadruplica. Questa logica lento/veloce attraversa tutta la setlist, con un apice nel bis: Cornerstone e Mardy Bum in versione semi-acustica, poi When the Sun Goes Down, e infine 505 con Miles Kane sul palco.

Gli Arctic non sono mai stati particolarmente movimentati sul palco: d’altro canto Turner deve comunque stare di fronte ad un microfono mentre suona la chitarra (tranne che in Pretty Visitors, ma anche in quel caso le concessioni al pubblico sono limitate – una mano alzata ogni tanto, un dito puntato). Quello che esce, però è compatto, preciso al millimetro, coinvolgente. Fa strano pensare che quei quattro sul palco, qualche giorno prima, erano a fare gli headliner a Glastonbury. Poche movenze da rockstar, molta consapevolezza del proprio ruolo. E li capisci tutti quelli che qua, sui sampietrini di Piazza Castello, si prendono bene a celebrare l’indie rock inglese (e tutti i modi in cui gli Arctic l’hanno trasformato). Nel 2006, gli Arctic si chiedevano: Tra cinque anni, la gente dirà “Chi cazzo sono gli Arctic Monkeys?”. Da quei cinque anni ne sono passati altri due e ancora non è capitato. Un motivo ci sarà.

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Setlist:

Do I Wanna Know?
Brianstorm
Dancing Shoes
Don’t Sit Down ‘Cause I’ve Moved Your Chair
Teddy Picker
Crying Lightning
Brick by Brick
Evil Twin
Old Yellow Bricks
She’s Thunderstorms
Pretty Visitors
I Bet You Look Good on the Dancefloor
Do Me a Favour
Suck It and See
Fluorescent Adolescent
R U Mine?

Cornerstone
Mardy Bum
When the Sun Goes Down
505