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I Giant Rooks sono una band tedesca formata nel 2014 con all’attivo tre ep, grazie ai quali si è imposta in brevissimo tempo come next big thing europea. Una scalata così inarrestabile da arrivare persino a smuovere alcune delle principali emittenti radiofoniche italiane con il loro ultimo singolo Wild Stare.

Prima delle radio italiane però sono arrivati alcuni dei principali festival europei e le aperture per band come Mighty Oaks e Temper Trap e prima ancora live di supporto a grandi band tedesche a noi pressoché sconosciute come i Kraftklub; insomma non la classica band che spunta fuori dal nulla.

Tutta questa attenzione per dei ragazzi tedeschi che hanno da poco compiuto vent’anni può sembrare esagerata o addirittura costruita artificialmente, ma basta vederli dal vivo per capire che non solo non è costruita, ma probabilmente è anche sottostimata nel nostro Paese. L’occasione per vederli in Italia per la prima volta è arrivata in questi giorni, con due date a Milano e Roma e non mi sono fatto scappare la prima.

Entrambe le date sono andate sold-out, pertanto entrando al Circolo Ohibò poco prima dell’inizio del concerto lo trovo già pieno. Un orecchio attento si accorge subito di non essere di fronte a una piccola band come tante, perché fin dal veloce line check prima della partenza, si sente immediatamente che i suoni sono di un livello qualitativo superiore alla media, suoni fatti per riempire luoghi ben più grandi del circolo milanese.

Quando salgono sul palco e attaccano il primo pezzo senza troppe celebrazioni, la prima impressione viene confermata: i suoni sono quelli di una band di altissimo profilo, con una produzione importante e una cura maniacale per ogni singola frequenza che esce dagli amplificatori e dall’impianto audio. Un suono compatto, pieno, pulito ma non esageratamente patinato, un po’ come sentire gli U2 in un locale da 200 persone, per dare l’idea.

Ma suoni a parte, quello che stupisce di più nelle prime battute è la capacità di entrare subito in sintonia con il pubblico, ci vogliono solo un paio di pezzi dopo l’apertura, Went Right Down da Wild Stare e Bright Lies da New Estate, per avere tutti completamente ai loro piedi. La situazione esplode poi con Slow, una vera bomba lanciata dentro all’Ohibò: sing along esagerato, tanto che anche loro rimangono stupiti dalla risposta delle persone presenti.

Quando puoi contare su canzoni così viene tutto più facile, perché quelli dei Giant Rooks sono dei gran pezzi in ambito pop/rock, efficaci, ben costruiti, che non solo hanno una buona presa su disco, ma soprattutto hanno un’ottima resa live.

La precisione chirurgica dei ragazzi dietro agli strumenti e una discreta botta alla batteria, che si avverte soprattutto nelle parti strumentali, regalano poi un terreno perfetto per la voce di Frederik Rabe.

Il cantante è il vero valore aggiunto di questa band: una voce molto calda, espressiva, graffiante e potente anche nei registri molto bassi, una di quelle voci che senti fin dalla prima nota che è nata per fare quello che sta facendo e che probabilmente diverrà una delle più riconoscibili e apprezzate nei prossimi anni. Ma non si limita solo a cantare. Oltre a tenere molto bene il palco e riuscire a coinvolgere tantissimo il pubblico con semplici gesti, ma anche con gesti eclatanti, come scendere per ben due volte a cantare in mezzo alla gente, suona diversi strumenti. Passa senza problemi dal sampling pad alle percussioni, dalle tastiere alla chitarra. Nessun riempitivo però, tutto quello che tocca durante il concerto si trasforma in un arrangiamento che trasforma i pezzi e imprime una marcia in più a tutta la band.

L’assenza di un vero e proprio album non pesa, è un concerto vero, non uno showcase, il live di una band che ha macinato chilometri, che ha montato e smontato palchi con le sue mani, che conosce bene il suo mestiere.
Lo si sente soprattutto nella parte centrale, quando in Chapels si lasciano andare a qualche divagazione strumentale, per poi coinvolgere il pubblico con grande trasporto, fino ad allungare di molto la canzone senza minimamente annoiare.

La chiusura è affidata al nuovo singolo Wild Stare e a uno dei loro pezzi più apprezzati, Mia & Keira, ma c’è anche spazio per un breve bis. Alla fine si arriva all’ora e un quarto di concerto, più che sufficiente per un gruppo in attività da soli cinque anni.


Poche volte nella mia vita mi sono trovato di fronte a una band così giovane ma allo stesso tempo già così matura. La sensazione alla fine del live è quella di aver visto una band pronta ad esplodere, una di quelle di cui si sentirà parlare molto nei prossimi anni e che occuperà i palchi dei festival più importanti da headliner. Forse siamo di fronte ai prossimi 1975, probabilmente anche qualcosa di più, a patto che che non si brucino nei prossimi anni cercando la hit facile e diventando l’ennesima band tutta elettronica e fluorescenze (ogni riferimento ai Coldplay è puramente casuale).
Questa serata all’Ohibò di Milano potrebbe essere una di quelle di cui si potrà dire: “Io c’ero.”


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