di Maurizio Narciso

I Pere Ubu di David Thomas sono una creatura strana, nata a Cleveland, Ohio, nella metà degli anni ’70, quelli di un’industrializzazione feroce e disumanizzante. Hanno raccolto l’eredità del garage rock americano, già rumorista e dissonante, per portare avanti una visione sonora ultra-contaminata, a tal punto da far sembrare le loro canzoni qualcosa di distante anni luce dal qui e ora in cui sono state prodotte. Sempre di rock si tratta, eppure c’è dentro sacro e profano, classicismo e avanguardia, pop obliquo e jazz graffiante, in una ricerca sonora e lirico-testuale instancabile e volta costantemente al nuovo, all’inesplorato, all’impervio. Non è un caso che David Thomas, che qui sotto si racconta con il suo riconoscibile stile, aspro e diretto, faccia intendere assiduamente di aver composto solo per il gusto di scoprire fino a che punto poteva spingersi la musica, o, meglio, di aver prodotto con i Pere Ubu un solo lunghissimo album negli ultimi quarant’anni di attività, che fosse uno specchio di ciò che sentiva e vedeva attorno a lui. C’è anche spazio, in conclusione di intervista, per una notizia che pare amaramente inedita, ma lasciamo a voi scoprire di cosa si tratta, svelandovi solo che “È Orson Welles che barcolla attraverso la sala giochi deserta nella luce del mattino”.

Mi piacerebbe partire dal tuo presente in musica. I Pere Ubu non si sono mai guardati indietro e credo che questo sia un fattore importante per la band. Sei d’accordo?

“Beh, sono molti i fattori che ritengo importanti. In realtà sono a mio agio nel ‘guardarmi indietro’, sai, qualunque sia l’accezione che intendevi, ma allo stesso tempo ci sono così tante cose da fare. Siamo ambiziosi e abbiamo parecchi obiettivi che non si realizzeranno mai se perdiamo tempo a guardare indietro”.

Il porsi continuamente nuovi obiettivi non rischia di portarvi fuori strada? Intendo dire che nella vita è fondamentale fermarsi ogni tanto a riflettere su ciò che è stato per fare meglio. Eppure i Pere Ubu non hanno mai fatto passi davvero sbagliati.

“Se ti è chiaro chi sei e perché stai facendo ciò che fai, allora è più difficile sbagliare. Aiuta anche non emulare nessuno, essere unici. Se segui davvero la tua strada, pure se sbagli nessuno se ne accorge!”

Credo fortemente che la musica non possa essere solo brutta, può essere più o meno sincera, ed è questo a fare la differenza. Quanto sono sinceri i Pere Ubu?

“Cerco di essere coerente con ciò che definisco “esperienza umana”, scrivendo nel modo in cui le persone generalmente pensano, parlano e sentono. Mi sforzo a cercare nessi e conseguenze. Se questo è ciò che intendi per “sincero”, allora sì, lo sono”.

Per i Pere Ubu conta più il disco registrato, ovvero il risultato finale, oppure il processo di lavorazione? Magari entrambi, ma mi piacerebbe capire in quale momento ti senti più appagato.

“Per me non c’è alcun risultato finale, nessun termine lavori. Un album non è mai finito, c’è solo un momento in cui ci si allontana da esso per consegnarlo alla casa discografica di turno”.

Facciamo un passo indietro, mi piacerebbe sapere se c’è stato un momento in cui hai sognato di diventare musicista oppure se c’è stata una sorta di presa di coscienza graduale.

“Non ho mai sognato di diventare un musicista. Non mi interessava molto la musica fino a quando non ho fondato una band e l’ho fatto solo perché avevo una certa idea di come la musica dovesse essere fatta e mi piaceva l’idea di mettermi alla prova in prima persona. All’inizio non ero molto bravo, quindi ho dovuto continuare e continuare, fino a diventarlo. La mia guida è sempre stato il fallimento. Quando saprò di aver fatto tutto il possibile, semmai lo capirò, porrò fine a tutto questo”.

Una volta hai detto di sentirti parte di una band mainstream, rifiutando l’etichetta di band sperimentale o d’avanguardia. Eppure i Pere Ubu sono stati – e continuano ad essere – un progetto irregolare e fuori da ogni cliché. Come ti senti oggi, nel 2018?

“Siamo il mainstream della musica rock se ci guardi da una prospettiva storica. Infatti se credi nelle teorie dell’evoluzione, seppure su questa terra hanno regnato i dinosauri, è l’insignificante e comune uomo mammifero ad essere il mainstream!”

C’è un genere musicale che, nel tempo, ti ha ispirato più di altri? Penso per esempio al blues oppure al pop di Brian Wilson.

“Definirei i miei gusti “cattolici”. Mi interessano solo la passione, la poesia e la visione, nella scelta di ciò che ascolto”.

Cosa ti ispira nella composizione?

“Racconto storie che arrivano da ciò che accade attorno a me. Non scrivo canzoni sulla mia sfera privata. Penso di aver registrato qualcosa come 300 canzoni, eppure solo una manciata di esse riguardano davvero me stesso. Ritengo che l’auto-espressione sia il male”.

Puoi dirci qual è la canzone più autobiografica che hai scritto?

“Sì, è Story of my life“.

Trovo che la parte testuale dei Pere Ubu sia importante almeno quanto quella sonora. Come nasce un tuo testo?

“So quando posso scrivere e quando invece è meglio evitare”.

Tra le letture che più ami c’è “Vita sul Mississippi” di Mark Twain. Pensi di aver realizzato il tuo personale romanzo americano in musica?

“Questo è sempre stato il mio proposito”.

Viviamo il tempo delle infinite possibilità. La musica del mondo, di ogni tempo, è a portata di clic e chiunque con pochi soldi può comprarsi uno strumento per esprimersi. Eppure, sembra che molti musicisti debbano porsi dei limiti concettuali ben precisi per essere stimolati davvero. Troppe possibilità equivalgono all’immobilismo?

“Sì, potrebbe andare così. Ti dico di più, da giovane mi interessava il giornalismo e uno dei suoi fondamenti ti dice essenzialmente “Vai con quello che hai”. Questo principio ebbe un impatto importante sul mio modo di lavorare. Inoltre, nella scrittura giornalistica si lavora a piramide invertita – si indicano i fatti salienti nel primo paragrafo per poi proseguire con gli elementi meno importanti, che poi sono quelli che l’editore taglierà nel caso in cui non vi fosse abbastanza spazio per tutto. In analogia, gli ultimi versi delle mie canzoni sono solitamente i più deboli. Do la colpa alla mia istruzione da giornalista!”

C’è qualcosa che ti piacerebbe fosse diverso nell’attuale scenario musicale contemporaneo?

“Sì. Vorrei che in Top 10 vi fossero solamente i Pere Ubu o al massimo i loro amici”.

Quando hai voglia di rilassarti a casa tua, cosa ascolti?

“Necessariamente il nulla, piuttosto fisso uno spazio vuoto in silenzio assoluto”.

Ci vedremo a settembre su cinque palchi italiani – il 9 al Live Rock Festival di Acquaviva (SI); il 10 al Centro Pacetti di Monteprandone (AP); l’11 al Freakout di Bologna; il 12 al Monk di Roma; il 13 al Santeria di Milano. Hai in mente un set particolare oppure lascerai campo libero alle intuizioni del momento?

“Porteremo in Italia il set che abbiamo costruito nelle nostre precedenti date di maggio/giugno”.

Nuovi dischi per il futuro? Magari puoi svelarci qualcosa su cui stai già lavorando.

“Il prossimo album si chiamerà The Long Goodbye e sarà la conclusione dell’unica storia che racconto da quarant’anni a questa parte. Sarà la scena finale del mio film sonico. È Orson Welles che barcolla attraverso la sala giochi deserta nella luce del mattino”.