Di Rossano Lo Mele

C’è un disco degli Arab Strap uscito una dozzina di anni fa. Gli Arab Strap, presente? Scozzesi, in due, irsuti, tristoni, citati dai Belle & Sebastian, emersi negli anni 90. Il disco è in realtà una compilation, si chiama Ten Years Of Tears. La fine della loro avventura in coppia. Titolo azzeccato, rima pure, il buon umore rimane quello tipico della loro poetica, “dieci anni di lacrime”. Ognuno dei due ha poi continuato da solo, ma la copertina è esplicita: ci sono loro due seduti, alla fine di una festa, sotto uno striscione con la scritta “Enjoy Your Retirement”. Qualcosa tipo: goditi la pensione. Il mondo della musica – come quasi tutti i mondi – è pieno di storie pazzesche. Pensai, quando cominciammo il nuovo corso di “Rumore” circa cinque anni fa: perché non andare a raccontare queste storie? Nell’era di quella che Jon Pareles del “New York Times” ha ribattezzato low budget music, sai quante ne trovi di storie così? Mi spiego meglio: tanti, tantissimi, tutti suonano in giro per il mondo. Ma pochi sono quelli che riescono a mantenersi solo con l’attività musicale. Da questa combinazione sai quante vicende ci sarebbero da raccogliere? Musicisti che nella vita fanno anche altro. Per questo nel 2013 lanciammo la rubrica “Vite Che Non Sono La Mia” (con citazione per l’omonimo libro di Emmanuel Carrère). L’idea era quella di intercettare musicisti in giro per il mondo che per mantenersi facevano anche altro. Il chitarrista degli Oneida (band di area rumorista americana) che fa il professore al college, per fare un esempio. Come vivono esattamente queste persone? Come combinano musica e lavoro, ideali appendici di quello che un secolo fa faceva quel Franz Kafka diviso tra scartoffie e letteratura? Le scartoffie possono aiutare la creatività o rappresentano solo un impiccio?

Sulla carta ci sembrava un’idea curiosa, qualcosa che avrei voluto leggere io per primo. Non avevo però fatto i conti con un dettaglio, non secondario. I musicisti, ma ancora di più i loro portavoce e uffici stampa, non gradiscono che in giro si sappia che un musicista o il proprio assistito fa anche un altro lavoro. Suona sì, ma come un dato squalificante. Povero. Sfigato. Se fai anche un altro lavoro vuol dire che non ce l’hai fatta. E tanti saluti a Kafka, che era un secolo fa, infatti. Ognuno ha le sue visioni e quella che a me, a noi, pareva una ricchezza (di racconto, del sé, creativa etc.) di colpo si è scontrata con una realtà gommosa. Così, dopo appena pochi years of tears abbiamo deciso di arrestarci. O meglio. Siamo stati costretti, visto che qualsiasi contatto con case discografiche, uffici stampa, diretti interessati, cadeva nel vuoto. Nessuno voleva raccontare quella (che era anche una) parte di sé. Come se la quotidianità, per quanto potenzialmente frustrante o generatrice di spunti, non esistesse. Sparita. Il che suona particolarmente contradditorio in un’epoca in cui tutti ambiscono a trovare visibilità (la maledetta visibilità) su qualsiasi piattaforma. Ecco, quello che ho capito (e all’inizio invece no) è che esiste un patto dietro la visibilità. Io la voglio, la esigo, la pretendo, ma alle mie condizioni. Ossia parlando della mia musica. Di quello che sto facendo io, ora. In sintesi, una specie di spot. Questa maniera di percepirsi ha, almeno per me, qualcosa che sta a metà tra lo stucchevole e l’irragionevolmente ambizioso. Saranno gusti personali, ma invece di ascoltare l’ennesima vicenda del tipo dei Red Hot Chili Peppers che impiatta il perché e il percome dell’ultimo disco preferisco altro. Tipo Robert Finley, il falegname bluesman in odor di pensione (come gli Arab Strap!) di recente scoperto da Dan Auerbach dei Black Keys. Gran disco, storia potentissima. Lui sì, lo ascolterei volentieri. Su disco. E parlare (peccato però che alla seconda intervista abbia chiesto alla sua casa discografica – la Nonesuch, grande label controllata dalla Warner- di non fare più promozione, perché non abituato al contatto coi giornalisti, non sapeva cosa dire. Idolo). Oppure Hailu Mergia, che recensiamo proprio questo mese. L’organista etiope che dal 1981 vive a Washington facendo il tassista.

A proposito di tassisti: una delle poche persone a sfuggire a queste regola della reticenza sull’altra parte di sé (quella che ha anche un lavoro “normale”, il tassista anche in questo caso) è stato Mike Donovan. Mike si fece intervistare da noi qualche anno fa, parlando proprio della sua vita. Già all’interno di band di culto come Sic Alps e Peacers, in questi giorni Donovan pubblica un uovo disco solista, lo trovate anch’esso recensito più avanti, su questo numero. A distanza di pochi anni, secondo una nota della sua casa discografica (l’indipendente Drag City) pare che Mike abbia preso la grande decisone. Fare il tassista a tempo pieno. A San Francisco. La città è sempre bella dice, e ha scelto – mentre la metropoli dorme, mangia e invia lettere d’amore via smartphone – di accompagnare il viaggio di molti in mezzo alla follia del traffico locale. Intanto c’è un disco e poi un tour, ma, stando alle sue parole, a breve dovrebbe arrivare il ritiro per il quarantasettenne cantante e chitarrista americano.

Che poi il problema è proprio questo: nessuno si ritira. Pochi ce la fanno, ma nessuno si ritira. Nel capitolo iniziale del suo ultimo libro tradotto in Italia (Il Mestiere Dello Scrittore, Einaudi) Haruki Murakami parla esattamente di questo. Ma, come dire, da una prospettiva giapponese. Murakami ha cominciato a fare lo scrittore quasi per caso, ormai decenni fa. Dice, girando tra gli scaffali delle librerie nazionali, che molti degli autori che pubblicavano una volta, quando lui cominciò, oggi non pubblicano più. Quindi il suo successo mondiale è anche dovuto alla sua tenacia, alla resistenza, tutte caratteristiche che chi conosce Murakami sa bene quanto gli siano incollate addosso. Scrive Murakami, circa: ogni giorno sono in tantissimi ad affacciarsi al mondo della letteratura con un nuovo libro, magari ne fanno due, ma sulla lunga distanza scompaiono. Mentre sono pochissimi quelli che (lui incluso) rimangono. Quello coincide – secondo il suo punto di vista, da cui è difficile prendere le distanze – con la grandezza artistica.

Ma possiamo dire lo stesso della musica, oggi? Chi pubblicava una volta, oggi ha smesso? Prendiamo come osservatorio l’Italia. E, scendendo nel dettaglio, partiamo da un contesto che ben conosciamo, qui a “Rumore”. Ossia il nostro lavoro. Anni fa, come detto, ci siamo rassegnati alla chiusura della rubrica “Vite Che Non Sono La Mia”. Eppure la storia non era finita lì, continuava a girarci in testa, quella curiosità non si era placata. Così da qualche mese abbiamo deciso di ripartire, ma sotto altra forma. Se andate verso la fine del giornale trovate una rubrica (curata da Barbara Santi) che si chiama “Che Fine Hai Fatto?” Il movente è chiaro: andare a cercare musicisti della scena nazionale che sono scomparsi dalla medesima scena o di cui si hanno poche se non nessuna traccia, oggi. In linea di principio dovrebbe essere più facile assemblare una rubrica del genere, no? Siamo passati dall’estero all’Italia. Quindi si tratta di contatti più vicini, spesso con pochi gradi di separazione. Gente che ha fatto pace con se stessa, che è già un passo oltre la scelta di Mike Donovan, che nella vita ora fa altro, spesso completamente diverso (vedi la storia di Dario Perissutti, ex batterista dei One Dimensional Man, per dire). Teoricamente una passeggiata. E invece: no. Perché – al contrario di quanto scritto e teorizzato da Murakami – quello che abbiamo scoperto è che nessuno smette. Nessuno si ritira. Tutti ci (e si) credono sempre tantissimo. Il che è naturalmente legittimo: Roger Daltrey degli Who lo diceva di recente in un’intervista concessa al mensile “Uncut”. Non si smette mai di essere musicisti, lo si è per tutta la vita. Possiamo essere d’accordo, ma forse se sei Daltrey è più semplice. Giustificabile. Ma insomma, senza addentrarsi in una siepe di punti di vista, perché io, perché tu e possibili polemiche a costo zero, diciamo che entro poco tempo ci siamo ritrovati incagliati, in maniera non dissimile. Ossia “Che Fine Hai Fatto?” – rubrica con la quale comunque siamo determinati a non mollare – presenta quasi le stesse difficoltà di realizzazione di “Vite Che Non Sono La Mia”. E sapete perché? Perché molti musicisti che noi consideriamo ex non si percepiscono come tali. Non hanno mai smesso, quindi sono disposti a essere intervistati solo a partire dai loro progetti attuali, che spesso hanno però un riverbero che non valica la porta del soggiorno. C’è qualcosa di male in questo, nel continuare comunque? Ovviamente no. Di quanta bulimia cantautorale è responsabile Francesco De Gregori – col suo stile fieramente pigro e amatoriale, vedi intervista rilasciata a “Repubblica” solo pochi mei fa – nell’Italia degli ultimi 40 anni? Troppa. Ma mica possiamo (o dovremmo) impedire a un cantautore di fare il cantautore, di provarci. Né tanto meno a un musicista di smettere di pubblicare.

Forse però: in Giappone è diverso. Forse esiste un senso del limite, della misura artistica o esistenziale per cui quando si smette di fare una cosa poi si passa a un’altra. Forse Haruki ha conosciuto solo gente così; il suo smisurato talento, equilibro, forza fisica e letteraria, l’ha portato a essere quello che giustamente è. Noi incontriamo ogni giorno persone che, pur non avendo aderito a un regime quotidiano come quello di Murakami, non hanno mai mollato. C’erano ieri, ci sono oggi, ci saranno domani. Non posso parlare del mio passato, perché non ancora finito, è sfociato nel presente. Ragionamento che non fa una piega: solo che la quantità di musicisti s’ingrossa, la richiesta di visibilità pure e gli organi d’informazione, invece, tendono a ridursi. Come nel caso del “New Musical Express”: fra qualche pagina trovate l’ottimo pezzo di Carlo Bordone sul tema. Qui possiamo limitare a dirci che loro sì, viste le condizioni di mercato e forse qualche scelta irresponsabile hanno deciso di ritirarsi. Nel 2015, appena tre anni fa, di fronte alla notizia che “N.M.E.” sarebbe passato dalla vendita in edicola alla distribuzione gratuita scrivevo questo:

Il ‘nemico’ diventa gratuito. Una specie di scommessa e di stranezza assieme. In un’epoca in cui la carta sta scomparendo e tutti parlano di conversione al digitale e basta, il New Musical Express rilancia. Rinvigorendo il proprio sito e il proprio brand, diventando cioè un free press. Che la stampa gratuita non stia benissimo è un dato, ma la fiducia dell’N.M.E. nei propri investitori deve essere ben riposta. E giustificata, basta sfogliarlo per capirlo. Sopravvissuto a due secoli, molti decenni e una battaglia (fusione) con l’acerrimo rivale Melody Maker, N.M.E. è ora pronto alla sfida più difficile. Noi, in quanto beneficiari di una solida fonte d’informazione gli auguriamo il meglio. Sperando di essere lettori e spettatori di una vittoria dell’editoria. E perciò della scrittura musicale”. Ovviamente non ci avevo capito nulla. Come con “Vite Che Non Sono La Mia”. Lo sviluppo dei fatti mi ha dato torto. Altro che vittoria dell’editoria. E ora, da abbonato estero di un free press, aspetto almeno di capire se è previsto un rimborso per i costi di spedizione già sostenuti in sede di abbonamento.

Mike Donovan, come detto, si ritira. I R.E.M. si sono ritirati. “N.M.E.” pure. Garbo quasi. Ma ho imparato a non fidarmi più, almeno: vedi il caso di LCD Soundsystem. Ritiro annunciato, ritorno servito. E in fondo anche gli Arab Strap – che avevano scritto “Enjoy Your Retirement” su quel disco celebrativo lì – hanno deciso dieci anni dopo di tornare insieme. Nessuno smette. Mai. Come Svanire Completamente va bene al limite per i titoli dei dischi dei Radiohead (o i libri del nostro Alessandro Baronciani). Trovare la forza interiore per farlo davvero è poi tutta un’altra storia.