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editoriale_settembre_284_ridim

di Rossano Lo Mele

L’esplosione della Beatlemania. Elvis che incontra i Beatles. Jimi Hendrix che infiamma Londra. I Rolling Stones ad Hyde Park. Il ritorno di Dylan all’isola di Wight dopo l’incidente motociclistico. Gli Who che spaccano i dischi d’oro conquistati a suon di vendite. Gli insulti in diretta tv tra i Sex Pistols e Bill Grundy. Il concerto pacifista allo stadio di Kingston di Bob Marley. “Rock Against Racism”, con i Clash come alfieri. L’assassinio di John Lennon.

Il primo oltraggioso tour dei Beastie Boys. Lo scioglimento degli Smiths. La botta socio-musicale incarnata dall’acid house. Richey dei Manic Street Preachers che dopo le accuse di falsità subite (e prima di scomparire per sempre) si incide le braccia con la scritta “4 Real”. Il primo e poi il secondo ritorno degli Stone Roses. La montagna di soldi (oltre un milione di sterline) bruciata dai KLF. Il misterioso suicidio di Kurt Cobain. La battaglia delle band dentro il britpop. Lo scontro live tra Jarvis Cocker e Michael Jackson. L’omicidio di Tupac Shakur. L’eterno tira-e-molla dei Libertines. I Radiohead che (apparentemente) spaccano l’industria discografica. La scomparsa di Amy Winehouse. Jay-Z che conquista Glastonbury, antesignano fra i rapper. Lo scontro legale tra le Pussy Riot e Putin. La rivincita del rock’n’roll firmata dagli Arctic Monkeys.

Molte di queste storie sintetizzate in severo ordine cronologico – da un certo punto in poi, almeno, per questioni di età – le abbiamo raccontate anche noi qui a Rumore. Come i miei malcapitati, volenterosi, sfavati, curiosi studenti sanno ormai bene, il punto di partenza per capirci qualcosa nel complicato sistema di valori, consumi e costumi della cultura pop è un libriccino che si chiama Sociology of Rock. Lo scrisse Simon Frith, lo tradusse Feltrinelli, lo spostò nei Tascabili, per poi farlo drammaticamente scomparire (prof, in biblioteca a Melzo lo trovo? Prof, dove posso fare le fotocopie?) Scorrendo la parte iniziale di quel saggio ci si rende conto che – per dirla con un altro grande maestro dei cultural studies rockettari, Dick Hebdige – la storia della musica è fatta di sottoculture. Quando il New Musical Express cominciò le sue pubblicazioni, pioniere fra i pionieri – nel marzo del 1952, pieno dopoguerra – stavano emergendo i primi eroi del rock (Fats Domino, Bill Haley, Gene Vincent etc.). Poi, un decennio dopo, i Beatles sbriciolarono tutte le barriere. E a seguire l’invasione britannica dei vari Kinks, Cream, Who e compagnia, bissata tre decenni dopo dalla guerra interna tra Blur e Oasis. A ogni periodo si associa (almeno) uno stile, una moda. E l’NME li ha sempre raccontati prima di tutti. Basti dire che – per quanto riguarda il nostro mondo, ossia il music writing – già nel 1976 pubblicò la storica inchiesta (“The Titanic Sails at Dawn”) sull’imminente esplosione punk. Per oltre 60 anni il New Musical Express, abbreviato con gioco di parole in NME (nemico) è stato, per dirla con le loro parole, “un intelligente settimanale per gli appassionati di musica che amano Captain Beefheart, ma non necessariamente detestano Marc Bolan”.

Negli anni di formazione ricordo di aver sentito ripetutamente biasimare, dileggiare, ridicolizzare questo giornale, giudicato trendy (ma se è per questo, solo per citare l’ultimo caso di goffaggine giornalistica italiana, all’epoca eravamo in sette ad ascoltare i Flying Saucer Attack e oggi, 2015, tutti salgono sul carro, considerandoli esegeti del punk, quando all’epoca li bollavano come noiosi fighetti cripto noise, mah). Però. Però non credo ci sia stato magazine più influente nella storia del rock, così in grado di cogliere l’aspetto pop del rock, e nobilitarlo. E così abile nello scovare le nuove tendenze (sempre davanti a tutti, in questo sono ineguagliabili davvero) senza dimenticare la grande tradizione rock. La notizia è che dal 18 di questo mese il “nemico” diventa gratuito. Una specie di scommessa e di stranezza assieme. In un’epoca in cui la carta sta scomparendo e tutti parlano di conversione al digitale e basta, il New Musical Express rilancia. Rinvigorendo il proprio sito e il proprio brand, diventando cioè un free press. Che la stampa gratuita non stia benissimo è un dato, ma la fiducia dell’NME nei propri investitori deve essere ben riposta. E giustificata, basta sfogliarlo per capirlo. Sopravvissuto a due secoli, molti decenni e una battaglia (fusione) con l’acerrimo rivale Melody Maker, NME è ora pronto alla sfida più difficile. Noi, in quanto beneficiari di una solida fonte d’informazione gli auguriamo il meglio. Sperando di essere lettori e spettatori di una vittoria dell’editoria. E perciò della scrittura musicale.


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