laurie anderson

di Elia Alovisi

La morte dello storico cantautore Lou Reed ha toccato la sensibilità di molti musicisti, che hanno pensato di condividere qualche parola in sua memoria. Prima John Cale, poi Morrissey e David Bowie, e ancora Patti Smith, Antony Hegarty e David Byrne. Su tutti, però, era arrivata una (splendida) nota della moglie Laurie Anderson, che vi avevamo tradotto.

Ora, la Anderson ha scritto un pezzo in esclusiva per Rolling Stone in cui parla profusamente della loro relazione e della scomparsa del marito, toccando anche il momento in cui si conobbero, la proposta di matrimonio e la cerimonia. La Anderson descrive inoltre nel dettaglio il momento della morte di Reed. Potete leggere il pezzo per intero, qua sotto, in italiano.

Ho incontrato Lou a Monaco, non a New York. Era il 1992, ed entrambi suonavamo al Kristallnacht, il festival curato da John Zorn in commemorazione della notte dei cristalli del 1938, che segnò l’inizio dell’Olocausto. Ricordo le espressioni innervosite sugli ufficiali di frontiera mentre un flusso ininterrotto di musicisti di Zorn passava il confine indossando magliette rosso acceso con su scritto RITMO ED EBREI! [“Rhythm and Jews”, gioco di parole con “Rhythm and Blues” ndr]

John voleva che tutti noi ci mettessimo in coppie e suonassimo assieme, invece che comportarci secondo la classica routine da festival “fuori-uno-dentro-il-prossimo”. Ed è per quello che Lou mi chiese di leggere qualcosa mentre la sua band suonava. Lo feci, e fu rumoroso, intenso e molto divertente. Dopo lo show, Lou mi disse, “L’hai fatto esattamente nel modo in cui lo faccio io!” Perché avesse bisogno di me per fare quello che lui stesso poteva fare così facilmente non era chiaro, ma la sua frase voleva certamente essere un complimento.

Mi piacque subito, ma fui sorpresa dal fatto che non avesse un accento inglese. Per qualche motivo pensavo che i Velvet Underground fossero britannici, e avevo solo una vaga idea di quello che facevano. (Lo so, lo so.) Venivo da un modo diverso. E tutti i mondi di New York che allora esistevano – il mondo della moda, il mondo dell’arte, il mondo letterario, il mondo del rock, il mondo finanziario – erano piuttosto provinciali. In qualche modo, sdegnosi. Non ancora collegati l’uno all’altro.

Alla fine, venne fuori che io e Lou non vivevamo troppo lontani l’uno dall’altra a New York, e dopo il festival mi chiese di vederci. Penso che gli piacque la mia risposta: “Si! Assolutamente! Sono in tour, ma quando torno – vediamo, più o meno tra quattro mesi – vediamoci assolutamente“. Andò avanti così per un po’, e finalmente mi chiese se volessi andare con lui alla convention della Audio Engineering Society. Gli dissi che ci sarei andata comunque e che ci saremmo visti alla sezione Microfoni. La AES Convention è il posto più grande e migliore per i nerd appassionati di nuova attrezzatura, e passammo un pomeriggio felice a guardare amplificatori, cavi e a parlare di comprare aggeggi elettronici. Non avevo idea che quello fosse un appuntamento, ma quando andammo a prenderci un caffè dopo il tutto mi chiese, “Ti va di andare a vedere un film?” Certo. “E dopo, di andare a cena?” OK. “E poi possiamo fare una passeggiata?” “Um…” E da lì in poi non ci siamo mai veramente più staccati.

Lou e io suonavamo assieme, divenimmo migliori amici e poi anime gemelle, viaggiammo, ascoltavamo e criticavamo il lavoro l’uno dell’altra, studiavamo assieme (caccia di farfalle, meditazione, kayak). Inventavamo battute ridicole; smettemmo di fumare 20 volte; litigavamo; imparammo a trattenere il respiro sott’acqua; andammo in Africa; cantammo pezzi d’opera in ascensore; diventammo amici di persone improbabili; ci seguivamo l’un l’altra in tour quando potevamo; ci prendemmo un fantastico cane che sapeva suonare il pianoforte; condividevamo una casa separata rispetto ai nostri appartamenti personali; ci proteggevamo e amavamo. Eravamo sempre a mostre e concerti e spettacoli e show, e lo guardavo amare e apprezzare altri artisti e musicisti. Era sempre così generoso. Sapeva quanto era difficile. Amavamo la nostra vita nel West Village e i nostri amici; e in fondo, abbiamo fatto il meglio che potevamo fare.

Come molte coppie, entrambi costruimmo modi per esistere assieme – strategie, e a volte compromessi, che ci permisero di fare parte di una coppia. A volte abbiamo perso un po’ di più di quanto riuscivamo a dare, o ci siamo sentiti abbandonati. A volte ci siamo arrabbiati moltissimo. Ma anche quand’ero furiosa, non mi sono mai annoiata. Abbiamo imparato a perdonarci. E in qualche modo,per 21 anni, abbiamo intrecciato i nostri cuori e le nostre menti.

Era la primavera del 2008 e stavo camminando per una strada in California a piangermi addosso parlando con Lou al cellulare. “Ci sono così tante cose che non ho mai fatto e voglio fare,” gli dissi.

“Ad esempio?”

“Sai, non ho mai imparato il tedesco, non ho mai studiato fisica, non mi sono mai sposata.”

“Perché non ci sposiamo?” mi chiese. “Ci vediamo a metà strada. Verrò in Colorado. Che ne dici di domani?”

“Um – non pensi che domani sia troppo presto?”

“No.”

E così il giorno successivo ci vedemmo a Boulder, Colorado, e ci sposammo nel giardino sul retro di un amico, di sabato, con addosso i nostri vecchi vestiti del fine settimana, e il fatto che io dovessi fare un concerto appena dopo la cerimonia non fu un problema per Lou. (I musicisti che si sposano sono più o meno come gli avvocati che si sposano. Quando dici, “Gesù, devo restare in studio a lavorare fino alle tre stanotte” – o cancelli tutti i tuoi progetti che avevi fatto per finire di lavorare su un caso – in pratica sai che cosa significa e la cosa non ti dà necessariamente ai nervi.)

Ci sono molti modi per sposarsi, in fondo. Alcuni sposano persone che a malapena conoscono – il che può anche funzionare. Quando sposi il tuo migliore amico, che conosci da tanti anni, la cosa dovrebbe avere un altro nome. Ma ciò che mi ha sorpresa di più del matrimonio è stato il modo in cui ha alterato il passare del tempo. E anche il modo in cui ha aggiunto una tenerezza che era, in qualche modo, completamente nuova. Per parafrasare il grande Willie Nelson: “Il novanta per cento delle persone al mondo finiscono assieme alla persona sbagliata. Ed è questo che fa girare le canzoni nel juxebox.” Il jukebox di Lou girava per l’amore e per molte altre cose – la bellezza, il dolore, la storia, il coraggio, il mistero.

La malattia di Lou è durata gli ultimi due anni, inizialmente a causa dell’interferone, una disgustosa ma a volte efficace serie di iniezioni che vengono usate per curare l’epatite C e hanno un sacco di orribili effetti collaterali. Poi sviluppò un cancro al fegato, completando il tutto con un diabete in stato di avanzamento. Siamo diventati bravi a muoverci negli ospedali. Lou ha imparato tutto quello che c’era da sapere sulle sue malattie, e sulle loro cure. Ha continuato a fare tai chi due ore al giorno ogni giorno, oltre che a fotografare, leggere libri, registrare dischi, fare il suo show radiofonico con Hal Willner e gestire molti altri progetti. Amava i suoi amici, e li chiamava, gli scriveva messaggi, gli mandava email quando non poteva passare del tempo con loro. Provammo a capire e applicare nella realtà gli insegnamenti del nostro maestro Mingyur Rinpoche – in particolare quelli più difficili, come “Dovete provare a padroneggiare l’abilità che è sentirsi tristi senza essere davvero tristi.”

La scorsa primavera, all’ultimo minuto, Lou ricevette un trapianto di fegato, che sembrò andare perfettamente, e riguadagnò quasi istantaneamente la sua salute e la sua energia. Poi anche quelle iniziarono a diminuire, e da lì non c’è più stata via d’uscita. Ma quando il dottore disse, “È fatta. Non ci sono altre opzioni,” l’unica parte che Lou sentì fu “opzioni” – non si è arreso fino alla sua ultima mezz’ora di vita, in cui l’ha improvvisamente accettato – tutto nello stesso momento, e in modo completo. Eravamo a casa – lo avevo fatto uscire dall’ospedale qualche ora prima – e anche se si sentiva estremamente debole, insistette per uscire alla luce del mattino.

Essendo meditatori, ci eravamo preparati per tutto questo – come spostare l’energia dalla pancia al cuore e farla uscire dalla testa. Non ho mai visto un’espressione piena di meraviglia come quella di Lou nel momento della sua morte. Le sue mani stavano facendo la ventunesima forma del tai chi, che rappresenta lo scorrere dell’acqua. Aveva gli occhi spalancati. Stavo tenendo tra le braccia la persona che amavo di più al mondo, e gli stavo parlando mentre stava morendo. Il suo cuore si è fermato. Non aveva paura. Ero riuscita a camminare insieme a lui fino alla fine del mondo. La vita – così bella, dolorosa e stupefacente – non può essere migliore di così. E la morte? Penso che il senso della morte sia la liberazione dell’amore.

In questo momento, provo solo la più grande felicità e sono orgogliosissima del modo in cui ha vissuto ed è morto, del suo incredibile potere e della sua grazia.

Sono sicura che mi raggiungerà nei miei sogni e sembrerà essere di nuovo vivo. E improvvisamente resto qua, da sola, sbalordita e grata. Quant’è strano, eccitante e miracoloso il modo in cui possiamo cambiarci così tanto l’un l’altro, amarci così tanto attraverso le nostre parole, la nostra musica e le nostre vere vite.

Potete leggere il pezzo in inglese cliccando qua. Qua sotto, un video di una performance dal vivo di John Zorn, Lou Reed e Laurie Anderson in occasione del concerto per il Giappone del 2011, organizzato in seguito al disastro di Fukushima.