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SALMO_foto-2013

di Elia Alovisi

Nel calderone dei rapper italiani che stanno godendo della luce dei riflettori, Salmo è quello più anomalo. Mi spiego: in un music business concentrato sull’hip-hop, è comprensibile che Dargen D’Amico faccia il botto dopo aver messo fuori il disco più radio-friendly della sua carriera. Lo è ugualmente il fatto che i Club Dogo siano diventati delle superstar, siano andati in TV, abbiano fatto dischi e tour solisti andati bene tanto quanto la loro esperienza di gruppo. O pure che un produttore storicamente underground come Fritz Da Cat torni in pompa magna con un disco nuovo su Universal. Tutto questo perché questi nomi sono legati a – o vengono da – tutto ciò che è l’immaginario hip-hop, sia a livello lirico che testuale. Salmo, invece, risponde esattamente solo in parte a quest’equazione.

Lo si nota subito, approcciandosi alla sua musica. Le basi cattive con i drop. I teschi il sangue e gli zombie. Le tematiche che non si fermano alla classica dicotomia strada/introspezione ma spaziano alla cinematografia, al politico, alla letteratura. Il tutto, con un po’ di classico fare brutto, e una sana attitudine underground. Ma nonostante questa apparente osticità, la risposta del pubblico è stata, finora, ottima e non sembra accennare a diminuire d’intensità. Maurizio Pisciottu, da Olbia, ha all’attivo come rapper tre dischi: l’ultimo, Midnite, è uscito lo scorso aprile e il suo tour sta per terminare – ma in modo particolare (qua tutte le date) Con gli strumenti sul palco, e tutto suonato dal vivo. Dico “come rapper” perché a un certo punto, Salmo, ha fatto il vocalist. E lo ha fatto in tre gruppi, spaziando dal crossover degli Skasico, all’hardcore punk dei Toedgein all’hard rock un po’ stoner un po’ sludge dei Three Pigs Trip. Esperienze finite, ma che sembrano tornare decisamente attuali alla luce delle sue scelte attuali.

Le radici del tour con la band, a logica, vengono dai tuoi inizi extra-rap. Mi fai un riassunto della tua esperienza con Skasico, Toedgein e Three Pigs Trip?

Salmo: “Diciamo che tutto l’ambaradan è partito dal mio fare rap – mi sono avvicinato agli strumenti in un secondo momento, era la fine degli anni ’90, inizio 2000. Andavamo in saletta, suonavamo in formazione completa e da lì sono iniziati gli Skasico, con cui abbiamo fatto tre dischi e in cui c’era una forte componente rap. Poi vennero i Toedgein, e poi i Three Pigs Trip. Avere iniziato a suonare mi ha permesso di  capire che c’era un altro modo per inventarmi rapper e reinventare la musica. Come funzionano gli strumenti partendo dalla radice del suono. Se vuoi fare un beat e capisci le leggi della batteria ti viene molto più semplice. E anche per costruire le rime, fare gli arrangiamenti”.

Quanto valore ha per te lo strumento suonato dal vivo contro l’uso delle basi?

S: “Ha un valore grande. Immaginati che molte delle mie strumentali le ho fatte in camera, a casa, al computer. Sentirle prodotte da musicisti in saletta è una figata, una bomba. Spero possa piacere ai ragazzini… non lo so, non so come reagiranno. Vedo che molti di loro non sono attratti dagli strumenti, e difatti non stanno più uscendo nuovi “grandi” gruppi rock. Spero che su dieci ragazzini scimmiati dal live con gli strumenti, magari sei si possano interessare allo strumento in sé e iniziare a suonare. Senza concentrarsi solo sul fare freestyle o produrre le basi”.

Dici “ragazzini” perché pensi che l’età media del pubblico sia troppo bassa?

S: “Sai bene che adesso la musica rap è superpopolare, e qualsiasi artista che fa questo genere ha una media alta di minorenni che lo ascoltano. È normale per un genere di punta. Per quello sarà molto strano, finora ho suonato nella classica formazione rap, DJ e due MC. La gente molto spesso può reagire in maniera strana – magari è solo una mia preoccupazione, speriamo bene”.

L’idea di fare questo tour da chi è partita?

S: “Questa cosa è iniziata l’anno scorso. Facemmo una prova con chitarra e batteria dal vivo, senza basso, e ne uscirono cinque/sei date. La gente aveva risposto in maniera positiva. Quindi, per chiudere il tour del nuovo disco, ho pensato di chiamare i ragazzi con cui suonavo prima.

Pensi che il suonare live possa essere una via da seguire anche per il tuo prossimo disco?

S: “A gennaio dovrei fermarmi, dopo il tour… Non lo so, se sarò preso bene e ispirato e riuscirò a mettere giù un paio di bozze coi miei amici a Milano magari esce un album tutto suonato. Sarebbe figo”.

Quando ti sei trasferito a Milano dalla Sardegna?

S: “Due anni fa. Mi è servito per suonare e andare in giro in modo migliore. Fino a 27 anni ho suonato nelle peggiori situazioni con l’organizzazione peggiore del mondo, ma negli ultimi due anni la situazione è cambiata parecchio. Per il resto, non è cambiato molto”.

The Island, in cui parli del tuo essere sardo, quindi è un pezzo ironico?

No, perché ironico? È molto serio invece (ride).

Penso sia colpa, o merito, del video – in cui, insomma, fate un po’ i cazzoni.

S: “Facciamo i cazzoni perché lo siamo di natura. Quella roba che vedi nel video è super reale. In quella zona della Sardegna viviamo davvero così, non volevamo fare ironia. Nel testo ci sono anche dei riferimenti alla mia zona, che è un po’ più clean rispetto a posti come la Costa Smeralda. C’erano dei sardi che commentavano il video dicendo, “La Sardegna non è così, non è come la descrivono loro”. Ma noi descriviamo la nostra Sardegna. La viviamo così, davvero. Piscina e tutto”.

Come si è creato in te il fascino per il lato più “scuro” della cultura? Intendendo le chitarre distorte, gli horror, la violenza, tutte queste cose qua.

S: “È molto chiaro, usare i teschi in maniera intensiva viene da quand’ero ragazzino – ero scimmiato per i Cypress Hill. In ogni copertina c’era un maledettissimo teschio, e sono stati il primo gruppo rap che ho seguito veramente. Forse è da lì che mi è rimasto quell’immaginario. Poi ero superscimmiato di film horror, e dell’orrido in generale”.

Come mai hai deciso di sfruttare di meno la maschera, con il passare del tempo?

S: “La maschera non è mai stata una copertura. Nel primo video che ho tirato fuori, Il senso dell’odio, non avevo la maschera. Non mi sono esposto subito con la maschera. È venuta fuori perché mi aiutava a rappresentare un altro tipo di suono, un altro tipo di rap. Alla fine l’ho sempre messa nei brani più elettronici e sperimentali. È un simbolo, diciamo, non una copertura. Se suoni di merda lo fai indipendentemente da una maschera”.

Mi spieghi la dicotomia vecchiaia-gioventù di Old Boy? Che penso si rispecchi anche nell’artwork di Midnite, il vecchio coi tatuaggi. Tu come ti senti tra i due poli?

S: “Midnite è segnato da questa vecchiaia latente, probabilmente perché mi vedo in una situazione un po’ strana. Ho trent’anni, e mi sento quindi – non dico vecchio, ma tra il giovane e il vecchio. Old Boy è nata un po’ dal film omonimo, un po’ perché mi piaceva il termine come metafora del governo italiano – o degli italiani in generale. Perché è un paese per vecchi. Sia la canzone che l’intero concept ruotano attorno a questo concetto. Anche nel video di S.A.L.M.O. mi faccio vedere vecchio, ad esempio”.

In Russell Crowe canti “La fama è distruttiva tipo Sex Pistols”. In che senso? Lo stai sperimentando sulla tua pelle o è un posto in cui non vuoi finire?

S: “È una cosa che sto vivendo, essenzialmente. In questi due anni è cambiato un po’ tutto. Ora sono a metà tra popolarità e underground, forse perché non sono mai andato in televisione. Se ci fossi andato avrei fatto più cose, più numeri. Ma tutto dipende da dove vuoi arrivare e cosa vuoi fare in realtà. Se fai rap, adesso, e fai dei numeri seri, se hai talento, potresti fare di tutto. Ti si aprono le porte per andare ovunque. Radio e TV. Anche se non penso sia più così importante come prima a causa di internet. È un po’ strano sentirsi a metà, ma io sono dove voglio arrivare. Non voglio essere né troppo esposto né troppo nascosto. Voglio solo pagarmi l’affitto e andare a suonare, per il resto chissenefotte. Non ho mai avuto tanti soldi e non mi sveglio con quel pallino, capisci. Se poi alla gente piace quello che faccio, perfetto. La vivo un po’ strana – avere un po’ di popolarità a trent’anni è diverso rispetto ad averlo a vent’anni. La vivi in una maniera diversa, e non penso saprei spiegartelo bene. Forse riesco a gestirlo meglio. Per come sono fatto, se fossi diventato famoso a vent’anni sarei impazzito. Dato quello che mi hanno proposto avrei potuto espormi ancora di più, ma non sono mai andato da Maria de Filippi, o al Chiambretti Night – perché non mi piace quel mondo. Ti può scappare la situazione di mano, hai un po’ di successo e lo vuoi avere tutto. Vuoi arrivare a prendere anche quello che non esiste. Devi saperti fermare e sapere dove cazzo vuoi arrivare”.

Mentre dipingi con chiarezza sentimenti particolarmente negativi o aggressivi, sembra che l’amore ti dia più da pensare, o che comunque sia più difficile per te esprimerlo. Vedi Faraway: “L’amore è un film in testa visto dall’ultima fila.”

S: “Nella musica rap ci sono vari tipi di scrittura e un sacco di sfumature. A me è sempre piaciuto scrivere un po’ di tutto, tirare in mezzo un sacco di argomenti e farlo in maniera diversa. Passare da un argomento pesante, come la distopia di Weishaupt, a uno più leggero per me è normale. Faraway è un po’ più leccata, soft, amorevole. Non ho mai fatto un disco tutto con lo stesso concept, a parlare sempre delle stesse cose. Quindi non ho mai fatto troppi testi classici, da “strada” o “coi problemi”.

Tornando al tour: come avete rilavorato, a livello pratico, i pezzi? Hai seguito il processo o hai lasciato fare ai musicisti? L’unica anteprima che hai dato al pubblico è il video di Killer Game girato in saletta sul tuo canale YouTube.

S: “In poche parole, i ragazzi che suonavano con me mi conoscono da una vita. Hanno sentito l’album e, visto che c’è una simbiosi così grande tra di noi, avevano già in testa come eseguire il brano. Il batterista, che è mio amico da sempre, ha sentito il disco e dopo una settimana sapeva già le parti. Se le era già più o meno studiate. Ci siamo visti in saletta, i ragazzi mi hanno fatto sentire le parti che avevano provato e sono riusciti a riprodurre le strumentali esattamente come le senti su disco. Il live passa da pezzi super soft più tranquilli, un po’ alla Roots, e poi passiamo a delle robe estreme, pesantissime, con un tiro molto più metal. È strano”.

La cosa principale che sembri avere ereditato dal mondo del metal è il pubblico, tra pogo e wall of death vari.

S: “***cane, il primo live che ho visto da ragazzino furono gli Slayer. Immagina cosa posso pensare del pogo e del wall of death. L’unica cosa che mi fa girare le palle sono i tipi della sicurezza. Mi è capitato di vedere delle cose assurde. Ragazzini che pagano il biglietto, vengono a vedere il live, iniziano a pogare e vengono menati dai tipi della sicurezza perché pensano si stiano picchiando. È una delle cose che mi fanno girare più i coglioni in assoluto. Mi è capitato più volte di fermare il live per dirgli di lasciarli in pace. Molte volte ho anche rischiato di prendere calci nel culo”.

A questo link, tutte le date del tour di Salmo con la band.


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