Banner Rumore OK
Home Speciali Speciale Fugazi: le canzoni scelte dalla redazione di Rumore

Speciale Fugazi: le canzoni scelte dalla redazione di Rumore

0
5506
(Credit: Courtesy of Fugazi)

L’occasione di questo speciale sui Fugazi a nome di tutta la redazione è abbastanza facile da intuire: nel numero di aprile, disponibile in edicola e su app, il nostro Andrea Pomini ha raggruppato virtualmente tutti e quattro i membri (più il produttore di Repeater, Ted Niceley) per celebrare i 30 anni di un disco fondamentale. Al di là della celebrazione del disco, riuscire a ritrovare tutti e quattro sulle stesse pagine in un’intervista corale, è a dir poco impossibile. Insomma, un piccolo grande evento.

(Un estratto del numero di aprile)

I Fugazi sono stati il punto di interconnessione tra qualcosa che non era più post punk e qualcos’altro che non era ancora post hardcore, rigettando parte del passato e rimodellandosi sui loro ascolti molto lontani da quello che si può immaginare: roba hip hop, funk, reggae e altro. Il dinamismo sonoro e cromatico della band di Washington non è facile da riassumere. Bisogna letteralmente prendere tutti i pezzi della discografia e rimetterli assieme per averne un’idea più o meno chiara. Come successo con i R.E.M., abbiamo chiesto alle firme della nostra redazione di segnalarci e raccontarci una canzone per loro importante in qualche modo. Non è una classifica e non è un “best of” (che suona davvero male parlando di Fugazi). Ne è uscito un pezzo pieno di aneddoti, ricordi, concerti rovinati e delusioni. (Nicholas David Altea)

(Credit: Courtesy of Fugazi)
Back

1. Waiting Room (Fugazi EP, 1988)

Molto paziente lo deve essere di sicuro, Ian MacKaye.
In una scena di Salad Days, eccellente documentario di Scott Crawford sul punk a Washington negli anni 80, racconta come ancora oggi (il film è del 2014, ma non facciamo fatica a pensare che la situazione non sia cambiata) ci sia gente che lo chiama al telefono e gli rompe i coglioni sullo straight edge. Ragazzini che gli dicono “Hey, sai cosa? Sono ubriaco!” pensando di farlo incazzare, robe così. Che razza di nervo scoperto deve aver toccato, scrivendo quel testo per i Minor Threat nel 1981, se ancora ne porta addosso lo stigma oggi, che ha appena compiuto 58 anni e ha passato una vita intera a dimostrare che è molto altro? Passano per gruppo dalla “filosofia straight edge”© persino i Fugazi, per dire, che non hanno mai neanche lontanamente affrontato l’argomento su disco o dal vivo, e tutto per una canzone che ha scritto uno di loro, due gruppi e due secoli prima, e altri hanno casomai trasformato in dettame. Mentre MacKaye continuava a riempire i suoi scaffali di funk e reggae, generi con protagonsiti per lo più sobrissimi, e bootleg di Jimi Hendrix, noto salutista.

L’uomo è abituato da sempre ad avere a che fare con aspettative e pressioni, insomma. E lo è anche verso la fine del 1986, quando insieme al bassista Joe Lally e al batterista Colin Sears forma i Fugazi. Vuole suonare qualcosa di diverso, soprattutto. Si è stufato dell’hardcore e della violenza che sempre più caratterizza i concerti di quel genere, crede che l’energia possa prendere altre strade. Nel giro di pochi mesi Brendan Canty sostituisce Sears, e verso la fine del 1987 arriva pure Guy Picciotto come voce alternativa e sorta di hype man, figura mutuata dal rap di contraltare della voce principale, ora amico ora nemico.

Il modo in cui i Fugazi si presentano al mondo, il primo pezzo del loro primo disco (e quello che significativamente diventerà anche il loro pezzo più noto), la dice lunga su questa voglia di muoversi, non solo metaforicamente. Comincia un basso, con una linea che deve tanto al reggae filtrato attraverso i Ruts, e quando il resto del gruppo entra si sentono il funk sincopato dei Meters, l’immediatezza dei cori punk rock o di certo rock da stadio, le voci incrociate di cui sopra. Lungo tutto il pezzo la tensione si accumula, ma quando arriva al culmine tutto si ferma, e si ricomincia da capo. Vuoi pogare a gomitate? Vuoi tuffarti alla cieca su chi sta sotto? Ci spiace. Non siamo noi a vietartelo: è la canzone stessa. Puoi ballare però. Volevi i Minor Threat? Non farò gli stessi errori, perché ora so. (Andrea Pomini)

Back

Edizione cartacea – Abbonati qui
Edizione digitale – Abbonati qui