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In 40 anni suonati – gli ultimi nove non proprio, ma non facciamo i precisini – i R.E.M. hanno involontariamente unito più persone, cambiando pelle e vestito, ma rimanendo sempre loro: una della più imponenti pop rock band alternative, anche nei momenti di minor ispirazione. Dentro queste tre parole così generiche e generaliste come “pop” “rock” e “alternative” c’è almeno un’altra decina di stanze segrete di jangle pop, indie rock, country, college rock, folk rock e via via a snocciolare etichette che però non servono a definirli. Solo tenendo le maglie larghe si riesce a focalizzare meglio l’entità della band. Solo quando si fa un passo indietro, senza mettere la testa dentro un disco, si può riuscire a definirli. E quando la mancanza si fa sentire, si cristallizza ancor più solidamente l’ingombro storico-musicale di essi.

Se dici Athens (che sta in Georgia, Usa), dici R.E.M. 99 volte su 100. Una cittadina che nel 1990 faceva sì e no 45mila persone, dieci anni dopo 100 mila. E nel 1978, un anno prima delle primitive prove di quelli che non erano ancora i R.E.M., si gemella con Cortona, in Toscana. La band formata da Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills e Bill Berry, gioca in casa proprio ad Athens il primo live, il 5 aprile 1980, ormai messa ai calendari come inizio di tutto. Un concerto per il compleanno di un amico all’interno della chiesa episcopale di St. Mary. Ma il nome R.E.M. arriverà qualche settimana dopo. Parte da qui e arriva a oggi attraverso quindici album in studio, svariate raccolte e greatest hits (per non parlare delle ristampe). Nel numero di gennaio 2020 li avevamo già celebrati con la copertina, un lungo racconto, la conferenza stampa di Michael Stipe e la recensione della ristampa di Monster. Qui dentro non facciamo una classifica, non è l’elenco delle canzoni imperdibili o di quelle sommerse. Sono sensazioni (spesso personali) su qualche traccia che possa aver lasciato qualcosa a chi ne scrive senza limiti o equilibri da rispettare. Una canzone che è rimasta più di altre in questi quattro decenni di “rapid eye movement”. (Nicholas David Altea)

1. Perfect Circle (Murmur, 1983)

È il batterista Bill Berry a comporre una delle canzoni più enigmatiche dell’enigmatico esordio Murmur. Per la nostra immaginazione adolescente, nella prima metà degli anni 80, Athens in Georgia è ancora quel luogo mitologico, dove un gruppo di studenti universitari uggiosi e bizzarri, disegna immagini misteriose con parole oscure che non capiamo, appoggiate a melodie grezze e urgenti su punta di chitarra. Perfect Circle chiude l’album con una struttura diversa da tutti gli altri pezzi che lo compongono. Due pianoforti vintage da ragtime vengono registrati fuori sincrono, riverberando l’uno sull’altro. La dodici corde di Peter Buck accarezza il ritornello. La voce fotografica di Michael Stipe ferma istantanee di sensazioni, senza dare motivazioni. Come spesso accade, i pareri sul significato del testo divergono. Stipe dice che si tratti di un’ex fidanzata, Mills parla della “strana sensazione che hai in un hotel a notte fonda mentre, lontano, passa un treno”. Buck cita le “Eleven Shadows”. Per lui sono un gruppo di ragazzini che gioca a football, osservati al tramonto dalla stanza di un albergo nel 1981. Si parla di funerali e di sentimenti non corrisposti. La ballata, come spesso accade con i R.E.M., è un po’ tutto questo. Un inno intimo e involontario all’irrisolutezza di quegli anni affascinanti e urgenti. All’ormai leggendario concerto al Palatrussardi di Milano nel 1989, Stipe tira fuori un cartello con un numero per introdurla, a fine set, prima della cover di After Hours dei Velvet Underground. Mormora parole (forse) importanti che non capiamo. E partono i due pianoforti. “Tirati indietro i capelli, dobbiamo andare”. Berry lascerà i REM nei 1997. Ha dato tutto. Non prima di averne composta un’altra: Everybody Hurts. Ma questa è un’altra storia. (Mauro Fenoglio)

2. Feeling Gravitys Pull (Fables of the Reconstruction, 1985)

In prima battuta avrei forse scelto Perfect Circle, gioiellino semi-nascosto fra i solchi del debutto Murmur, di cui mi innamorai definitivamente a fine anni ’80 dopo aver visto Three Bewildered People in the Night, film di debutto di Gregg Araki, e pianto sulle sue note. Oppure Begin The Begin, folgorante incipit di Lifes Rich Pageant, ancora oggi uno dei miei due-tre loro album preferiti di sempre. Alla fine ho optato per Feeling Gravitys Pull, che invece introduceva il precedente Fables of the Reconstruction, conosciuto anche come Reconstruction of the Fables, con il quale nel 1985 i quattro di Athens si confrontavano con la produzione dell’esperto Joe Boyd (vedi Nick Drake) per addentrarsi in un ideale viaggio nelle radici del loro Sud. 

Ma stavolta la chitarra di Peter Buck indica sin dalle prime battute quanto il sogno sia scuro, turbato: “It’s a Man Ray kind of sky / Let me show you what I can do with it”. Surreale e inquietante. E quegli archi – una presenta inusitata per i primi R.E.M., qui appena al terzo album, giovani promesse del jangle-pop anni ’80 –  accentuano il senso di minaccia, soprattutto nel finale. Quasi come in una fase di maturazione di stampo beatlesiano, è in momenti come questo che si è potuto intuire che questa era una band destinata a restare. Automatic for the People(Giorgio Valletta)

3. Fall On Me (Lifes Rich Pageant, 1986)

La parte più interessante del mio rapporto con Fall On Me, da trentaquattro anni la mia canzone preferita dei R.E.M. (sapevo che lo sarebbe rimasta anche prima di sentire quelle dei successivi venticinque anni: è quel genere di canzone) sta nel fatto che ero convinto si chiamasse Just a Touch. Colpa dell’elenco delle canzoni a cazzo sul retro della copertina. Nei labirintici artwork elaborati da Michael Stipe l’ordine giusto dei pezzi era evidentemente un inammissibile cedimento alla concezione borghese dell’arte, o almeno delle track listing. Essendo il sottoscritto una persona dalle doti intuitive superiori alla media, dopo solo qualche mese il particolare che ci fosse un titolo che recitava proprio “Fall on Me” mi ha insospettito. Mmm, ma stai a vedere che…Beh, comunque Just a…no scusate Fall on Me, mi ha catturato fin dai primi secondi di quell’arpeggio byrdsiano perfetto come il modulo di gioco del colonnello Lobanov’skyj (1986, l’anno di Life’s Rich Pageant e della Dinamo Kiev che vince la Coppa delle Coppe). Del testo capivo esattamente tre frasi: there’s a problem, buy the sky e sell the sky. Più che sufficienti, il resto ce lo mettevo io. Fu anche la prima volta che ebbi il presentimento che i R.E.M. avrebbero potuto sbancare il tavolo del pop, cosa che non mi era successa con So. Central Rain, Rockvillle o Can’t Get Here From There. Ogni volta che la riascolto sono nella mia stanza da diciottenne, appena tornato da un Inter-rail in cui ero stato piantato brutalmente dalla mia compagna di viaggio a Bruges perché non ne poteva più di negozi di dischi. Cose da fare a Bruges quando sei un coglione. Canzone della vita anche per quello. Due cose per chiudere. La prima è che se cercate il testo di Fall on Me su google, il primo risultato è un pezzo di Bocelli. La seconda è che Just a Touch è oggettivamente il pezzo più debole di Life’s Rich Pageant. (Carlo Bordone)

4. World Leader Pretend (Green, 1988)

Per i R.E.M. il passaggio ad una major fu la scusa per ampliare la propria tavolozza sonora e ricalibrare l’elettricità fragorosa di Document su un’immagine gioiosamente 60s. A bilanciare la spensieratezza di Green, c’era l’antimilitarismo di Orange Crush e i tormenti di World Leader Pretend, forse il più bel pezzo mai composto dalla band, nonché il primo per cui Stipe e soci avessero sentito l’esigenza di pubblicare il testo. Una canzone politica, nella misura in cui si spinge alla radice di una natura umana perennemente scissa fra i due lati di una barricata. “Colui che si finge a capo del mondo” è ogni singolo individuo, il cui libero arbitrio è la chiave di volta per porre rimedio a un isolamento umano e spirituale. Intanto il violoncello di Jane Scarpantoni trasuda cordoglio, il jingle jangle di Buck affiora lontano e la steel guitar di Bucky Baxter aggiunge strati di malinconia, nota dopo nota. Tutto è pieno, lussureggiante e composto: lo sfondo perfetto per la confessione di Michael Stipe, che in un monumentale break dominato dal piano di Mills canta: “Mi è stata data la libertà di fare ciò che ritengo opportuno / È giunto il momento di radere al suolo i muri che ho costruito”. Un verso che oggi può sembrare incredibilmente idealista, ma eravamo nell’autunno del 1988, i muri (fisici e figurati) stavano davvero per essere abbattuti. Con quella canzone amara ma piena di speranza, i R.E.M. aprivano un decennio di ottimismo che oggi, in prospettiva, appare appena più nitido e appena meno ingenuo dei mitici anni 60. Poi i muri, ad uno ad uno, hanno ricominciato ad alzarsi e nella più classica delle piroette semantiche World Leader Pretend è stata usata per biasimare l’operato di uomini potenti ma inadeguati. Come accade alle canzoni troppo belle per perdere di attualità, non le è rimasto che attendere tempi migliori per poter tornare ad esprimere tutto il suo potenziale utopistico. (Diego Ballani)

5. Texarkana (Out of Time, 1991)

Già soltanto la intro, con quel giro di basso guascone e quella 12 corde desertica in libero arpeggio tra immaginarie zolle riarse, basterebbe da sola per decretare la nona traccia di Out Of Time canzone ideale per battezzare un qualsivoglia coast to coast negli USA. Il mio di sicuro. Brano scritto, composto e cantato dal bassista Mike Mills – come rimpiazzo a un Michael Stipe leggermente a disagio con il testo – Texarkana prende spunto dall’omonima “shithole town” sul confine tra Texas e Arkansas per dipanare un fulmineo trip esistenziale (tra rimpianti, paure, amori e speranze) sulle note di un jangle pop byrdsiano magistralmente rimodulato su epiche frequenze simil-morriconiane dalla Rickenbacker di Peter Buck e tonificato dal basso poderoso dello stesso Mills insieme a un florilegio di archi consolatori. Per alcuni detrattori nulla più di un onesto riempitivo, per una nutrita congrega di anime nobili, invece, “a criminally overlooked masterpiece” all’interno della produzione dei REM. Per il sottoscritto semplicemente un pezzetto di cuore: vuoi per quei concitati 30 secondi finali che confezionano le accorate richieste d’aiuto del buon Michael alla seconda voce (“Catch me if I fall / Catch me if I fall”) vuoi anche per quella terza fottutissima strofa che molti di noi, io per primo, dovrebbero, prima o poi, tatuarsi sulla fronte (“Twenty-thousand chances I’ve wasted / Waiting for the moment to turn”.). (Antonio Belmonte)

6. Country Feedback (Out of Time, 1991)

Ho sempre avuto problemi con la meditazione: sono troppo razionale, e quando dovrei solo abbandonarmi e sentirmi parte dell’energia cosmica continuo a pensare di tutto, dalla lista della spesa al senso della vita, l’universo e tutto quanto. Mi è successo una volta, però, di finire dentro una bolla spaziotemporale in cui eravamo solo io e la voce di quello che non era un maestro di yoga ma un cantante su un palco. Lui era bellissimo (scusate la nota da femmina) coi suoi occhi truccati di blu mentre cantava di cosa? Non si sa, non si deve capire, come in gran parte dei testi dei R.E.M. La fine di una relazione, lo sconforto esistenziale di un essere umano che realizza di cadere negli stessi errori con la stessa cadenza monotona e disperata con cui Michael Stipe declama il suo flusso di coscienza – espressione di cui si tende ad abusare, ma che in questo caso è tecnicamente giusta se è vero che le parole sono state “scritte” direttamente al microfono, durante la registrazione che poi è stata tenuta come definitiva. La pronuncia ambigua dice che non si deve capire se il verso è It’s crazy what you could’ve had o It’s crazy what you couldn’t have, oppure entrambi. Come in un esercizio di meditazione, non devi capire, devi sentire. E come uno strumento, le parole raccontano quello che vuoi – no, che hai bisogno di – sentire. Come la chitarra di Peter Buck che continua dove la voce si interrompe, mentre lui gli sta inginocchiato davanti, fermo a lasciarsi penetrare dal country feedback insieme a noi del pubblico. Quando riemerge dalla sua bolla torno anch’io nel mondo, e penso che è solo in questi rari momenti che riesco a capire le persone religiose: tutti abbiamo bisogno di qualche forma di trascendenza. I need this. (Letizia Bognanni)

7. Sweetness Follows (Automatic for the People, 1992)

“Preparandoti a seppellire tuo padre e tua madre, cosa hai pensato quando ne hai perso un altro?”. Alla fine, Peter Buck è l’unico dei R.E.M. a suonarci dentro. Il violoncello, distorto attraverso un amplificatore, è opera di Knox Chandler (già collaboratore degli Psychedelic Furs). Buck aggiunge un feedback di chitarra e Stipe canta, ovviamente. Ma che cosa? “Distanziato da uno, sordo all’altro” e anche “Sono queste piccole cose che possono trascinarti sotto”. Il celeberrimo ermetismo R.E.M. potrebbe essere più chiaro oggi? Distanziato. Sweetness Follows è una canzone di spazio verticale, una salita scandita dalla progressione degli archi. Anzi di uno. Grandezza in ascesi, senza tuono o eco. Quale sarà la dolcezza che segue? La pacificazione dopo il dolore? Si disse che era una riflessione sulle promesse religiose, sul meglio che dovrebbe arrivare. Ma ora, mentre risplende questa canzone, qual è il meglio che abbiamo? “Cosa ti importerebbe se perdessi l’altro?”. Dietro il violoncello un’acustica pulita, la polvere elettrica, cerchi d’organo.

“Vivi la tua vita piena di gioia e tuoni. Sì, sì, eravamo del tutto persi nelle nostre piccole vite”. La stordente preveggenza pop. A Glastonbury, nel 1999, Stipe l’ha introdotta così “Questa è la canzone preferita da me e Peter. Prendetevi qualcuno che amate e iniziate a piangere”. La dolcezza seguirà. (Maurizio Blatto)

8. Man On The Moon (Automatic for the People, 1992)

C’è ancora qualche complottista che sostiene che sulla Luna, l’uomo, non ci abbia mai messo piede. Poi c’è qualcun altro che sostiene che Andy Kaufman abbia inscenato la propria morte. Andy era un’impostore della comicità, nella quale capire dove finiva la realtà e iniziava la finzione era pressoché impossibile, e forse erano la stessa cosa. Si dice che sia stato operato e si celi sotto altre sembianze; alcuni azzardano Jim Carrey.

Kaufman e i Mott the Hoople piombano nella vita di Michael Stipe intorno ai 15 anni, insieme al punk rock. Si ritrovano uno sotto l’altro separati da quattro dei cinquantasei “yeah” di Stipe, nel testo di Man On The Moon. Ma se il resto della band non avesse forzato la mano, quella che nel demo era titolata C to D Slide (dal DO al RE scivolato, ossia senza alzare le dita e dando una sola pennata sul DO), sarebbe restato solo uno strumentale ispirato dal batterista Bill Berry (al basso) e Peter Buck alla chitarra. Perché Stipe, il testo in quella canzone, non lo vedeva di buon occhio, e anzi, manco ce l’aveva in studio a Seattle mentre registravano Automatic For The People. Ne viene fuori un’amara mid tempo desertica da cowboy disarcionato, con in fila diapositive riversate in extremis sul fischio finale del mix del disco. Andy la fa da padrone: prima è un wrestler, poi Elvis, a legare tra di loro i grandi non immediatamente compresi, come Newton, Darwin, e lui stesso. Figura effimera, sfuggente, indecifrabile. Miloš Forman ne salda definitivamente l’immagine in Man On The Moon (1999), il film con Jim Carrey. Great Beyond, scritta per l’occasione, è il naturale seguito di questa. Rivedremo prima Andy Kaufman o la Luna calpestata da qualche astronauta? La risposta è facile, ma “Andy, did you hear about this one?“. Chissà se ci risponde. (Nicholas David Altea)

9. Nightswimming (Automatic for the People, 1992)

Forse è l’ambientazione notturna, che nella mia testa la accosta a un altro capolavoro della musica buia, Here Comes The Flood di Peter Gabriel. O invece quegli archi impreparati che si accordano al principio del principio. Una canzone che nella mia testa smemorata stava in New Adventures In Hi-Fi, invece sta in coda ad Automatic For The People. Quinto singolo, un tuffo nella piscina profonda ed emotiva di Mills e Stipe, su tutti. Ma di che parla? Parla delle persone che pensi di conoscere e invece non si smette mai di conoscere. Del fatto che spesso non sono come le immagini; e che settembre è sempre il nuovo inizio, di tutto, per tutti. Una canzone che parla dell’accumulare cose come se fossero significati: e che invece vengono spazzate via dalla consequenzialità dei giorni. Dall’everyday, insignificanza dove pensi di trovare altro. Succede più spesso di quanto credi. Ah, dimenticavo: John Paul Jones dei Led Zep ha arrangiato gli archi: in tutto fa poco più di 250 secondi. (Rossano Lo Mele)

10. Find The River (Automatic for the People, 1992)

Forse neppure i R.E.M hanno creduto troppo a Find The River. Sesto singolo di un album che di canzoni ne conteneva 12, ad esempio, pubblicato oltretutto praticamente a un anno di distanza . Roba per restare aggrappati a MTV e basta, come da prassi del periodo. Migliore poteva però essere il destino del pezzo costretto al lavoraccio di chiudere Automatic For The People, il disco per definizione più sofferto e personale dei quattro. Brano semplicissimo che spegne le luci su quanto successo fin lì, a mezza via fra il concetto di singolo nel 1992 (Drive) e i momenti più notturni del disco: un giro acustico e sonnacchioso di Buck, un coro che spiega perché Mike Mills abbia fanclub personalizzati, e Stipe che a modo suo prova a dare una morale del disco. Senza che ne segua dolcezza, per parafrasare la Sweetness Follows pochi passi su in scaletta: un verso come “l’oceano è l’obiettivo del fiume”, in coda a un album a lungo girato sul concetto di mortalità, è tutt’altro che equivoco. Il dubbio semmai resta sull’identità dello speedy head a cui si rivolge il testo, forse lo stesso Stipe post Out Of Time. Ma quella che doveva essere solo chiosa di un lavoro spesso amarissimo si è trasformata col tempo in uno dei più sublimi fra i pezzi minori dei R.E.M.. (Francesco Vignani)

11. E-Bow the Letter feat. Patti Smith (New Adventures in Hi-Fi, 1996)

Non mi sono mai piaciuti i R.E.M. So che iniziare il mio pezzo con queste parole, in un articolo in cui numerosi colleghi li omaggiano, mi mette in una scomoda posizione. Ma prima di comprare due pietre a punta, due piatte e un cartoccio di ghiaia per il bambino (cit.) per venire alla mia lapidazione, aspettate un attimo. Non mi sono mai piaciuti, ma ne riconosco il valore e quello che hanno significato per tantissime persone, dagli anni ‘80 agli ‘00. Quindi che cosa ci sto a fare qui? Vi starete chiedendo. Sono qui perché nonostante tutto, una loro canzone è riuscita ad accompagnarmi in un momento particolare della mia vita. Nel settembre del 1996 stavo ripetendo per la seconda volta la seconda superiore, in una scuola che non mi piaceva, nella quale mi stavo rendendo conto che l’indirizzo scelto non era giusto per me. Mi sentivo fuori posto, sospeso in un mondo che non mi apparteneva e senza sapere dove volevo andare. New Advertures In Hi-Fi arrivò in questa atmosfera di straniamento e trovò in modo totalmente inaspettato il suo terreno perfetto per crescere. Fu un disco che mi portò fuori dalla mia comfort zone musicale e che smosse qualcosa al mio interno spingendomi probabilmente a trovare una nuova strada. Un pezzo in particolare mi rimase dentro, atipico per quello a cui ero abituato. Era parlato, con un ritornello in cui potevi sentire chiaramente il dolore uscire dagli auricolari, con un’atmosfera notturna, opaca, che accompagnava i miei viaggi sui mezzi pubblici la mattina presto, con un freddo pungente e una nebbia fitta: E-Bow The Letter. La storia del brano è curiosa e tragica: dedicato all’amico River Phoenix, morto fuori dal locale di Johnny Depp mentre la band di Johnny stava suonando un pezzo intitolato Michael Stipe. La cosa incredibile è che ho sempre detestato Patti Smith e tutta la retorica della sacerdotessa del rock che l’ha sempre accompagnata, ma incredibilmente i R.E.M., oltre a riuscire a farmi piacere un loro disco, riuscirono anche nell’impresa di farmi apprezzare lei. Questa è la grandezza della band di Michael Stipe per me: riuscire a farti apprezzare anche quello che non ti è mai piaciuto. (Luca Doldi)

12. At My Most Beautiful (Up, 1998)

È il 1997 e i R.E.M. non stanno particolarmente bene. Bill Berry ha appena abbandonato la band e i tre membri rimanenti stanno provando a ripensare daccapo il processo produttivo, per evitare di sfaldarsi. È in quei mesi burrascosi, durante le session preparatorie di quello che poi diventerà Up, che a Mike Mills esce lo scheletro di quello che diventerà poi At My Most Beautiful: una linea di piano semplice ed essenziale che, ad un’impressione iniziale, odora un pochino di Beach Boys. Peter Buck, da fanatico terminale di Brian Wilson, ne è estasiato. Sulla parte strumentale i due decidono di lavorare ai limiti del plagio: una linea di basso scheletrica, dei campanellini, un paio di archi qui e là. Le parole di Michael Stipe fanno più fatica ad arrivare: l’aspirazione è quella di cambiar passo e scrivere una canzone d’amore che sia solo e soltanto d’amore– né ironica né grottesca né metaforica, solo descrittiva. Il testo gli uscirà di getto, quasi un anno dopo – e poi la canzone finisce nella scaletta di Up – subito dopo la coda rumorista di Hope, una delle più belle sequenze della storia della musica – beh, se lo chiedete a me, quantomeno. 

Diceva che i R.E.M. non hanno mai cercato consciamente di inseguire il successo ma che sono stati abbastanza fortunati da essere in giro quando c’era bisogno di loro. È una buona definizione, mi pare di averla sentita in R.E.M. By MTV. Anche sforzandosi è difficile pensare ad un momento più anacronistico nella storia del gruppo di At My Most Beautiful. Nei mesi a ridosso dell’uscita di Up erano in molti a guardare al gruppo con un briciolo di sospetto – l’impressione era che stessero iniziando a far parte del passato. Che fosse ora di trovare il modo di uscire di scena in maniera credibile. All’epoca non era ancora ben chiaro che la crisi non era dei R.E.M., quanto piuttosto dell’idea che il mondo aveva del gruppo. Eppure i segnali c’erano tutti, e il principale era una canzoncina semplice semplice che a farla uscire ci avevano messo un anno intero. Un pezzo fuori dal tempo con dei suoni vintage e un andamento stralunato e un testo semplicissimo e bellissimo. A ventidue anni di distanza At My Most Beautiful svetta ancora in ogni playlist rispettabile del gruppo, e ancora oggi è impossibile non perdercisi dentro e trovarsi a sussurrare, assieme a Michael Stipe, I count your eyelashes secretly. (Francesco Farabegoli)


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