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di Francesco Farabegoli

“…e comunque questi sono davvero la musica che suonano.” Vi è mai capitato di sentirlo dire? A me non così spesso. È una cosa che si dice di tanto in tanto per certi gruppi composti da fricchettoni, da gente di cui hai ascoltato un disco registrato con dei mezzi di fortuna, e poi magari li vedi stravaccati nei divanetti di un locale prima che inizino a suonare e il bassista dà l’idea di indossare la stessa maglietta da nove giorni. Lo dice anche il Colle Der Fomento in una riga di testo su Odio Pieno, “perché sono quello che suono ma quand’è il momento buono sfido il buio”. E ovviamente la citazione mi commuove sempre un sacco, ma ad un altro livello di analisi non puoi essere tu a dire se sei, o meno, la musica che suoni. Dev’essere chi ti ascolta a decidere se ci sei o ci fai. Non è che l’insincerità sia necessariamente un male. Bowie s’è inventato un alter-ego spaziale, voglio dire. La musica pop non fa altro che ridurre la complessità per definizione e io non lo so se l’autore di Mandy di Barry Manilow abbia davvero fatto con Mandy le cose che dice di aver fatto. Gira voce che in realtà Mandy fosse un cane. Gira anche voce che questa voce non sia affatto vera. La rispondenza di certe storie raccontate alla verità oggettiva dietro quelle storie non influisce necessariamente sulla qualità: può essere successo come no, e tutto quel che mi serve è che quella canzone mi parli. In altri contesti, invece, la sincerità è l’unica merce di scambio a cui sia rimasto un briciolo di valore culturale. Questa è probabilmente la principale ragione per cui il cordoglio per la morte di Daniel Johnston, a cui stiamo assistendo in queste ultime ore, sia così unanime ed accorato.

Fa piuttosto impressione, ovviamente. Nella musica di Daniel Johnston convivono da sempre uno dei più grandi talenti per la melodia che si siano registrati nella storia del pop, e una delle musiche più inascoltabili a cui il pop abbia mai prestato orecchio. Il gap tra le due componenti è colmato da una mole sterminata di note biografiche sull’artista (esaustive al limite dello stalking) e da un esercizio d’amore puro a cui i numerosissimi fan del cantautore non sono mai riusciti, nemmeno volendo, a sottrarsi. È possibile ripercorrere a ritroso la vita e la carriera di Daniel Johnston, affettare entrambe in macro-blocchi e rivomitarle all’interno di una teoria generale dei cicli che lo ha sempre riportato in qualche modo ad inseguire se stesso. Non avrebbe senso perché interverrei su un argomento a cui sono stati dedicati libri, mostre d’arte, documentari, tribute album e reissue di pregio, e perché -sospetto- chiunque stia leggendo queste righe ha già esperienze e teorie su Daniel Johnston, ugualmente o più plausibili di quelle che potrei fare io. A dire il vero non ho idea cosa abbia senso dire su Daniel Johnston che sia stato detto anche solo nelle ultime 10 ore.

(Credit: Facebook Daniel Johnston)

In qualche modo credo che sia anche naturale sentirsi male a voler fare del giornalismo o della critica musicale su un artista come Daniel Johnston. Credo abbia a che fare con quella cosa di cui parlavo sopra, di quei musicisti che sono la musica che suonano. Voglio dire, che Daniel Johnston fosse vero nessuno l’ha mai dubitato, e qualcuno a volte ci ha rimesso -concerti annullati all’ultimo per problemi di salute, concerti suonati con un attacco di panico in corso, eccetera. C’è un lato oscuro in questi atteggiamenti, almeno credo: l’unica volta che l’ho visto dal vivo (Bologna, Giardini Margherita, direi che s’era in tarda estate, il periodo forse quello di Fear Yourself) ero in mezzo a un pubblico che per almeno metà era composto di persone che erano venute a vederlo fare il matto. Non credo fosse una cosa di cinismo. Era più una cosa legata al fatto che mancassero i riferimenti: una leggenda dell’indierock su un palco, armato solo di una chitarra che non era in condizioni di suonare; centinaia di persone sotto al palco a gridare ed applaudire. Di fronte a una persona in così evidente imbarazzo ci si può sentire sporchi. La musica è un affare semplice: si fanno i dischi e si fanno i concerti, qualcuno non fa i dischi, qualcun altro non fa i concerti, si può trovare una soluzione a tutto. Il tutto si regge su automatismi che ai concerti di Daniel Johnston sembrano saltare completamente, dando luogo a disastri assoluti o esperienze indimenticabili. Suppongo che Daniel Johnston, potendo scegliere, avrebbe voluto essere qualcun altro. Suppongo che chiunque abbia ascoltato Daniel Johnston abbia avuto i miei stessi atteggiamenti nei confronti di Daniel Johnston. In certi momenti ho pensato che fosse l’unico cantautore esistente, in altri momenti ho pensato che tutto l’impianto ideologico su cui si costruiva tutta la sua narrazione (la retorica della malattia mentale, l’elogio del savant, le piccole gemme pop che se riesci ad andare oltre il lo-fi e l’esecuzione pedestre vedrai che bla bla bla) fosse inaccettabile ed inascoltabile. A volte ho creduto che ascoltare la sua musica e vederlo dal vivo significasse prendermi cura di una persona che, a sentire quei dischi, aveva bisogno di me; a volte ho pensato che ascoltando quei dischi contribuivo attivamente a far girare un meccanismo industriale volto a ucciderlo e incassare la taglia. Il suo contributo alla musica popolare è poderoso, inarrivabile ed incalcolabile, ma la personalità irreplicabile delle sue canzoni (e ci ho provato a ritrovarlo in giro, giuro, sono vent’anni che ci provo) ha fatto sì che si sbriciolassero in mano ad esecutori straordinari e che il seme di Daniel Johnston non abbia mai portato un singolo frutto se non dentro ai dischi e ai concerti di Daniel Johnston.

Prima di quel concerto mi è capitato di vederlo, sotto i portici di Bologna. Stava fumando una sigaretta. Pantaloni della tuta che arrivavano sopra le caviglie, capelli unti e grigi e lunghi con qualche orribile sfumatura bionda, la barba incolta, la maglietta grigia sudata. Fumava fuori da una pizzeria con le mani che gli tremavano. Non l’avevo nemmeno riconosciuto, le persone che stavano con me mi hanno sussurrato “è lui”. Ho pensato “questo è davvero la musica che suona”.


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