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La prima volta che lo mettemmo in copertina aveva appena 18 anni. 18 anni! Era dicembre del 2013 e all’epoca esordiva Archy Ivan Marshall, in arte King Krule. La voce di un anziano e il talento di un fuoriclasse dentro il corpo esile di un post adolescente. Già all’epoca si poteva intuire che il ragazzo rosso di capelli avesse le stimmate del fuoriclasse. Dubbi dissolti col secondo disco e infine annientati con il suo terzo album appena edito. Archy se la prende comoda, non va di corsa, anche se per gli standard italiani ci ha messo davvero poco a mettere su famiglia e riprodursi. Tre dischi in sette anni, tutti meditati. Niente buttato al caso. Guardando sempre ai grandi, soprattutto suoi connazionali. Che ieri potevano essere Mick Jones o Joe Strummer dei Clash, ma che oggi, in un evidente percorso di evoluzione artistica, assumono semmai le fattezze di giganti come Robert Wyatt. Il tutto racchiuso dentro la testa di un ragazzo di 26 anni ancora da compiere. Siamo stati, ci piace ricordarlo, i primi in Italia a parlarne. Per questo torniamo per la terza volta a dedicare la storia di copertina a King Krule. Da qui parte il numero 338 di “Rumore”, marzo 2020. Da consigliare a chi ritiene che non esistano più giovani artisti dalla forte identità: con i piedi sì piantati nel passato, ma una visione più che contemporanea della musica.

Stephen Malkmus è stato a lungo la mente (nonché la voce e la chitarra) dietro ai Pavement. Abbracciata ormai una carriera solista da molti anni (al netto dei ritorni di fiamma con la band originaria), torna oggi con un convincente album nuovo, dopo il mezzo passo falso elettronico di un anno fa circa. Padre fondatore di un suono obliquo e chitarristico che ha fatto proseliti, Malkmus funge così anche da influenza principale di una giovane band emergente e molto chiacchierata dal nome Kiwi Jr. Piccoli grandi eredi dei Pavement, in sintesi, ma a 30 anni di distanza. Segno che quel suono e quell’attitudine sono ben lontani dallo scomparire. Ne ha scritto per noi Francesco Vignani, facendo anche il punto sui tanti eredi di Steve affiorati negli ultimi anni.

I Discharge sono stati e rimangono una band leggendaria per il punk mondiale. Nati in piena ondata punk dell’epoca, ossia 1977, portano avanti una storia da 43 anni che ha del miracoloso quanto a longevità. Andrea Valentini ha intervistato Tezz: oggi chitarrista, ma ieri voce e batteria della band britannica. Facendosi raccontare tutta, ma proprio tutta la loro storia, fresca di antologia riassuntiva doppia, dal titolo premonitore: Protest And Survive

Andrea Prevignano ha trascorso qualche giorno in giro per Roma e in studio con Teho Teardo. Illuminato e apolide creatore di musica nato a Pordenone, ma da tempo ormai residente nella capitale, Teardo compone musica per dischi, spettacoli e per il cinema. Parlando tra le altre cose di campionatori e Blixa Bargeld, Teardo ci racconta in una lunga intervista sui generis il suo album fresco di stampa.

Chi sono i manipolatori odierni? Ce lo spiega Giorgio Valletta, facendo un viaggio in compagnia di due produttori elettronici fuori dall’ordinario: ossia Caribou e Chassol. Distanti per origini e formazione – Caribou è canadese, mentre Chassol è un parigino originario della Martinica – i due intervistati ci raccontano come fare cose con la musica, specie partendo da pezzi di musica altrui, come tanti altri hanno fatto prima di loro, da DJ Shadow agli Avalanches.  

Fra le interviste di approfondimento ci sono quelle a progetti come la coppia The Saxophones; oppure i misteriosissimi inglesi Sault, l’indie di Porridge Radio e Disq, il pop britannico e sghembo dei Sorry e ragazze in ascesa come 070 Shake e Valentina Polinori. Lo spilungone dei Kings Of Convenience, già metà del duo norvegese e da tempo innamorato dell’Italia, Erlend Øye, ci ha invece raccontato quali sono i dischi preferiti della sua vita. Siamo andati a vedere dal vivo il Ment Festival a Lubiana, in Slovenia, attraverso gli occhi di Letizia Bognanni. Molte come sempre le ristampe in uscita: scriviamo delle riedizioni di Sam Cooke, Cream, The Sick Rose, Ash, Sad Lovers And Giants, Rain, The Primitives etc. Ricchissima la sezione dedicata ai libri, dove recensiamo i nuovi volumi di Alessandro Baronciani, Mark Fisher, Francesco Bianconi e Nickolas Butler, fra i tanti.

Nuove forme futuribili di jazz, con tanto meticciato, per il disco del mese. Anzi, i dischi del mese, perché sono due, editi dalla medesima etichetta, la International Anthem: Irreversible Entanglements e Alabaster Deplume, nomi dalla popolarità inversamente proporzionale alla qualità della musica espressa. Nella sezione italiana invece ci concentriamo sull’album di tributo al leggendario Daniel Johnston, allestito dalla nuova ondata indie torinese che fa capo alla band Smile.

Analizziamo inoltre le nuove uscite di Green Day, Bugo, Julian Cope, Deacon Blue, Ghali, Mick Harvey, Orb, Rustin Man, Mark Kozelek con Ben Boye e Jim White, Pop X, Dente, Generic Animal, Anna Calvi, Ghemon, Sufjan Stevens, Massimo Zamboni, Gotthard, A Girl Called Eddy, Woorms, Jim O’Rourke, Destroyer, Circa Waves, My Dying Bride, Arbouretum, Boomtown Rats, The Heliocentrics e tantissimi altri. 

“Rumore” 338, marzo 2020, è in edicola al costo di 6 euro. Disponibile anche la versione app da scaricare. Buona lettura!

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SOMMARIO 
L’EDITORIALE
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