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(Credit: Tonje-Thilesen)

di Stefania Ianne

Incontro (Sandy) Alex G (all’anagrafe Alexander Giannascoli) a pochissime ore dal primo concerto europeo di presentazione del suo nuovo disco House of Sugar (che potete ascoltare qua sotto), in uscita per la casa discografica britannica, Domino. È il suo terzo album per l’etichetta, ma Alex ha già al suo attivo una produzione incredibile di raccolte musicali intime e a tratti psichedeliche caricate su Bandcamp, il mezzo con cui ha creato un seguito affezionatissimo di ragazzini che si ritrovavano nelle sue performance digitali. Nel corso del decennio precedente è diventato suo malgrado l’icona da idolatrare che meglio ha rappresentato il dolore della crescita. Di persona è altissimo e gentilissimo, entusiasta, cammina con una molla nel suo passo; un ragazzo come tanti altri, nascosto dietro ad un cappello da baseball e una nuova barba semi-incolta. Sorseggia una pinta di birra mentre mi ascolta e mi fissa con grandi occhi curiosi e attenti nonostante il rumore intorno mentre il soundcheck del gruppo che aprirà per il suo concerto è in corso. Conoscendo la sua riluttanza ad aprirsi se non con la sua musica, durante la nostra conversazione, cerco di evitare gli argomenti triti, i paragoni scontati con Elliott Smith, la collaborazione con Frank Ocean, domanda ripetuta ossessivamente, come se i giornalisti fossero più interessati a conoscere Frank Ocean tramite gli occhi di Alex G., piuttosto che cercare di scoprire qualcosa di più di questo ragazzo timidamente famoso. Non è facile, e il tempo a disposizione limitatissimo è tiranno.

Alex mi fa strada su e giù per le scale del Lexington, pub londinese sede del concerto in una stanzetta dal fascino bohémien sbiadito. Per rompere il ghiaccio, commento:

Una bella stanza!

“Si, infatti!”

Allora innanzitutto non so se lo sai, ma questa intervista apparirà su Rumore, un giornale dedicato alla musica indipendente pubblicato in Italia. Il tuo cognome, anche se inusuale, è chiaramente di origini italiani. Cosa hai assorbito della tua eredità italiana?

“Figo! Allora, la famiglia di mio padre è italiana, i suoi genitori sono emigrati dall’Italia, dalla regione degli Abruzzi, la conosci?”

Sì certo, è nel centro dell’Italia.

“Ah figo! Quindi queste sono cose molto vicine e familiari ma non posso dire di aver passato la mia infanzia a cucinare cibo italiano insieme a mia nonna… ma sto cercando di imparare adesso che lei non c’è più, sto cercando di imparare a fare pasta e gnocchi…”

Mi dispiace che tua nonna non ci sia più. Ma allo stesso tempo sono sorpresa perché sei la prima persona madrelingua inglese che conosco che riesce a pronunciare “gnocchi” correttamente, nel modo in cui un italiano lo pronuncerebbe. È una parola difficile per gli anglosassoni. È interessante sentire che ti piace fare la pasta in casa, ma in fondo cucinare è un atto creativo.

“Si, ma soprattutto lo faccio così chi mi sta intorno può fare lo stesso (si applaude da solo). Lo faccio per farmi dire ‘bravo’!”

Quindi sei diventato un bravo chef?

“Non ancora, ma ho intenzione di diventarlo”.

Quindi da grande vuoi fare lo chef!

“Si, esattamente! (ride)”

Hai iniziato a creare musica da giovanissimo e anche se hai solo 26 anni, hai tantissimi dischi al tuo attivo. Dove trovi l’ispirazione? Come è iniziata?

“Quando ero piccolo ero vicinissimo a mio fratello più grande, un musicista incredibile, ma ha la sindrome di Asperger, ne hai mai sentito parlare?”

Sì, certo.

“Ha un talento eccezionale, possiede un orecchio assoluto e così i miei genitori gli hanno comprato le tastiere, poi una chitarra, poi un sassofono. Ha 11 anni più di me e quindi da piccolo volevo capire quello che stava succedendo e cercavo di imitarlo, volevo essere come lui e quindi suonavo sempre. Mia sorella, invece, che ha 9 anni più di me, ascoltava un sacco di musica indie di tendenza.”

Quindi tuo fratello e tua sorella sono state le tue influenze principali?

“Sì, sono stati loro a farmi iniziare, perché se non ci fossero stati loro, non credo mi sarei interessato alla musica con la stessa intensità, non sarei tanto coinvolto come sono adesso.”

E i tuoi genitori non amavano la musica?

“Sì, ascoltavano musica ma non mi hanno mai spinto a fare musica, non gli importava se lo facessi o meno. Hanno iniziato ad interessarsi di musica a causa di mio fratello maggiore e io ero lì e ho imparato perché ero lì e probabilmente ero un bambino annoiato dal resto…”

Possiamo dire che hai imparato da solo cercando di imitare tuo fratello o hai studiato musica?

“Quando ero piccolo, vedendo quanto era bravo mio fratello, ho pregato i miei genitori di mandarmi a lezione di piano. L’ho fatto per un anno ma non facevo pratica, non c’ero con la testa, volevo scrivere la mia musica e imparare la musica dei musicisti che mi piacevano e quindi, per una buonissima ragione, i miei hanno smesso di pagare per le lezioni di piano, ma ho continuato a suonare e ho imparato tutti gli strumenti da solo.”

Non solo gli strumenti, immagino tu abbia imparato da solo anche i mezzi tecnologici per creare e registrare musica?

“Si, esatto!”

Mi sembra di capire che la tua famiglia sia molto importante per te e ho letto che tra l’altro tua sorella crea tutte le copertine per i tuoi dischi. Come funziona, le lasci totale libertà creativa oppure crea i suoi quadri per i tuoi dischi dopo aver ascoltato la tua musica?

“Direi entrambe le cose, per esempio per il disco precedente, Rocket, ha creato quell’immagine per conto suo. Per questo disco invece, non so se hai visto l’immagine della pattinatrice su ghiaccio?”

Sì, certo.

“In realtà quella è un’immagine che ritrae mia sorella. Abbiamo questa sua foto perché faceva pattinaggio artistico e le ho chiesto di dipingere quella foto per il disco, e lei lo ha fatto. Quindi sì, a volte le chiedo di fare qualcosa mentre altre volte mi dice, ‘hey perché non dai uno sguardo a quello che ho dipinto?’ perché ha un sacco di quadri adesso. Quindi un po’ tutte due le cose”.

(Copertina dell’album House Of Sugar)

E per quanto invece riguarda il titolo del tuo nuovo album, House of Sugar, da dove è venuta l’ispirazione? So che storicamente Philadelphia, la tua città, era un grosso centro industriale legato alla raffinazione dello zucchero. C’è ancora un rapporto stretto con lo zucchero nella città?

“In realtà ci sono un sacco di cose che hanno contribuito all’ispirazione per l’album. Innanzitutto ho letto questo racconto della scrittrice argentina, Silvina Ocampo, la conosci? Ha scritto questo racconto che si intitola La casa di zucchero che mi è piaciuta tantissimo e poi vicino al posto dove vivo c’è un casinò che si chiama Sugar House Casino e mentre scrivevo per l’album mi rigirava per la testa la storia di Hansel e Gretel, la storia della strega con la casa fatta di zucchero per attirare i bambini ma soprattutto mi piace l’idea dell’indulgenza, dell’abbandonarsi a qualcosa completamente, abbandonarsi in maniera sinistra”.

Vuoi dire che ti piace seguire la tua immaginazione fino alla fine, ovunque ti porti?

“Si, proprio così”.

Interessante… tu vivi a Philadelphia, vero? Ci sono stata un paio di volte. Ho visto gli Slint alla Union Transfer qualche anno fa.

“Ah, gli Slint, sono grandi!”

Sì, sono bravissimi! E come ti trovi a Philadelphia? La mia impressione è che molte città statunitensi sono più piccole e sicuramente molto più vivibili rispetto alle città Europee, è questione di spazio. Mi sono sentita a casa a Philadelphia, non mi dispiacerebbe viverci. E tu, ti trovi bene?

“Si, ma in realtà non ho vissuto da nessuna altra parte, mi accontento. Sono sicuro ci siano altri posti dove potrebbe piacermi vivere ma non ho nessun motivo per andarmene”.

Immagino sia soprattutto perché sei circondato dalle persone giuste e hai trovato il giusto equilibrio tra quello che fai e la tua vita personale. Perché nel modo in cui lavori, potresti scrivere musica in qualsiasi posto.

“Si, esattamente!”

Chissà forse in un’altra fase della tua vita avrai voglia di esplorare altri posti. Leggi molto, non è vero? C’è un posto descritto nelle storie che hai letto che ti attrae particolarmente? Se vuoi puoi parlare di un posto immaginario!

“Non sono sicuro che mi piacerebbe viverci ma mi piacciono molto gli autori latino-americani, forse perché c’è un elemento fantastico in quello che scrivono”.

Il sud America è un posto fuori di testa, forse è il posto giusto per trovare nuova ispirazione nel futuro…

“Sembra vivo, vibrante…”

Ritorniamo alla tua musica: dopo averlo ascoltato in anteprima, ho l’impressione che il tuo nuovo disco House of Sugar, sia una favola che finisce male.

“Si possiamo definirlo così”.

E cosa mi puoi dire delle storie che racconti e dei personaggi che popolano le tue storie? Sono inventati o ti basi sulla realtà?

“In realtà non ci penso tantissimo, nel senso che seguo il mio istinto per ogni canzone e per ogni personaggio non ci penso più di tanto per capire da dove viene o che cosa voglio dire in maniera concreta. Quindi, non ho una risposta concreta perché anche per me è tutto piuttosto vago”.

Capisco. Sai, qualche giorno fa ho visto Nick Cave in conversazione, rispondeva alle domande del pubblico e in una risposta stava cercando di spiegare il suo processo creativo. Ci ha detto che praticamente ogni giorno lui si siede alla scrivania e lavora tantissimo per ore e ore combinando parole e suoni fino a quando non succede qualcosa e trova un’espressione perfetta quando meno se lo aspetta. Secondo me stava esprimendo il processo creativo così com’è vissuto da tante persone, è stato un bel momento.

“Proprio così, anch’io definirei il processo creativo esattamente nello stesso modo. Continui a far girare i dadi, fai girare i dadi fino quando ti dici oh eccolo!”

È come essere seduti alla slot machine a tirare la leva ossessivamente fino a quando le 3 immagini si combinano davanti ai tuoi occhi e i soldi iniziano a piovere su di te, ti rendi conto in un baleno che hai trovato la combinazione perfetta.

“Si, proprio così!”

E ti viene mai la paura che la vena si possa estinguere, che perderai la curiosità necessaria per lavorare alla creazione della tua musica?

“Posso immaginare che mi possa succedere ma in realtà non credo che succederà perché sono una persona che ha bisogno in maniera ossessiva di avere l’attenzione della gente, non è una cosa di cui sono fiero, sai, ma è vero che abbiamo tutti bisogno di essere ascoltati, di avere l’attenzione della gente e da poco ho iniziato a capire che forse il motivo per cui creo musica in continuazione è per attirare l’attenzione della gente, perché ho bisogno di un livello d’attenzione che forse è fuori dalla norma”.

Capisco, ma penso per il momento penso hai ottenuto un livello giusto di attenzione da parte del tuo pubblico, perché un livello tossico di attenzione comincia a diventare pericoloso.

“Certo, non ho bisogno di tossicità, ma mi rendo conto che ho sempre bisogno di dimostrare quello che so fare e se per un certo periodo di tempo non lo faccio, questo bisogno si manifesta in altri modi e quindi mi rendo conto di dover canalizzare questo bisogno verso la creazione”.

Hai trovato il modo giusto per canalizzare le tue energie perché ritornando alla storia di Maradona, il fanatismo è completamente tossico, e da quello che ho potuto vedere lo ha effettivamente distrutto, è una storia incredibile.

“Figo, devo assolutamente cercare di vedere il film”.

È un documentario e è nei cinema in questo momento nel Regno Unito, Maradona è il nome del calciatore, forse il calciatore di maggior talento nella storia del calcio, superiore a Pelé.

“Wow, Maradona (ripete con accento perfetto), devo assolutamente cercarlo, figo!”

Ritornando a noi, mi rendo conto che queste interviste possono essere molto ripetitive per te. C’è una domanda che per caso vorresti che i giornalisti ti chiedessero, ma nessuno lo fa mai?

“Sai, mi hanno fatto spesso anche questa domanda spesso, ma in realtà non ho nulla da dire. Tutto quello che voglio dire al pubblico ha a che fare con le mie canzoni, tutto il resto è (personale, immagino, si interrompe). Non mi dispiace dare delle interviste e tutto il resto, ma fa parte dei miei doveri, mentre il disco è quello che voglio dire e per tutto il resto vorrei lasciarlo libero all’interpretazione del pubblico”.

Sono d’accordo, fa parte del fascino della musica, secondo me adesso abbiamo fin troppo accesso agli artisti e alla loro vita privata

“Assolutamente!”

Ritornando a Nick Cave durante quella serata ci ha anche raccontato che durante le interviste era talmente annoiato che praticamente sparava qualsiasi storia che gli veniva in testa fino a quando effettivamente le sue storie inventate sono diventate parte di lui nella coscienza collettiva. Ma semplicemente si trattava di un personaggio inventato, era Nick Cave annoiato a morte. È stata un’illuminazione!

“Sì è molto istruttivo! Devo provare”.

Un’ultima domanda e poi ti lascio andare. Nei tuoi dischi si alternano la chiave melodica a quella elettronica, compresa una voce con molti effetti. In futuro come ti vedi, come pensi si evolverà la tua musica?

“No, non posso fare predizioni. Entrambe le vene sono la stessa cosa per me, perché mi piacciono entrambe”.

***

Un paio d’ore dopo l’intervista ho ritrovato Sandy (risponde “that’s not my name!” a chi lo chiama così) o Alex G (“that’s not my name, either!”) sul palco, solo con la chitarra nella semi oscurità. Non c’era bisogno di altri musicisti ad accompagnarlo, il pubblico intorno a lui, fatto di giovanissimi, conosceva tutte le parole, tutte le melodie, ricreava tutti gli effetti speciali. Il concerto, piuttosto che la presentazione del nuovo disco, è stato una continua richiesta di canzoni preferite da parte del pubblico, con (Sandy) Alex G. sorridente, pronto ad esaudire ogni richiesta, chissà, forse chiedendosi, forse non hanno bisogno di me, il concerto lo possono fare loro. Si interrompe, ci dice: “Sapete la seconda cosa che mi piace di più al mondo a parte suonare e cantare con la mia chitarra? Ricevere degli applausi”. Il pubblico adorante gli concede il giusto riconoscimento, felice di averlo lì a cantare la colonna sonora delle loro paure e tensioni, dei loro demoni. Sandy o Alex G. canta la paura di essere umani, vivi, nel ventunesimo secolo. Il concerto dura poco, Alex G. esausto si congeda dal pubblico. Certo, è sbarcato da un aereo notturno dagli Stati Uniti alle 7 di mattina e il giorno dopo è previsto lo sbarco e la ripetizione del circo della promozione in un’altra città europea.


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