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(Credit: popsike.com)

di Rossano Lo Mele

Nel 1993 Elizabeth Clark Phair ha 26 anni. Lunghi capelli color miele, figlia (adottiva) di un ceto statunitense colto e benestante. Cresce a Chicago, ma va a studiare a San Francisco: lì incontra l’artista visuale Nancy Spero: una delle donne che più ha rivendicato nel ‘900 americano il peso del femminismo nell’arte contemporanea. Dopo gli studi, Liz torna a Chicago. Siamo nei primissimi ’90, riprende possesso della sua camera e impara da sola a suonare la chitarra. Comincia a scrivere canzoni che sono come un diario aperto. Brani che finiscono dentro una serie di audiocassette che Liz chiama Girly-Sound. Il passaparola cittadino la rende presto la “più odiata giovane donna di Chicago”. La definizione è di Brad Wood, suo partner musicale sin dall’inizio. Liz all’epoca esce con un amico di Chris Brokaw (ha suonato in band tipo Come e Codeine, fra le altre). Tramite amicizie comuni conosce Wood, che diventa il suo mentore. Perché Liz diventa la ragazza più odiata della “città ventosa”? Perché quella sua autobiografia privata sotto forma di canzoni, in quelle prime cassette clandestine, contiene versi come: “La prossima volta che facciamo l’amore/risparmia le parole, fai quello che devi fare/sii gentile e usa quel bastone”. Il brano Open Season parla di uno stupro ripreso da un canale televisivo e ritrasmesso, per il semplice piacere di chi, seduto sul divano, segue da casa. Titillata dal successo cittadino di quei nastri, Liz chiede a Wood cosa fare. Quale sarebbe l’etichetta migliore a cui girare il nuovo materiale in lavorazione? Brad risponde la Matador Records. E così fanno i due, inviando le bozze del primo album ufficiale di Liz alla label newyorkese. Che ben presto si accorge di avere per le mani quello che sarebbe diventato quell’esordio. Liz ha ben chiaro di vivere in un contesto sociale disfunzionale, soprattutto nella relazione uomo/donna. Allora cosa fa? Prende un ingombrante classico di una band all’apice della sua creatività e popolarità per rielaborarlo dal suo punto di vista. Exile On Main St., infinito, bianco e soprattutto nero, doppio album dei Rolling Stones uscito una ventina di anni prima (1972). A quel modello decide di applicare un’altra forma di narrazione. Liz dichiara a se stessa, ma anche al mensile inglese “Uncut”, numero 253: “Hey, Stones, la ragazza dentro quelle canzoni potrei essere io. Volevo raccontare cosa significava essere una ragazza vicina a delle rockstar. I ragazzi che suonavano a Chicago non erano necessariamente delle star, ma si tratta di temi che si applicano a qualsiasi epoca. La scena cittadina da cui venivo era ancora ingenua, agli inizi. Stavano venendo fuori gli Smashing Pumpkins, gli Urge Overkill. Tutti suonavano in attesa che arrivassero dei riscontri. Io invece ero semplicemente infastidita e stanca di essere la ragazza di uno in una band”. Così nacque Exile In Guyville, esilio neo (tardo?) femminista con chiaro riferimento al disco degli Stones. Album doppio, quello di Liz, esattamente come quello di Jagger&Richards. Titoli esplicativi (Fuck And Run) e versi ancora meglio (“Le tue labbra hanno una taglia perfetta che dice succhiamelo/ti comporti come un quattordicenne/qualsiasi cosa tu dica è così odiosa, divertente, vera, cattiva/Voglio essere la tua regina del pompino/Forse sei un tipo timido e introspettivo/Per questo sei fuori dal mio obbiettivo). I maschi raccontati da Liz sono diversi da quelli auto affermati nella musica esistente. Sempre l’autrice: “Scrivevo come reazione all’arena rock degli anni 80, l’hair metal, il grunge dominato dagli uomini nei ’90, esattamente come l’indie rock. Le donne neanche esistevano, come durante le elezioni”.

In queste settimane Exile In Guyville compie un quarto di secolo. E viene celebrato a dovere con la ristampa in tre dischi chiamata Girly-Sound To Guyville: The 25th Anniversary Box-Set. Senza questo disco probabilmente non avremmo avuto Courtney Barnett, Julien Baker, Cat Power, Agnes Obel, Chelsea Wolfe, Regina Spektor, Lily Allen, Torres, Sharon Van Etten, Natalie Prass, Angel Olsen etc. Il mondo è lo spioncino da cui lo si osserva. Forse la definizione di narrativa femminile farà ancora sorridere qualcuno, ma per dirla con “Uncut”: “Questo album non solo si allinea in anticipo al movimento #MeToo e contro la cultura predatoria americana. Ma offre una possibile strategia attraverso la quale le donne possono combattere queste iniquità con l’arte e la musica”. Racconta Liz: “Oggi non mi sembra che sia cambiato molto, ma quello che mi rende ottimista è il fatto che un sacco di ragazze si siano buttate nella musica. Da quel punto di vista la differenza è enorme, un sacco di giovani donne che pubblicano dischi, fanno concerti affollati. Ma dall’altro lato è cambiato qualcosa? È facile per loro fare tutto ciò? Manco per idea, infatti si lamentano delle stesse identiche cose di cui mi lamentavo io all’epoca. La cultura non si è poi evoluta così tanto quanto pensiamo”.


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