chelsea wolfe

Di Diego Ballani

Chelsea Wolfe è tornata. Era difficile non accorgersene, visto come le telluriche scosse doom di Iron Moon ne hanno annunciato il nuovo avvento. Poco dopo è stata la volta del brano Carrion Flowers, altro incubo ad occhi aperti che introduceva ad uno stato trance da cui sembrava non esservi risveglio. Sono passati appena due anni da Pain is Beauty e dalla nostra ultima conversazione, ma la maturazione è evidente. Non ci stiamo riferendo solo alle qualità canore della Wolfe, il cui crooning trafigurato oggi appare più duttile che mai, mentre lei dimostra di sentirsi perfettamente a proprio agio nel ruolo di moderna chanteuse. Laddove il precedente lavoro si presentava come un tormentato rendez-vous fra folk e doom, Abyss alza il tiro e non risparmia colpi di scena, diviso com’è fra tenebrose sinfonie post-dubstep, moderne evoluzioni r’n’b ed efferatezze sonore di ogni genere.

Eppure, nonostante si sia giunti al sesto capitolo di un’attività ultra decennale, siamo ancora a cercare una chiave di lettura o, per lo meno, un’interpretazione un po’ più calzante rispetto a quella di divetta goth che una superficiale analisi della sua lugubre estetica potrebbe suggerire. Oggi la trentunenne californiana rappresenta piuttosto un nuovo tipo di cantautorato al femminile (quello alla Zola Jesus e Jenny Hval, per intenderci) che si serve strumentalmente di generi codificati (in questo caso metal e drone music, ma anche folk ed elettronica) per grattare l’epidermide di una realtà sempre più complessa e sfaccettata. Affascinante e spaventosa, come la musica di Abyss: una seduta psicanalitica di grande intensità, che partendo dal tema del sogno e del suo rapporto con la realtà, finisce per descrivere le contraddizioni della modernità in un continuo gioco di rimandi fra esperienze personali e letteratura. Un’opera profonda che abbiamo voluto discutere con la sua autrice. Quella che, a conti fatti, è parsa una ragazza più dolce e meno malinconica di quanto il suo alter ego pubblico lascerebbe supporre.

Si è parlato molto del fatto che Abyss sia incentrato sul tema del sogno. In questo senso può essere considerato una sorta di concept album?

Non direi. Non ho mai pensato a nessuno dei miei album come ad una sorta di concept, anche se c’è un sentimento di fondo o un tema ricorrente, che in questo caso può essere quello del sogno. Ma non ho mai voluto realizzare dischi che parlassero solo di un argomento. Le canzoni di Abyss acquisiscono unità per il fatto che parlano di cose che appartengono al mio mondo.

Mi piacerebbe sapere quale genere di sogni hanno ispirato canzoni come Iron Moon, Dragged Out o After the Fall.

Ognuno dei brani che hai citato hanno almeno un paio di versi che parlano dei miei sogni. After the Fall, ad esempio, fa direttamente riferimento a quella sensazione che hai quando sai che stai sognando ma non riesci a svegliarti. È qualcosa di orribile che ti fa sentire come intrappolato. In generale molte canzoni dell’album sono influenzate da quella che viene chiamata “paralisi del sonno”: una tipologia di disordine del sonno di cui ho sofferto per molto tempo e che mi ha trasmesso sensazioni inquietanti. È come se ti svegliassi e i sogni che hai fatto fossero ancora presenti nella tua stanza e si muovessero verso di te. È un’esperienza terrificante che per qualche motivo si è ripercossa naturalmente nelle canzoni.

Solitamente ricordi i tuoi sogni quando sei sveglia?

Qualche volta. Ma non mi concentro quasi mai nel cercare di ricordare quello che ho sognato. Non sono interessata all’interpretazione dei sogni o a cose del genere. Sono più interessata al passaggio dallo stato di veglia a quello di incoscienza e viceversa. Nell’esplorazione dell’inconscio e nella comparazione fra quella che viene chiamata “deep mind” (il subconscio) con la dura realtà, rappresentata appunto dallo stato di veglia.

Oggi abbiamo un sacco di musica che sembra ispirata dal sogno, mi riferisco al dream pop o alla musica psichedelica in generale, ma mi sembra che pochi artisti amino trattare di ansia e paura, come fai tu.

Penso che confrontarmi con ansia e paura mi aiuti in qualche modo a fuggirne. Allo stesso tempo, scrivere di cose che mi fanno sentire a disagio è un buon modo per aiutarmi a capirle. Perché c’è un sacco di oscurità in questo mondo, c’è un sacco di oscurità nelle nostre teste, ci sono un sacco di cose che non sappiamo riguardo alle nostre anime, al nostro universo. Mi piace parlare di queste cose perché mi aiuta a capirle meglio.

Quando hai iniziato a scrivere le canzoni di Abyss avevi già un’idea di come avrebbero dovuto suonare?

Non particolarmente. Quando ho iniziato non mi interessava molto sapere come avrebbero dovuto suonare. Mi interessava piuttosto cercare di catturare una specie di feeling e trasmettere in qualsiasi modo le emozioni di cui ti parlavo. Per questo mi sono rinchiusa in questo fienile vuoto nel deserto, di proprietà del mio manager. Era da sola e mi sono davvero lasciata andare. Ho scritto tantissimo e da quel momento è stato come se fossi divisa in due. Da una parte mi interessava il mood generale dell’album, dall’altra mi ero ripromessa, durante gli ultimi due anni trascorsi in tour, che nel nuovo album ci sarebbero state alcune canzoni piuttosto pesanti, perché mi piaceva il modo in cui riuscivamo a renderle dal vivo.

Quanto è stato importante l’incontro con John Congleton (già produttore di Swans, St. Vincent, Antony & The Johnsons, nda.) per il risultato finale?

Quando vai in studio con un produttore del genere sai sempre che avrà un impatto decisivo sul suono finale dell’album. Quando siamo andati in studio avevamo tutti i pezzi e gli arrangiamenti già pronti, ma a John venivano in continuazione nuove idee su quale strumento avrebbe dovuto suonare ogni parte. Era capace di cambiare completamente le texture di ogni canzone, ma questo per noi andava bene. Qualche volta una canzone era basata sul suono della chitarra, ma lui ci convinceva a cambiarla al punto di trasformarla in qualcosa di minimale basata sui synth.

Quando lo hai contattato per il tuo album, che cosa ti piaceva del suo lavoro?

Credimi, non sapevo quasi nulla del suo lavoro, a parte il fatto che aveva lavorato con gente come Bill Callahan e gli Swans, ed un sacco di altri artisti molto diversi tra loro. Mi è sembrato capace di catturare l’essenza di stili assai differenti. Io avevo qualcosa in mente e lui si è dedicato completamente a farla suonare al meglio. È venuto in contro a me e alla band, per questo è stato molto bello e naturale lavorare con lui.

Spesso per le tue canzoni trai ispirazione più dalla letteratura che dall’esperienza diretta. È la stessa cosa anche per Abyss?

Sì, è facile che io tragga ispirazione da libri o film. Il motivo è che amo le buone storie. Alcune storie mi colpiscono, sia che provengano da un libro o da una notizia. La stessa cosa è accaduta per questo album, l’ispirazione viene da fonti differenti, anche se gran parte di esso è stato scritto mentre stavo leggendo la biografia di Carl JungRicordi, Sogni, Riflessioni.

In un’intervista che ho letto, citavi il regista Miyazaki fra le influenze del tuo album. In particolare dicevi che il brano Grey Days ti è stato ispirato da Princess Mononoke, un cartone in cui la distinzione fra bene e male è abbastanza labile. Pensi che sia così anche per la tua musica?

Così, tu credi che nella mia musica non ci sia distinzione fra bene e male?

Penso che viva di contrasti e che spesso la sua bellezza e la sua dolcezza si nasconda proprio dietro le atmosfere più lugubri e spaventose.

Sì è vero, mi sento molto ispirata dai contrasti. Credo che il mondo ne sia pieno. Nella mia testa, Princess Mononoke rappresenta il contrasto fra la natura, il desiderio di preservare le cose pure ed intatte, e il progresso, il bisogno di muoversi in avanti, spesso dominato dal profitto. La grandezza di Miyazaki sta nel tradurre tutto questo in qualcosa di magico e affascinante.

C’è qualche cosa che ti piace particolarmente all’interno dell’album? Mi riferisco ad una canzone o ad un testo che trovi particolarmente significativo?

Credo che la mia canzone preferita sia Iron Moon. È l’ultimo pezzo che ho registrato ma ho sentito subito che aveva qualcosa di particolarmente significativo per me. È stata scritta parzialmente da un nostro amico, Karlos Ayala. Ha composto lui le parti di chitarra, circa due anni fa, e ci ha detto che potevamo farne quello che volevamo. L’ho completata poco prima di andare in studio. Credo che racchiuda tutto il mood dell’album e che in un certo senso faccia da collante a tutti gli altri pezzi.

È un brano che mi ricorda certe atmosfere dell’ultimo album di Scott Walker. Lo hai ascoltato?

Sì, e mi è piaciuto moltissimo! Ma non credo che sia stato quello a influenzare il pezzo. Anche se è un grande disco, non saprei. Forse certe parti di batteria, la sua pesantezza, certe sensazioni sgradevoli.

Ci sono artisti con cui ti piacerebbe collaborare?

Sì, tantissimi. A dire il vero in questo momento sto lavorando su qualcosa di molto interessante. Ma è ancora troppo presto per poterne parlare.

Nonostante tu sia molto giovane, sei sulla scena da più di dieci anni. Mi parli un po’ delle tue prime esperienze legate alla musica?

Vedi, mio padre suonava in una band. Lui e il suo gruppo provavano nello studio che avevamo in casa. Quindi è da quando sono nata che vedo attorno a me strumenti e dischi. Sono sempre stata molto curiosa a riguardo, però ricordo che le prime cose a cui mi sono appassionata sono state le colonne sonore, perché amavo guardare i film e a casa mia se ne vedevano sempre moltissimi.

Ti ricordi da quando hai iniziato a provare questo fascino per l’oscurità?

È stato quando ero molto piccola. Ma non o mai pensato a queste cose come a qualcosa di oscuro. Me le sono sempre  immaginate piuttosto come la realtà delle cose. Da quando avevo sette anni ho iniziato a scrivere poesie, perché mi piaceva descrivere quanto era strano il mondo e quanto strana è la realtà. So che la gente pensa che la mia musica sia oscura, ma davvero si basa su come vanno le cose nel mondo. Prendi il brano Iron Moon: parla di un operaio della Foxconn Corporation, un ragazzo che lavorava e viveva in una zona molto povera della Cina chiamata Shenzen. Questo ragazzo amava i libri e avrebbe voluto fare lo scrittore. Iniziò anche a scrivere, ma sentendosi intrappolato nella realtà della fabbrica si suicidò lasciando dietro di sé delle poesie fantastiche. È una storia realmente accaduta ed è molto oscura e triste, ma per me rappresenta anche il trionfo dell’arte, perché ora le persone possono leggere le sue poesie e trovarle fantastiche come è successo a me. Per questo motivo non chiamerei la mia musica “oscura”. Preferisco chiamarla “reality music”.

Spesso sei stata associata ad un immaginario goth, pensi che questo termine sia adatto alle tue canzoni?

Bisogna intenderci su cosa vuol dire goth music. Perché spesso la gente la usa riferendosi a certa musica degli anni ’80. Tutte cose che per la verità non ho mai ascoltato molto. In passato mi piacevano cose come Cocteau Twins e Depeche Mode, ma credo che il termine goth, in generale sia sovrautilizzato e che abbia perso un po’ del suo significato.

È stato facile trasferire dal vivo le imponenti sonorità di Abyss?

Per niente, ma è già un po’ di tempo che il tour è iniziato e ormai abbiamo fatto parecchia pratica. Ce la stiamo mettendo tutta perché i nostri show siano heavy almeno quanto su disco, se non di più, in modo da dare una nuova dimensione ai pezzi e renderli più interessanti.

Quanto ti senti matura oggi come performer?

Sicuramente è stato molto utile trarre ispirazione dalle band con cui abbiamo suonato. In particolare dai Russian Circles. Loro sono in tour da molti anni e vederli suonare tutte le sere è stato fantastico. Un’altra band che amiamo molto sono i True Widow. Adoro il modo in cui approcciano i live, inoltre hanno un modo molto rilassato di stare sul palco ed è chiaro che a suonare si divertono molto. Abbiamo suonato con i Queens of the Stone Age, che credo siano una delle migliori band in circolazione. Sanno veramente come divertirsi in tour. Trattano molto bene la loro crew e le altre band. Talvolta crescere come gruppo non è una cosa strettamente musicale. Ha a che fare con il sapersi relazionare agli altri e saper vivere al meglio la vita in tour.

Prima di lasciarci mi piacerebbe sapere se avremo la possibilità di vederti dal vivo qui in Italia.

Penso proprio di sì. Purtroppo non in questa fase del tour, ma abbiamo in programma un altro set di date nel 2016 e credo proprio che passeremo anche dall’Italia.