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di Nicholas David Altea

Rumore è una rivista fatta di musica, ma prima ancora è fatta di persone. Nei sui primi 25 anni di vita (26 di vita editoriale) è stata (ed è) un crocevia per tanti giornalisti e firme di livello. Con molti dei quali rimane un rapporto di stima che continua ben oltre le proprie posizioni e schieramenti musical-giornalistici. Fabio De Luca è sicuramente uno di questi. Giornalista e dj, ha scritto per Rolling Stone – di cui è stato vice direttore –, Marie Claire, XL e ha pubblicato due libri Discoinferno (ISBN, 2006) e  Mamma mamma, voglio fare il dj (Arcana, 2004). La radio fa parte della sua vita sin dagli inizi. Attualmente collabora con il progetto #AudiORama e ogni martedì sera potete ascoltarlo sulle frequenze online di Casa Bertallot con il suo programma The Tuesday Tapes. Una selezione notturna di musica senza barriere e senza muri. Riusce però sempre a trovare un legame, mette in scia un artista dopo l’altro nell’accezione più esplicita di musica a 360° nel mondo del non scontato. Rumore ha da qualche mese festeggiato anche il 300esimo numero e per l’occasione si era scritto delle nostre 300 canzoni più rumorose. Da Fabio De Luca ce ne siamo fatte scegliere 30 legate al suo programma radiofonico. Giusto per farvi un’idea e per proseguire nella lettura dell’intervista che gli abbiamo fatto dove ci siamo fatti raccontare come è cambiata la musica scritta, ascoltata e trasmessa negli ultimi 25 anni.

“Trenta pezzi tra quelli suonati fino ad oggi nella seconda stagione di Tuesday Tapes, tra ottobre e oggi”


Seguite il nostro profilo su Spotify. L’archivio del podcast di Tuesday Tapes lo trovate qui e i link per abbonarsi al podcast via iTunes sono qui

“Come ogni martedì sera iniziamo questa ora di musica profondamente sbagliata”. Ho riso molto quando ho sentito questo attacco. Diciamo che The Tuesday Tapes propone quello che, in altre radio, potrebbe essere difficile proporre. Un pezzo così soft e riflessivo di Tim Burgess + Pete Gordon sarebbe non proprio “radiofonico”. Anche per questo intendi “sbagliata”?

Fabio De Luca: “Sì e no, in realtà… Tempo fa sentivo Musical Box su RAI Radio2, e Raffaele Costantino ha iniziato senza manco dire buonasera con un pezzo lunghissimo e iper-atmosferico di Veyl… E se adesso, in questo preciso istante, aprissimo la app di WNYU New York, probabilmente sentiremmo un pezzo kraut rock. In realtà ascoltare musica bizzarra o non allineata alla radio oggi è molto meno difficile di un tempo… Per dire: Gilles Peterson ha aperto la sua webradio lo scorso autunno, WWFM, e dentro ci sono tutti i suoi amici, gente con un gusto superlativo…”.

Ascolta “The Tuesday Tapes | 17 Gennaio 2017” su Spreaker.

Ok, appurato che The Tuesday Tapes non è un’alternativa alla radio tradizionale… qual è il suo ruolo allora?

Fabio De Luca: “Dal punto di vista strettamente personale, questo è il programma che sognavo di fare quando avevo tipo 19 anni! La house era appena uscita, ma c’erano anche i Pixies, le prime (costosissime) ristampe sixties, le raccolte di Brazil classics della Luaka Bop… però non avevo né la conoscenza, né l’esperienza, né – soprattutto – i dischi… Adesso sì, e alla fine The Tuesday Tapes più che un lavoro giornalistico è soprattutto un esercizio di stile: far coesistere in maniera coerente, in 60 minuti, ambient, afro, acid, swamp-house, un 45 giri garage di una band mid-60s del Michigan, una traccia della L.I.E.S., un gruppo sub-Strokes francese che però ha azzeccato un pezzo… E ‘in maniera coerente’ significa che il 60% lo fanno i pezzi, ma il 40% lo fa il flusso, la sequenza – e qui se vuoi entra quella famosa curatorialità di cui tanto si riparla da un paio d’anni, o più banalmente la manualità da dj, inteso come colui che programma una sequenza avendo in mente un determinato effetto emotivo”.

Non c’è nulla di “profondamente sbagliato” in questo, mi pare…

FDL: “No, infatti. Ma anche sì, perché le regole della verticalità e del buon senso suggerirebbero il contrario: il programma house; lo show northern soul; l’ora del revival new beat… Ed è vero, perché in questo modo puoi profilare online il tuo potenziale pubblico al millimetro. Però, boh, a me piace pensare che ci sia qualcosa di molto ‘di oggi’ in un contenitore che passa da una traccia tedesca del 1985 shazammata da East Village Radio la sera prima nello show di Veronica Vasicka, a un pezzo tirato giù da Bandcamp, a una roba dream wave appena uscita su cassetta, a un 12” con un dub dei Talking Heads che ho comprato quando avevo 15 anni e che – incredibilmente – non si trova né nel circuito dei FLAC-blog che rippano vecchie cose new wave, né su Spotify…”

Qui però parli di formati più che di generi musicali, io invece volevo capire se dopo che tutti hanno fatto la propria recensione su Facebook del nuovo disco degli xx uscito due ore prima – e dato il loro sacro giudizio in 3-4 ascolti quando va bene – ti viene ancora voglia di passare gli xx.

“Ah ah, sì, la tentazione bastiancontraria punk c’è sempre: Che mi frega degli xx, sentiamo Am Kinem invece!’. Ma poi mi contraddico, perché alla fine gli xx mi piacciono e li suono, però voglio anche la libertà di riservare parte del mio tempo/attenzione/ammmore per una roba indifendibile, al confronto – chessò, un gruppo shoegaze della periferia di Tokyo sentito per pura coincidenza su Bandcamp, e che ha, per culo, azzeccato un pezzo.

Si ragiona per singoli, praticamente…

“Per certi versi è irrilevante che un gruppo abbia fatto un buon album: a me basta abbia fatto un pezzo strepitoso. Sì, è un ragionare più da dj che da critico musicale, ma la messa cantata sull’album ‘imperdibile’ mi ha sempre fatto venir voglia di 45 giri. Non tanto per la liturgia in sé – che ha ovviamente il suo fascino – ma per la prevedibilità che si porta dietro, per l’automatismo ’emotivo’. Poi tieni conto che sono cresciuto in un’epoca in cui l’album era ancora un modello di dirittura morale e serietà artistica, mentre da ragazzino io spendevo tutti i soldi in 45 giri import e raccolte di oscuri sotto-generi o sampler di etichette neo-zelandesi. Gli album dei Pink Floyd li ho comprati dopo i 30”.

The Tuesday Tapes esiste, se non sbaglio, dall’ottobre 2015, ma tu proponevi ‘musica sbagliata’ in radio già molto prima. Cosa c’era di differente?

“In termini di libertà, per fortuna, niente. In termini di mondo che c’era attorno, di scenario, è cambiato praticamente tutto. Io sono entrato a Planet Rock su RAI Radio1 nella sua fase finale, nel 1995 – fra l’altro: accanto a conduttori come Luca de Gennaro e Riccardo Pandolfi, che per anni avevo ascoltato nella mia cameretta in programmi come Stereodrome, Master o lo stesso Planet Rock… Praticamente avevo imparato a fare la radio da loro, e adesso ero accanto a loro. Non so se esiste qualche caso simile nella storia del rock: forse, sì, John Frusciante che viene preso nei Red Hot Chili Peppers dopo essere stato un loro fan sin dall’età di 15 anni! Poi nell’autunno del 1997 abbiamo creato Suoni & Ultrasuoni, sempre su Radio1, che era la prosecuzione di Planet Rock con un’apertura ancora maggiore a elettronica, drum&bass…”

Quell’anno, il 1997, è stato molto importante per quel tipo di elettronica.

“Direi: era l’anno in cui uscirono Homework dei Daft Punk, Premiers Symptômes degli Air (Moon Safari sarebbe arrivato subito dopo, nel gennaio 1998). Fatboy Slim aveva appena pubblicato Better Living Through Chemistry, mi pare… o forse era uscito l’anno prima, ma noi lo scoprimmo con mesi di ritardo – per dirti come allora era diversa la stessa nozione di ‘novità’…”. 

Tutto era dilatato, e perfino la notiziabilità di un nuovo artista o un nuovo album aveva un ciclo di vita mediamente lungo rispetto ad oggi.

“Infinitamente più lungo… Soprattutto, era un’epoca in cui essere ‘esperti’ a 360° era incredibilmente facile, se eri curioso e avevi chiara in testa la mappa delle fonti utili. Leggere con regolarità The Face, NME, Select e Spin ti permetteva di essere veramente aggiornato su tutta la musica, ma pure sugli scrittori emergenti, sui nuovi registi. Se eri particolarmente curioso, andavi a cercarti pure qualche rivista un po’ più underground: tipo Dazed & Confused, che allora era proprio agli esordi; oppure Sleaze Nation, che invece era un curatissimo magazine londinese di street style e cultura post-fashion, durato solo un paio d’anni. Ma pure Wallpaper, che agli inizi era una rivista nerd e geniale (l’ossessione di Tyler Brûlé per le compagnie aeree, le divise delle hostess, i piloti…) e aveva un folle approccio marxista alla neo-borghesia europea. Con un mio carissimo amico (e futuro coautore di Discoinferno), Carlo Antonelli, un paio di volte all’anno andavamo in questa libreria di Modena a comprare delle riviste che in Italia trovavi solo da loro… magazine giapponesi di moda, cataloghi californiani di font, le prime riviste francesi di foodies… Poi lui, Carlo, leggeva pure Purple Prose e aveva le annate di SemiotextE, per cui da lui cannibalizzavo anche tutte le idee della critica post-strutturalista…”.

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E alla radio, a Suoni & Ultrasuoni, raccontavate l’avvento della modernità…

“Non è che fossimo così moderni, in verità. Avevamo un indirizzo email, almeno dal secondo anno, ma per il resto era un mondo totalmente pre-internet. C’erano zone d’Italia in cui non esistevano negozi di dischi e in cui non arrivavano emittenti ‘alternative’ tipo Popolare/Controradio, per le quali Suoni & Ultrasuoni era l’unico modo per ascoltare i dischi di cui si leggevano le recensioni su Rumore. Se un lunedì annunciavamo che la sera dopo avremmo fatto ascoltare in anteprima il nuovo disco dei Blonde Redhead, oppure un concerto degli Stereolab registrato a Torino, già dal pomeriggio del martedì gli ascoltatori iniziavano a lasciare messaggi carichi di impazienza in segreteria telefonica. Era solo due anni prima dell’esplosione di Napster – e alla fine solo otto anni prima del lancio in beta di Spotify – ma era un mondo ancora rurale, al confronto. Io ero ancora abbastanza giovane e spensierato per non pensarci, ma a rifletterci oggi fu un momento incredibile. Una attenzione così focalizzata da parte del pubblico, ma anche una fedeltà, oggi sono quasi impensabili”.

Ascolta “The Tuesday Tapes | 07 Marzo 2017” su Spreaker.

Il pubblico ora com’è? Più distaccato di un tempo o diversamente attento?

“È, soprattutto, un pubblico abituato a essere immediatamente soddisfatto. Che si stufa (e ti molla) se non ha subito quello che vuole, perché è abituato a procurarsi quello che desidera quando lo desidera (una canzone su Spotify, il sushi via Foodora, una macchina con Enjoy). Vale ovviamente per tutto – ristorazione, magazine online, format televisivi –– ma il luogo in cui “noi” lo abbiamo visto succedere in maniera quasi archetipica è la pista da ballo. Dopo Napster e dopo iTunes, con la nascita del “popolo delle playlist”, la tolleranza verso tutto ciò che non fosse conosciuto o riconoscibile è immediatamente crollata. Daniele Baldelli ai tempi del Cosmic – che, ricordiamolo, era un locale commerciale, nel senso che ci andava “la gente”, non solo gli alternativi – poteva permettersi di suonare mezz’ora di roba oscura prima di lanciare una o due hit del momento, e non solo nessuno protestava, ma anzi l‘attesa delle hit era parte del divertimento…”

Ora c’è un livello di concentrazione mediamente più basso. Pensa solo a quanta gente non arriverà nemmeno a leggere questa domanda e sarà già sulla pagina di GialloZafferano per cercare una ricetta, o su Amazon per comprare un disco citato qualche riga più in là, mentre nel frattempo Discover Weekly di Spotify gira a ciclo continuo e le notifiche di Facebook scorrono veloci a causa del flame sull’ultimo party milanese. L’attenzione e i minuti contati cambiano le carte in gioco anche per una radio, immagino.

“Leggevo qualche tempo fa – in un ennesimo flame su Facebook, appunto – che i conduttori dei grossi network radiofonici, sullo schermo del computer della messa in onda hanno una barra segnatempo che indica esattamente quanto manca alla fine del bianco e all’intro del pezzo successivo, e tutti gli interventi devono essere esattamente di quella durata, sempre uguale, calcolata sul limite massimo di attenzione dello spettatore medio. Ovviamente, la rotazione musicale è ugualmente calcolata per massimizzare la fedeltà e minimizzare il ‘bounce rate’. Io trovo sempre affascinante che l’attenzione oggi sia una scienza (quasi) esatta. Soprattutto perché, se conosci le regole, puoi anche decidere di giocare una partita completamente diversa, ma saprai come usare a tuo vantaggio dei meccanismi che sono universali. Una playlist costruita con intelligenza serve anche alla radio più antagonista; guardarsi una decina di TED Talk per capire quali sono i tempi che funzionano quando si usano le parole, è una cosa che può essere utile anche a un podcaster che parla di videogiochi; gli strilli in copertina su Rumore sono scelti per mandare un messaggio molto preciso all’attenzione selettiva dei potenziali lettori; The Tuesday Tapes non parla al pubblico di RTL101, ma le regole dell’attenzione (per parafrasare Bret Easton Ellis) sono le stesse”.

È l’attenzione il “nemico” da sconfiggere? Oppure le regole?

“Una cosa all’apparenza banale, ma in realtà molto interessante, l’ha detta qualche settimana fa il director of economics di Spotify, Will Page, in una conferenza alla Music Business Association di Londra: il competitor di Spotify non è Deezer, non è Apple Music, è Netflix. If I’m bingeing on Netflix, I’m listening to music less… the first thing we’re competing for is attention, and we’re competing against other forms of media’. In questo senso, provando a fare un po’ di futurologia, l’avvento delle self driving car rischia di essere il vero killer dell’industria dello streaming, della radio e del podcasting: perché – avendo gli occhi e le mani libere – è più probabile che tu scelga un videogioco, o di guardare una puntata di Homeland…”

Quanto ci metti a “costruire” una puntata e qual è il metodo con cui scegli la traccia di apertura del programma?

“Ho una playlist ‘incrementale’ di iTunes in cui, mano a mano che ascolto dischi nuovi (oppure vecchi che per qualsiasi ragione mi tornano in mente), riverso costantemente pezzi ‘che potrebbero funzionare’. Tutto insieme, senza distinzioni di genere. Per ogni puntata ho in genere tre o quattro pezzi ‘chiave’ che (più nella mia testa che altro) determinano il mood, e attorno a cui costruisco il resto. Come dicevo prima, la sequenza è importante quanto la scelta dei pezzi. Direi che è questa la parte su cui investo più tempo: quali pezzi mixare tra loro, dove intervenire col parlato… Anche se la sequenza non è per forza ‘lineare’, quel che conta è che ci sia è un groove che accompagni l’ascoltatore dall‘inizio alla fine”.

Poi crei una interconnessione tra un brano di una band che su Facebook arriva a malapena a 300 fan – The Talkies – e un’altra band traslata indietro di circa 30-35 anni come i Game Theory. Non è solo ricerca nel passato, ma anche nel presente. Trovare affinità, parentele, discendenze.

“Ma questo in realtà è un processo molto istintivo, di associazione. È un lavoro più “pittorico” – se mi passi il termine – che giornalistico. Ha più a che fare con l’accostamento di colori. Nel caso dei Talkies, che credo di aver scoperto per caso, perché li menzionava in un post una mia amica di Boston, l’assonanza con i Game Theory mi è saltata all’orecchio immediatamente, ed era una buona scusa per ascoltarli. Il Paisley Underground e le produzioni di Mitch Easter sono state una mia mania assoluta per un paio d’anni, attorno al 1987, e Lolita Nation dei Game Theory è uno dei pochi dischi che oggi non suoni irrimediabilmente datato”.

Parlavamo prima di recensioni immediate su Facebook, tempo di ascoltare due volte un album per eleggerlo a disco dell’anno o peggior lavoro di una qualsiasi band. Amata, odiata e denigrata in tempo zero. Scrivere il post prima di tutti. Scrivere la recensione prima degli altri. Quando scrivevi per Rumore – tra il 1993 e il 2004, mi pare – come lo affrontavi un disco?

“Studiavo molto, nel senso di cercare di scrivere delle cose solide, magari concettualmente discutibili, ma inattaccabili nella sostanza. Rumore tradizionalmente aveva – e mi auguro abbia ancora – un pubblico di lettori incredibilmente cagacazzo, perché molto preparati e molto appassionati. Allora non c’era Facebook, ma ti capitava di incontrarli ai concerti, e potevano essere alquanto litigiosi. Riguardo al rapporto con l’hype… beh, tra il 1997 e il 2000 abbiamo dovuto accompagnare la trasformazione in mainstream di tutta una serie di suoni nati underground – pensa solo agli Oasis, o a Jovanotti che chiamava i CSI per aprire i suoi concerti – il che per certi versi ha significato rifondare l’identità nostra e dei nostri lettori. Eravamo sul serio quelli che avevano scritto di quei fenomeni ‘prima di tutti’, e ora li vedevamo diventare cultura di massa, ma cultura di massa per davvero: non come gli Smiths a Sanremo nel 1987, che passarono all’una di notte e non se ne accorse nessuno…”.

Ho i brividi quando leggo di gente che millanta di non comprare più riviste musicali italiane… È stato un fallimento per parte del giornalismo musicale italiano, o è la normalità?

“Bisognerebbe distinguere tra crisi del modello editoriale e crisi della critica musicale italiana, innanzitutto… Sul modello editoriale il discorso forse è troppo lungo per affrontarlo qui. Sull’altro punto… beh, in Italia la critica musicale – ma pure i suoi utenti – nascono in una stagione ben definita e fortemente politica: quella della sinistra extraparlamentare, di riviste come Muzak e Gong. C’è un paper di Simone Varriale che ricostruisce con grande precisione questo periodo in una ricerca per il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Warwick. Quell’imprinting  – soprattutto in termini di profonda diffidenza verso il pop – ce lo siamo portato dietro anche in stagioni post-politiche come gli anni ’80, ’90 e Duemila”.

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I mostri sono stati creati dai giornalisti musicali e poi si sono ribellati e siamo arrivati a questo punto?

“C’è sempre stato un moralismo sottointeso, in chi scriveva come in chi leggeva. Ricordo quando, su Rockerilla, Guido Chiesa da New York raccontava, con un’angolazione ovviamente sociale oltre che musicale, gli esordi di Public Enemy e De La Soul, e i lettori riempivano la pagina della posta di lettere Venduti, allora chiamatevi Raperilla!’. La stagione che ha prodotto la critica musicale in Italia è la stessa che ha prodotto i cantautori, che hanno creato una spaccatura insanabile, ad esempio, con la disco: se eri di sinistra ascoltavi i cantautori o gli Area; se andavi in discoteca la domenica pomeriggio, era di destra. Questa spaccatura l’abbiamo coltivata con amore fino all’altro ieri: il rap era merda, era musica ‘venduta’ perché ritmica; la house era merda, perché era musica per ballare. Per riuscire a dare dignità a rap e house presso i lettori italiani, ci si è dovuti infilare in discorsi pesantemente politici o sociologici, comunque accolti con diffidenza. Venuto meno il conflitto, caduti i grandi schieramenti contrapposti, la critica musicale nostrana – o meglio, le riviste – hanno perso il proprio ‘ruolo morale’ presso i lettori. Non quello informativo: buoni articoli di approfondimento se ne leggono ancora, ma forse non è abbastanza per creare comunità, identità, coinvolgimento emotivo, motivazione all’acquisto…”.

Non voglio pensare che sia impossibile, perché non è così. Rumore ha anche giovani lettori, comprano la rivista e si piazzano davanti a Spotify, acquistano i dischi, vanno ai concerti, frequentano i festival estivi. Però avvicinare alla carta un lettore con un’età mediamente giovane è difficile, o comunque non facile. Un po’ come per la radio. Mi sbaglio? Passare dalla rete per arrivare alla carta può funzionare secondo te?

“Dovresti dirmelo tu, che sei la nuova generazione! Dovrebbero dircelo i vostri lettori ventenni… “.

Io un’idea ce l’ho, diciamo anche abbastanza precisa. Una griglia mentale con una decina di punti che cerco di non perdere di vista. Però adesso mi interessava il tuo punto di vista.

FERMATE / LA STORIA, come diceva uno dei meme grafici dentro Generazione X di Douglas Coupland… Boh, se leggo Noisey –– che è un esperimento interessante, perché è interamente fatto da persone sotto o appena sopra i 30 anni, e destinato principalmente ai venti-e-qualcosa – capisco la dinamica cazzara/nerd/colta, ma mi sfugge completamente quale sia il collante che tiene insieme i loro lettori. Il LOL? Una misto di cazzutaggine grindcore e “casual dating” con M¥ss Keta? Forse un collante non c’è, e pure loro navigano a vista, a istinto. Forse bisognerebbe smettere di occuparsi dei ventenni e pensare invece alla vera rivista del futuro: un magazine-cantiere per lettori umarell, gli stessi – probabilmente – che leggevano ‘Rumore’ nel 1997. Accompagnarli nei loro ultimi anni di vita semi-funzionale, agevolare l’eutanasia dei loro gusti musicali. Qualcuno dirà che le riviste musicali italiane già sono esattamente questo, ma secondo me andrebbe fatto in maniera ancora più spregiudicata, senza vergogna. Il “Mucchio” dei tempi d’oro citava in tamburino i Blues Brothers come “spiritual guidance”: io vorrei una rivista che avesse come spiritual guidance il dottor Kevorkian. Reynolds ha teorizzato la retromania come una forma di nostalgia: forse è arrivato il momento di spingersi oltre, e provare a leggerla come il marcatore di un Alzheimer culturale. C’è quasi sempre, nell’Alzheimer, una fase (ricorrente) nella quale il paziente è agitatissimo e chiede di “tornare a casa”, anche se in quel momento si trova nella casa in cui è vissuto tutta la vita. Leggete le timeline di Facebook dei vostri amici ultra quarantacinquenni, guardate in controluce i gruppi ‘nuovi’ per cui s’infiammano (Sleaford Mods…), vedrete esattamente questo. Una disperata richiesta di tornare a casa”.

Dal 2007 al 2014 sei stato vicedirettore di Rolling Stone Italia. Non sono pochi sette anni a RS. E in quel momento c’è stata anche un’accelerazione notevole: pensiamo solo da MySpace a Facebook che è stato un salto triplo nel web 2.0. Che dinamiche hai percepito cambiare attorno a te, sia nello scrivere di musica, sia nell’indirizzare un giornale musicale – anche se RS non è solo musica – in una direzione invece di un’altra?

“Dall’interno – come spesso capita con le accelerazioni – la situazione era più simile a quella della rana messa nella pentola d’acqua fredda che si riscalda lentamente fino alla mattina in cui ti svegli e: Ops, Newsweek manda in edicola la sua ultima copia cartacea!… Di certo, ho avuto il privilegio di vedere dall’interno un intero modello di business nel momento della sua trasformazione: quando sono entrato a RS, le pagine tabellari (cioè la pubblicità) erano ancora la principale, e solida, fonte di reddito del giornale. Negli ultimi due anni, l’asset principale era diventato la creazione di eventi e la consulenza per eventi di terzi: il ‘subaffitto’ del brand, per certi versi. Ciò che si è riusciti (spesso, non sempre) a fare con RS in quegli anni, è stato di mandare in edicola un giornale d’avanguardia utilizzando il piede di porco delle icone del passato, le più banali (ma per questo universali) che ti possano venire in mente: Marley, Hendrix, i Clash… Fuori c’erano le icone trombone da zainetto delle scuole medie: dentro trovavi un’intervista di quattro pagine con Hans-Ulrich Obrist, o un servizio fotografico (ai limiti della censura) sugli scambisti svizzeri hardcore ultrasettantenni, o la ricostruzione della storia editoriale di Cronaca Vera, o un cruciverba con definizioni per espertoni della storia del rock, o il racconto di una serata in giro per Roma con Kevin Shields… I lettori un po’ capivano e un po’ si fidavano, salvo poi incazzarsi come bestie quando mettemmo in copertina Berlusconi (disegnato da Shepard Fairey, quello del poster “HOPE” di Obama) – ma era il 2009, i flame su Facebook non erano neanche lontanamente paragonabili a quelli di oggi. Quel che è certo, a posteriori, è che le possibilità della Rete le abbiamo appena sfiorate: meglio hanno fatto in questo senso (forse) quelli che hanno rilevato il marchio dopo di noi”.

Chiudiamo così: ci sarà una festa di Tuesday Tapes?

C’era (oddio, in realtà c’è ancora) un ambiziosissimo progetto di tre eventi – tre martedì in tre diversi locali di tre diverse città italiane –– in un orario molto poco clubbing (dalle 19.00 alle 23.00), con micro-live di band improbabili, installazioni di pseudo-arte, e un ghetto blaster che manda un loop dei Whitehouse nella toilette… Non l’ho portato avanti semplicemente perché ci voleva troppo tempo e troppo impegno, ma magari la prossima stagione, chissà. Intanto sabato 11 marzo a Body Heat – che è una pop-up disco che apre un sabato ogni tanto in un karaoke bar in zona Paolo Sarpi, a Milano – abbiamo una Tuesday Tapes Room in una delle salette laterali: un dancefloor da 15 persone, massimo 20… Ci sarà un sound system molto potente, le proiezioni psichedeliche sulle pareti, e soprattutto i palloncini. Che, come ben sapeva David Mancuso, sono la cosa più importante di una festa…”.

 

L’archivio del podcast di Tuesday Tapes lo trovate qui e i link per abbonarsi al podcast via iTunes sono qui.


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