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editoriale_300

di Rossano Lo Mele

Dice, scusa: una cosa non ho capito. In che senso intendi le 300 canzoni più rumorose di tutti i tempi? Bella domanda, risposta impossibile. Ma proviamoci. Questa rivista è nata 25 anni fa. Nel senso che a marzo 2017 festeggia 25 anni di vita come li festeggerebbe un essere umano, mentre editorialmente siamo già entrati nel 26° anno. C’è il palcoscenico e c’è il dietro le quinte. Su palcoscenico accadeva che in quegli anni di nascita con audacia, visione ed effetto C “Rumore” riuscisse a posizionarsi alla confluenza di diverse scene musicali. Sino a quel momento carbonare e poi di colpo emerse. La cronaca, in sintesi: il grande rock del nord-ovest statunitense (Nirvana, Pearl Jam, Soundgarden, Alice In Chains, Screaming Trees e così via, vedi alla voce grunge). L’esplosione della musica urban e dell’hip hop, specie se assemblato all’hard rock, da cui nacque il cosiddetto crossover (Korn, Limp Bizkit, Anthrax coi Public Enemy). La rinascita del punk commestibile negli Stati Uniti (Green Day, Offspring, la Epitaph), la seconda ondata della brit(pop) invasion (Oasis, Blur, il post-baggy/shoegaze e Stone Roses, Pulp, Suede, Radiohead). E ancora: lo sdoganamento della dance presso un pubblico rock (Chemical Brothers, Underworld, Subsonica) e quello del metal presso un pubblico più ampio (Sepultura, Pantera). L’elettronica di ricerca (DJ Shadow, Roni Size, per certi versi l’industrial dei Nine Inch Nails) che diviene fenomeno non di massa, ma quasi. La narrazione del pensiero debole del rock, sia esso il lo-fi (Sebadoh, Pavement) o la galassia post-tutto, generata dalla coda di un piccolo grande gruppo chiamato Slint (Tortoise, June Of ’44 e la scena di Chicago). Senza dimenticare il RUMORE: le increspature del rock che si allargano fino a incuriosire fette di pubblico e lettori sempre più vaste (Sonic Youth, Shellac, Fugazi, Swans).

Qualcosa lo scordo di sicuro, ma più o meno questo era lo scenario, Poi c’è il dietro le quinte. Fatto di riunioni redazionali antinebbia, servizi e articoli inviati col floppy disk sperando il servizio postale (contaci) non si mettesse di traverso. Le prime connessioni con sinfonia di modem annessa, con la preghiera che l’invio delle recensioni fosse completo e che di là le ricevessero. A quell’epoca il sistema era binario: l’informazione veniva prodotta/cercata su carta, la musica veniva ascoltata su disco o alla radio/TV. Cambiato tutto: ma tutto tutto. Quel tutto che sta dentro uno schermo enne pollici, piccolo o grande che sia. La musica, l’informazione e la sua analisi. Web, social media, blog e piattaforme varie sono ormai un grande Tripadvisor della critica, musicale e non. Siamo qui per una serie di ragioni troppo lunghe da spiegare in un editoriale, ma in sintesi perché crediamo ancora in una forma di cronaca musicale “verticale”. Realizzata da persone che sappiano armonizzare la visione storiografica di quello che chiamiamo rock con le spinte della contemporaneità. No tempeste ormonali editoriali del qui e adesso, nuovo, subito e per poco. No assopimenti dentro la tranquillizzante classicità che mai falla e si racconta da sé da decenni. Quel qualcosa che sta in mezzo, impreciso, imprendibile, ineffabile, incompiuto e che prima o poi si realizzerà, inevitabilmente.

Il numero 200 lo festeggiammo con la lista dei nostri 200 dischi più rumorosi. Col 300 abbiamo deciso di passare invece alle canzoni. Rumorose, dicevamo, sì, ma in che modo? Premesso che: 1) è tutto un gioco, chiaro 2) da sempre le classifiche, come le enciclopedie, sono fatte per evidenziare subito quello che manca, non quello che c’è 3) la scelta è stata operata da tutto lo staff redazionale (allargando a un po’ di firme storiche di ieri, che voglio sentitamente ringraziare: Cesare Lorenzi, Massimiliano Bucchieri, Raoul Duke): quindi siamo alle solite, si parla di una oggettività soggettiva. Tutto ciò premesso, la lista che trovate fra qualche pagina è stata creata tenendo conto di alcuni dati. Essenzialmente tre: l’identità anagrafica del giornale, il peso della storia, gusti e visione di chi l’ha compilata. Vi farà arricciare, può essere. Ma, male che vada, alla fine avrete messo in fila una possibile colonna sonora per i prossimi mesi (e di 60 anni abbondanti). Infilata su apposita playlist Spotify? Su 12 audiocassette? Rispolverando i dischi in archivio che quelle canzoni contengono? Correndo dal negoziante di fiducia o su amazon perché mortalmente incuriositi da qualcosa che non conoscevate? Ipotesi.

300 canzoni, e una ragione c’è: a ben pensarci la canzone è forse l’unico formato artistico narrativo a non essere invecchiato. Abita a suo agio i tempi dell’attualità, fatti anche di YouTube, distrazione virale, autoradio in coda, barre orizzontali inesorabili che scorrono lentissime su lettori mp3. Un formato immortale. Quindi buona lettura e (ri)scoperta. Buon 2017 a voi e auguri a noi per i nostri primi 300 colpi, sperando di trascorrere assieme anche i prossimi anni e numeri. E una confessione: mandare in edicola questo speciale è stato così faticoso che il tormentone redazionale è ormai diventato: meno male che il numero 400 è lontano.


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