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Di Stefania Ianne

Una giornata uggiosa, un’estate uggiosa. Il mondo musicale si è trasferito a Glastonbury per il festival più fangoso della storia. Il resto di Londra è depresso dall’esito del referendum che ha decretato l’uscita dall’Unione Europea. Ma c’è spazio per la gioia. A Londra il carnevale di Pride, la parata dell’orgoglio LGBT, è nelle strade mentre allo stesso tempo una parata militare si annoda lungo vie alternative: c’è spazio per tutti a Londra. Per quanto riguarda la musica, mentre i ragazzini si dividono tra Adele a Glastonbury e Rihanna a Wembley, io mi reco a Fulham per un festival relativamente minore, lontano dagli isterismi e dal fango: il Flow, organizzato da Nile Rodgers, e diviso in tre giornate di musica prevalentemente anni ’80 – con l’opportunità per Rodgers di unirsi ai vari musicisti e divertirsi sul palco.

Il mio arrivo nello spazio festivaliero è accompagnato dalla musica disco. I volumi consentono l’ascolto da distanze notevoli. Camminiamo verso il festival accompagnati dalle note di classici di Diana Ross e Sister Sledge, gli Chic di Rodgers sono sul palco. L’ingresso al palazzo è enigmatico, labirintico, la sicurezza all’ingresso minima. Quasi si dimenticano di controllarci i biglietti. Lo spazio si può definire quasi intimo, a paragone con altri festival. Ci rendiamo subito conto che una seconda barriera che avevo pensato presente per la sicurezza delle persone nelle prime file ci divide invece dallo spazio riservato ai VIP. Ovviamente la stampa è in massa a Glastonbury: non vedo l’ombra di un fotografo, solo tanti telefonini per aria a riprendere la chitarra di Rodgers, accompagnato da due cantanti di grande esperienza e una band completa a ripetere religiosamente classici di sua invenzione prodotti per i nomi più famosi della disco degli anni 70, 80 e del nuovo millennio.

Rodgers, inossidabile, ci accoglie con un sorriso a mezza luna, con i dread lunghissimi e un basco bianco. Salta con il pubblico, balla per quanto possibile dopo l’esperienza del cancro che ha quasi terminato la sua vita. Ce lo racconta nell’introduzione all’inevitabile resa del tormentone dei Daft PunkGet Lucky, anche se iniziato in versione soul dalla voce enorme della cantante solista. All’epoca i dottori gli avevano consigliato di mettere a posto i suoi affari perché gli rimaneva ben poco da vivere: “I went home and cried a little, that was pretty much my affairs taken care of”. E invece ha lottato, e con i Daft Punk è rinato. Da allora ha deciso di lavorare più di quanto non avesse mai fatto. Ed è per questo che continua a produrre.

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Inevitabile durante il concerto anche il tributo a David Bowie: Rodgers è infatti responsabile del suo suono più commerciale, quello di Let’s Dance. E stasera ballano tutti, compresi i pochi bambini nella folla. La performance è da copione ma il risultato è molto allegro e piacevole, con invasione finale di una parte scelta del pubblico a danzare sul palco sulle note di Good Times – la parte rap interpretata da un felicissimo Rodgers, sorriso stampato sulle labbra.

L’umore è positivo, la pioggia ci sta risparmiando, cerchiamo la posizione migliore per Beck. L’attesa nel rivederlo dopo un decennio è grande, intensa. Beck con questo tour sta festeggiando 20 anni dall’uscita di Odelay, come ci ricorda durante la performance, quindi non può non iniziare con Devil’s Haircut. Beck il musicista si divide tra la genialità e la giocosità, Beck il compositore non finisce di stupire e, dato il tema dance del festival, Beck il ballerino non ci delude e ci delizia con le sue mosse da discoteca. Appare minuscolo, in pantaloni e camicia nere con giacca rosa e cappello alto a larghe falde a metà strada tra un mormone e un cowboy. L’apparenza del suo viso eternamente adolescente sembra tradire un patto con il diavolo, o semplicemente l’influenza scandinava della sua eredità materna (il cognome che ha scelto è quello della madre, Hansen).

Beck appare affascinato in egual misura dall’hip hop e dal folk ma nella sua versione, con le chitarre amplificate. Continua a rivoluzionare e a rompere gli stereotipi, anche nella sua vita privata, lontanissima da quella del rocker medio. Sul palco appare fragile, più Woody Allen con gli occhi spauriti in una situazione difficile che Kanye West – ma ipnotizzante. Stasera, sul palco, spreca subito Loser, forse la sua canzone più riconosciuta e più ballata, con Nile Rodgers ad applaudire ai margini del palco. Beck lo abbraccia e lo ringrazia prima di continuare il suo inno ai perdenti.

Sin dalle prime battute l’impronta disco della serata si rispecchia nei ritmi e nei campionamenti ispirati a brani come I feel love di Donna Summer e Billie Jean di Michael Jackson; quest’ultima ripetuta in maniera quasi integrale grazie alla chitarra strepitosa e alla voce di Jason Falkner. Viso alla Mick Jagger, chitarra di tanto superiore a Keith Richards, il chitarrista sembra condensare i Rolling Stones in una persona, anche se musicalmente la sua ossessione sono i Beatles. Un sorriso costantemente aperto, la gioia di suonare personificata: una presenza positiva necessaria a bilanciare l’innata malinconia beckiana.

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Stasera Beck non dimentica un tributo a chi nello stesso momento sta festeggiando in un altro parco della città dopo il Pride 2016: Sexx Laws risuona come un inno cantato e ballato tra la folla come sul palco; mentre un ragazzo coloratissimo, con top arcobaleno e parrucca afro, viene portato in trionfo dai suoi amici a pochi centimetri da me. La barriera VIP ferma l’avanzata ma non l’entusiasmo.

E-pro, estratta da Guero, violentissima finisce la parte principale del concerto. Il ritorno sul palco è dedicato alla presentazione della band durante l’esecuzione della conclusiva Where It’s At. “Pronti per la line dance? Nessun cowboy nella folla?”: Beck ci prende in giro. Wayne Moore al basso prorompe in un tributo a Bernard Edwards, il partner originale di Nile Rodgers negli Chic, riprendendo Good Times. Nel frattempo Jason Falkner alla chitarra gioca con l’introduzione orientale di China Girl di Bowie, con un tocco di Iggy Pop. Il pubblico apprezza, il pubblico balla. A mantenere alto il morale contribuiscono anche la deviazione Autobahn (degli inevitabili Kraftwerk) alle tastiere dell’ex Jellyfish Roger Joseph Manning Jr., e l’omaggio a 1999 di Prince ad opera del batterista Joey Waronker. Stasera viviamo in uno vuoto temporale in cui Bowie e Prince sono ancora vivi e noi siamo ancora parte della comunità europea. Beck, elegantissimo nella nuova giacca attillata bianca con cappello – se possibile – ancora più grande, è l’ospite perfetto: si offre di farci un massaggio, è pronto a fare tutto per farci stare bene, adesso che ci conosciamo meglio. Ma il tempo è scaduto, prima che me ne renda conto l’artista ha già lasciato il palco e i visi sorridenti del gruppo ci salutano prima di svanire nel buio del backstage. Domani è un altro giorno, domani c’è un altro concerto, nella bolgia commerciale di Glastonbury. Sono felice di averlo evitato per un live più intimo, meno affollato e nemmeno bagnato: un concerto fortunato.

Setlist:

Devil’s Haircut
Black Tambourine
Loser
Ghettochip Malfunction (Hell Yes)
Mixed Bizness
Sissyneck (Billie Jean)
Qué Onda Güero
The New Pollution
Go It Alone
Think I’m in Love (I Feel Love)
Dreams
Girl
Sexx Laws
E-Pro

Encore:
Where It’s At (Good Times, China Girl, Home Computer, 1999)