capovilla

di Barbara Santi

 Qualità indispensabile per un musicista e compositore degno di tal nome è l’autenticità. Dote che certo non manca a Pierpaolo Capovilla, uno dei personaggi più controversi e discussi dell’indie rock tricolore. Istrionico, affascinante, irrequieto, sensibile, selvatico, mai conciliante, a volte indisponente, finanche irritante, nel tempo è riuscito insieme ai suoi sodali ad assicurarsi un pubblico fedele. D’altro canto anche il carattere è indispensabile e il Nostro, prima con One Dimensional Man, poi con Il Teatro Degli Orrori e, infine, con l’esordio individuale, ha dimostrato di averne da vendere. Perché ciascuna di queste esperienze ha lasciato il segno: piaccia o no. Inquieto, si diceva, innamorato della poesia, di certo teatro e ovviamente della musica, tra un disco e l’altro si è dedicato alle letture: una di queste è La religione del mio tempo, il reading dedicato a Pasolini e condiviso con Paki Zennaro, di cui è stato recentemente pubblicato un dvd che lo documenta. È altresì notizia fresca che il 2 di ottobre uscirà il nuovo e omonimo album de Il Teatro Degli Orrori. Nel frattempo, partendo dall’esperienza di Obtorto collo, abbiamo voluto fare il punto della situazione con Capovilla e farci raccontare la sua visione del presente, di un sistema che ne ispira la narrazione sin dagli inizi e anche qualcosa di sé. Ecco che cosa ci ha detto.

Quando e come hai pensato a un disco individuale? Come sono nate le canzoni?

“Avevo un bel numero di canzoni nel cassetto, alcune non erano che degli abbozzi, altre invece avevano già un loro perché. L’incontro con il maestro Zennaro, con il quale ho curato le rappresentazioni de La religione del mio tempo di Pasolini, è stato cruciale. Un po’ per gioco, un po’ sul serio, ci siamo accaniti su alcuni componimenti che, gradualmente, sono diventati canzoni vere e proprie. Zennaro compone musica per la danza contemporanea: il suo è un approccio profondamente sintetico, semplice, essenziale, che rifugge l’orpello, e si concentra nella ‘sostanza’ delle melodie. Questo disco è indubbiamente il frutto di un incontro, se non di un sodalizio artistico, fra un rockettaro impenitente quale sono io, ed un compositore raffinato e colto come Paki. Coinvolgendo nell’avventura Taketo Gohara, il produttore, il progetto ha subito assunto i contorni di uno sforzo collettivo: Taketo non è soltanto un pregevole ingegnere del suono, ma un vero portento nell’organizzare un ampio gruppo di musicisti e nel farli cooperare. Senza di loro, e sono ben venti, questo disco non sarebbe mai stato realizzato”.

“Obtorto collo = a malincuore, controvoglia”. È un po’ la sintesi di come stiamo vivendo, subendo la vita, o che altro? Raccontaci del titolo…

Volevo descrivere proprio questo stato di cose. Tutti noi oggi viviamo ‘malvolentieri’, in questo sempiterno reiterato presente, dimentichi del passato, ignari del futuro. Checché ne dicano i Renzi di turno, che parlano sempre di futuro, ma un’idea ‘valoriale’ di avvenire non ce l’hanno. Quindi viviamo in questo presente idiota, fatto di social network, televisione, e di una povertà morale spaventosa. Però ‘obtorto collo’, nella locuzione latina, significa anche ‘sotto costrizione’: se non provi un semplice ‘malvolentieri’, ma un vero sentimento di costrizione, magari ti può venire la voglia di ribellarti, di emanciparti, di cercare un riscatto. Credo che questi due aspetti, di cui il titolo è subito metafora, siano entrambi presenti nell’economia narrativa del disco”.

Parliamo nello specifico dei contenuti. Il tuo è un album che istiga alla riflessione. Dalla violenza domestica raccontata in Quando, in cui hai cercato di indossare i panni della vittima (una donna), alla storia di Irene, la ragazzina romani; dalla Torino che fa da cornice a La luce delle stelle, alla storia dell’omicidio di Francesco Mastrogiovanni in 82 ore… Quali pezzi senti più vicini?

“Per come la vedo io, ogni canzone è preziosa in sé. In tutta onestà, sono convinto di aver fatto un gran disco, ma non è che la mia opinione. Lo deciderà chi ascolta, se è un disco significativo. Mi sento parte di un’intellettualità del Paese e nel Paese, che vuole cambiarlo, questo benedetto Paese, e che ambisce a una società più giusta e più uguale. Racconto l’Italia, le sue contraddizioni, le ingiustizie, le prevaricazioni. Tu hai accennato a Quando o a 82 Ore o a La Luce delle Stelle, che parla di un barbone, o ancora a Irene che focalizza l’attenzione sulla xenofobia e il razzismo che c’è sempre in tutti noi nei confronti del popolo Romanì: ecco, per me tutte queste canzoni insieme producono un senso unitario, in qualche modo coerente. Mi ispiro molto alla cronaca nera, perché è sintomatica, paradigmatica dell’oggi. Leggevo qualche tempo fa su ‘La Repubblica’ che ogni tre giorni viene uccisa una donna in Italia, e sempre dal proprio partner o dal fratello o dal padre, comunque da un uomo che si crede padrone della vita di una donna. C’è qualcosa che non va, che non funziona. Mi si può dire ‘è sempre stato così ma non è vero: da un punto di vista assoluto, la violenza nella società italiana sta aumentando, nel segno dell’ideologia del dominio di genere, c’è poco da fare. Va scrutato, questo problema, va raccontato, e io nelle canzoni cerco sempre di narrare ciò che accade intorno a me, la vita delle persone che conosco o che mi sono vicine o lontane, sia da un punto di vista sentimentale che ideologico. Non parlo mai veramente di me e basta, se non in relazione agli altri. Ecco perché credo che questo sia il disco più autobiografico che abbia scritto in vita mia, però si tratta di un’autobiografia nostra, non solo mia, quindi collettiva, per nulla individuale”.

Prima facevi riferimento alle collaborazioni dell’album. Ce ne parleresti, da un punto di vista musicale? Una vera squadra di musicisti, ti ha accompagnato in questo lavoro. Un lavoro in cui ti sei spinto in territori diversi dal solito, tra l’altro…

“Un’armata Brancaleone, direi (ride, nda). Ben 20 musicisti: da Fabio Rondanini a Zeno De Rossi, da Vincenzo Vasi, Asso, Davide Rossi (grande arrangiatore d’archi), a Guglielmo Pagnozzi al sax alto e al clarinetto, Giulio Ragno Favero e tutti gli altri. Questo è un album che sarebbe stato impossibile senza quel geniaccio di Taketo e senza il contributo di questi musicisti. In Obtorto collo ho cercato di fuggire dal rock, per avventurarmi in musiche diverse e lontane da esso. Quando farò il prossimo, se mai ne farò uno, cercherò di incamminarmi verso lidi ancor più distanti”.

Specialmente in questo album, da un punto di vista interpretativo, la tua passione per il teatro si fa sentire. Quanto è importante per te la recitazione e a chi ti ispiri?

“Sono il cantante di un gruppo che si chiama Il Teatro degli Orrori. Per me un concerto rock è una rappresentazione teatrale. Ma si tratta di teatro di scena, non di prosa. Sul palcoscenico ci metto la vita, che finalmente diventa più vera che mai. I miei punti di riferimento? Antonin Artaud, innanzitutto, e Carmelo Bene. Diciamoci la verità: tutti recitiamo nella vita. Tutti fingiamo di essere qualcuno o qualcosa che non siamo veramente, magari credendo di essere davvero quel qualcuno o qualcosa. Per come la vedo io, il problema è uno: recitare i nostri desideri, le aspirazioni e le ambizioni, affinché diventino vere. In questo paradosso risiede il senso ‘politico’ dell’interazione sociale”.

A proposito di “politica”, qualche tempo fa papa Francesco ha preso la parola davanti ai principali movimenti popolari del mondo, invitati a un incontro, in sintesi esortandoli a «continuare la lotta». Non è la prima volta che si schiera dalla parte degli oppressi e della giustizia. Tu cosa pensi di questo Papa?

“Penso che sia il più bel pontefice nella storia della Romana Chiesa Cattolica d’Occidente. Questo Papa è senza paragoni. Uomo di giustizia ed uguaglianza, sta riportando la Chiesa ai suoi valori fondativi. Ringrazio il padreterno, il destino, la storia, per averci voluto finalmente dare un Vicario di Cristo degno di questo nome”.

Che rapporto hai con la religione? Credi?

Cosa vuoi che ti dica, sono figlio di una suora e di un uomo che voleva farsi sacerdote. Mi mancano. Hanno cercato in tutti i modi di mantenermi nel sentiero della fede, ma non ci sono riusciti: mi sono emancipato dalla visione fideistica della chiesa quando ero adolescente. Sono laico, non credo in dio e quindi non prego alcun dio. Mi restano, però, i valori del cristianesimo: la pietas e la fratellanza. Sono parte di me, e non me ne libererò mai. Ringrazio i miei genitori di avermi fatto comprendere che quei valori sono ineludibili. Per questo amo Bergoglio, perché quest’uomo (e sottolineo la parola “uomo”) sta finalmente introducendo una contro-narrazione del divino, non più fatta di liturgie e miracoli, ma dei valori evangelici e della loro incarnazione nella vita di ogni giorno. Non c’è niente di scontato in questa narrazione, c’è il coraggio della verità. E non sto parlando di verità divine, delle quali non posso certo occuparmi, ma della più triste e terribile realtà storica, quella che viviamo ogni giorno”.

Tu poi, alla fine, parli sempre di amore nelle tue canzoni, ma c’è modo e modo, di parlare d’amore.

E di che cosa altrimenti? Io uso l’amore come espediente narrativo par excellence. L’amore coniugale, quello fra un uomo e una donna, fra un uomo e un uomo, o una donna e una donna. Ma c’è anche l’amore genitoriale, l’amore filiale. Poi c’è l’amore per la natura, e c’è l’amore per gli altri, e quello per gli animali, “nostri fratelli minori”, come diceva Esenin. Voglio essere polemico. Al Medimex il buon Fossati ha detto cose molto giuste. Oggi come oggi la canzone italiana non dice e non racconta un bel niente. È deprimente e impoverisce chi la ascolta… Forse anche chi la fa. Nella canzone italiana oggi c’è soltanto questa sciocca ricerca della bella melodia e del bel canto. Ma che me ne faccio io di una bella melodia cantata egregiamente, se ciò che ascolto non significa niente? Dimmelo tu Barbara, che ce ne facciamo di una musica che non ci racconta niente? Che ce ne facciamo delle pozzanghere di parole in cui sguazzano i rospi del rap televisivo, che ce ne facciamo delle belle voci che ci raccontano mondi inesistenti e stupidi, che cosa potremmo mai farcene di questa musica insulsa e ignorante? Ma soprattutto, che cosa facciamo del nostro amore per la musica? Noi amiamo la musica, è una questione molto seria. L’amiamo perché fa parte di noi. Perché grazie a essa ci sentiamo partecipi della nostra vita e di quella degli altri. Perché con la musica riusciamo e sappiamo esprimere ed essere noi stessi”.

Avendo ascoltato attentamente Obtorto collo e letto alcuni giudizi e commenti c’è qualcosa che non mi torna. Tra gli album con Il Teatro, i tour, i reading pasoliniani, il tuo esordio solista e conseguenti concerti, non ti sei fermato un attimo. Credi che sia questo il motivo per cui quest’album ha suscitato tante polemiche? La sovraesposizione?

“Non saprei. Ma soprattutto, non me ne frega niente. Amo il mio lavoro e non so farne a meno. Tutto il resto mi annoia, mi deprime, a volte mi spinge in un’ansia tenebrosa. Sono felice e orgoglioso dei tanti reading pasoliniani, perché ci siamo dimenticati della sua poesia, e di quanto il suo poetare è ancor oggi attualissimo. Sono felice anche del mio disco solista: scriverlo, cantarlo e suonarlo mi ha permesso di capire più a fondo le mie stesse aspirazioni, e sopratutto mi ha fatto conoscere una musica di cui credevo di non essere all’altezza. E chi lo sa? Forse è così”.

Tra il tuo solista e il prossimo album col TDO ti prenderai una pausa o stai già scrivendo altro?

“Non prevedo pause. Anzi, oltre al reading ispirato ad Artaud, di mezzo c’è anche Buňuel. Si tratta di una band nuova di zecca, in cui io suonerò il basso, Franz Valente la batteria, Xabier Iriondo le chitarre elettriche, e Eugene Robinson (il cantante degli Oxbow) sarà alla voce. Abbiamo scritto delle canzoni di un estremismo d’altri tempi, che ricordano l’hard-core di inizio ’90, ed era esattamente ciò che volevamo. Con Il Teatro Degli Orrori sono tornato a scrivere canzoni per le quali già sento un entusiasmo pazzesco. La vita è breve! Quante più cose riuscirò a fare e disfare, più mi sentirò degno d’averla vissuta, questa maledetta vita. E chi s’è visto s’è visto”.

 Qual è lo scrittore che ha inciso più su di te e perché?

“Mi rispecchio nella poesia di Sergej Esenin. Lo sento vicino a me, alla mia biografia e alla mia persona, al mio modo di vivere e interpretare il mondo. Anch’io vengo dalla campagna: sono un contadino come lui, e come lui anch’io mi sono lasciato disgregare dalla metropoli. Amo la sua poesia più di ogni altra cosa. Poi c’è Louis Ferdinand Céline: il suo Viaggio al termine della notte è il più bel romanzo che abbia mai letto, secondo soltanto a Morte a credito”.

Album recente preferito?

“Mi è piaciuto molto Reflektor degli Arcade Fire. Di loro apprezzo moltissimo le parole, oltre alla musica, che è altrettanto intelligente, curata, scritta ed eseguita da musicisti di valore. Le parole sono cruciali nelle loro canzoni, e credo che in questo momento siano il miglior gruppo rock del mondo. Sono attento ai contenuti e ogni cosa che fanno mi commuove, mi coinvolge. È musica che sento vicina alle mie corde. Un altro è Scott Walker, di cui è appena uscito l’ottimo album con Sunn O))). Se penso al suo Bish Bosch, dico che è forse il più grande talento esistente in questo momento. Ultimamente ho scoperto le Savages, band inglese tutta al femminile: mi ricordano la più bella new wave degli anni ottanta, sono meravigliose”.

Che mi dici dei musicisti e dei gruppi italiani, invece? Quali ami di più?

Toni Bruna, senza dubbio: primo fra tutti. È uno dei più begli artisti degli ultimi anni in Italia. Lo conosciamo in pochi, perché tra l’altro si avvale dell’idioma triestino. Il suo Formigole è un disco straordinario. Non mi stanco di ricordarlo a chi mi intervista ultimamente, e ogni volta rispondo volentieri: Toni Bruna! Cristo de Geso e Baiamonti sono piccoli, ma preziosissimi, capolavori. Ho avuto il piacere di incontrarlo una sola volta. È un tipo schivo, di poche parole. Ma lo ascolto spessissimo, e ne vale la pena. Musica così bella, profonda e intelligente non la udivo da anni”.