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(Credit: Francesco Marchi)

di Barbara Santi

Esce Solo Al Sole, secondo lavoro di Andrea Mastropietro, in arte L’Albero. Mastropietro dalla fine degli anni 10 suona e canta con i Vickers, pop rock band psichedelica di Firenze con la quale ha collezionato tre dischi e un EP. Nel 2015 poi, durante un tour con il gruppo, comincia a pensare a L’Albero, quest’ultima sua creatura che lo ha portato a scrivere in lingua madre e a dare alle stampe l’album Oltre Quello Che C’è nel 2016 – qui vi avevamo fatto vedere in anteprima un video estratto – e in questa primavera isolata e sospesa l’EP Allegria, che segna il passaggio all’etichetta Santeria. L’uscita del suo secondo lavoro Solo Al Sole ci è sembrata una buona occasione per chiacchierare e approfondire con lui.

Quando, come e perché hai pensato di uscire a nome L’Albero? I Vickers esistono ancora? Com’è andata con loro e com’è che hai deciso di metterti in proprio?

“L’idea di un mio progetto solista in italiano è incominciata a maturare durante gli ultimi tour europei dei Vickers, quindi parliamo del 2015. Ho scoperto l’esigenza – o forse sarebbe più esatto dire che è quest’ultima che ha scoperto me – di esprimermi nella mia lingua, questo per poter dire qualcosa di più personale, soprattutto senza il filtro di una lingua straniera. Con i Vickers non è mai finita. Per esempio Marco Biagiotti, che è uno dei batteristi che più stimo in assoluto, ha suonato con me nel primo disco, in quello nuovo e suonerà con me in futuro, la sua presenza è imprescindibile. Francesco Marchi ha suonato delle parti di chitarra molto belle nel mio nuovo lavoro, oltre ad avermi dato un aiuto importantissimo per la parte riguardante l’immagine del progetto; è infatti autore di molte foto e anche di due videoclip”.

Come mai hai scelto questo pseudonimo?

“Credo che gli alberi siano come le persone. Ogni persona ha una parte ben visibile, la parte esteriore, quella della socialità, quella che ognuno di noi decide di mostrare agli altri. Questa trova corrispondenza negli alberi nella chioma, nelle foglie, nei rami e nel tronco, cioè tutto ciò che appare. Poi c’è l’altra parte, quella più intima e misteriosa, la parte che le persone decidono di nascondere e di far vedere come, quando e a chi vogliono. Nell’albero la parte nascosta sono le radici, fitte e lunghe radici che se ne stanno sottoterra per metri e metri. Esse tengono gli alberi attaccati il più possibile al terreno perché non volino via. Noi uomini (non tutti) siamo perennemente ed eternamente divisi tra ciò che è più terreno e materiale e quello che invece è più nobile, alto, direi anche irraggiungibile, viviamo cioè tra la realtà più cinica e il sogno, esattamente come fanno gli alberi, i quali in tutta la loro saggezza e altezza sembrano protendersi e allungarsi verso il cielo ma nello stesso tempo sono trattenuti dalle radici che nascondono e che li rendono così inevitabilmente umani e materiali”.

Scrivere e cantare in italiano era un desiderio che avevi da molto? Com’è che hai pensato di cambiar lingua, dall’inglese dei Vickers? È stato naturale o frutto di un ragionamento?

“All’inizio non ho maturato la cosa troppo razionalmente, ho sentito che avevo la necessità di dire delle cose mie, più personali, e per farlo nel modo più vero (perché per me la verità è necessaria per la mia musica) dovevo farlo in italiano, che poi non vuole assolutamente dire ‘fare musica italiana’, sono due cose distinte. Ho fatto i primi esperimenti solo per provare e per divertirmi, poi ci ho preso gusto, la cosa mi è piaciuta e allora ho deciso di approfondire”.


Nel 2016 è uscito il tuo album d’esordio. C’era qualcuno in formazione con te o eri solo?

“Nel mio primo disco Oltre Quello Che C’è, a differenza del nuovo ho suonato quasi tutti gli strumenti, chitarre acustiche, organi, basso. Era un disco che dovevo e volevo affrontare in solitaria. Ho avuto un contributo importantissimo da Francesco Taddei, il quale mi ha aiutato con i sintetizzatori, perlopiù originali degli anni 70”.

Se in quest’ultimo disco “tutto è una dichiarazione d’amore e di gusto”, qual era il contenuto del precedente Oltre Quello Che C’è?

“Il primo disco è stato l’inizio di questo mio percorso di scrittura in italiano, e tutti gli inizi sono fatti di passione, irruenza, timidezza. È un disco pieno di cose molto belle per me e anche di altre che ora farei in modo diverso. Inevitabilmente e giustamente il mio esordio è stato scritto più di getto, meno ragionato e meno pensato rispetto all’ultimo, quasi improvvisato, e questa è la cosa che forse apprezzo di più in quel mio lavoro, lo rende fresco, vitale, necessario”.

Poi, a quattro anni dall’esordio, hai dato alle stampe via Santeria un EP dal titolo Allegria. Ce ne parli?

“L’EP, uscito nel marzo del 2020, è stato un modo per mettere un punto prima di pubblicare il secondo album. Avevo desiderio di raccogliere i singoli Cenere e Quando Viene Sera però volevo anche registrare una canzone nuova. L’ho terminata poco prima che fossero attive le restrizioni dovute alla pandemia Covid. Mi sono interrogato sull’allegria, che non è la felicità, è cosa ben diversa, mi interessava questa differenza. La canzone è stata scritta e registrata in breve tempo, ho cercato di mantenerne tutta la spontaneità e la freschezza, non volevo impiegarci troppo, alcuni fiori se non colti subito appassiscono, come l’allegria, appunto, che va goduta quando c’è. L’allegria è strana, quando la aspettiamo non arriva, quasi sempre fa quello che vuole, sa essere incontenibile, spesso si presenta dal nulla senza una chiara ragione, nella canzone dico: ‘Allegria, sei così rara che non ci sono abituato / io cado dalle nuvole / sei un vestito da indossare un po’ per specchiarsi e dimenticare ciò che mi fa male / di questa vita crudele’”.

(Credit: Francesco Marchi)

E ora finalmente esce questo secondo album. Uscita travagliata, mi sembra di aver capito…

“La pubblicazione dell’album inizialmente era prevista per la primavera del 2020, in seguito alle difficoltà che la pandemia ha generato ho deciso di rimandarne l’uscita preferendo pubblicare l’EP di cui parlavamo prima. Le cose travagliate spesso sono le più riuscite e quelle che danno maggiore soddisfazione, quindi speriamo bene”.

Qual è, se c’è, il leitmotiv di questo tuo nuovo disco? È autobiografico, vero?

“Il leitmotiv è l’esistenza umana, la vita nelle sue sfaccettature, soprattutto nel rapporto sogno/realtà, è questo dualismo che mi interessa, né più né meno. A me interessano le persone, mi interesso di me stesso e io sono una persona. Il fatto che il disco sia autobiografico è importante solo perché rende le mie canzoni vere. Se c’è una cosa tra le tante che è questo disco, è un netto rifiuto della stupidità così di moda oggi. Non mi interessa la stupidità, almeno nella musica che voglio fare io. C’è l’amore per la fuga, fisica e mentale, che è poi il distaccamento da una realtà a cui sento di appartenere poco e male ‘dove sono nato io c’è un aeroporto, centinaia di voli sopra il mio tetto, guardare e non partire, restare e non guarire, questo dico nella canzone Cenere. Faccio un viaggio negli anni 60 con Dalida, improvviso una fuga su un aereo dai numeri strani 753 e ancora, mi immergo nella luce del sole, da solo, mentre ‘nella mia testa faccio sempre la guerra’. Questo per evadere. La musica per me è sogno, bellezza, è fuggire da ciò che è misero e basso. Nel disco canto che ‘la mia città è come uno zombie’, chiedo di fare a cambio con la stupida allegria di un altro, chiedo al mio interlocutore di parlarmi di quando se andrà da questo posto, l’Italia, ‘un posto dove mai niente è rotondo’. Parto da dentro me e vado fuori di me, in un viaggio tra quello che mi piace e non mi piace di questa vita”.

Non temi che gli argomenti trattati possano risultare poco universali e a tratti un po’ autoreferenziali? È alla spiritualità che hai affidato l’universalità del tutto?

“No assolutamente. Niente è autoreferenziale in questo disco. Quello che suono e canto nasce da un mio discorso personale ed è rivolto a chi vuole ascoltare, non ci sono filtri. Si è autoreferenziali e poco universali quando ci si nasconde dietro giochetti abili per dire e non dire. In questo disco io dico solamente. Dico di me e degli altri. Cenere è un racconto che parte dalla periferia. Un sacco di gente vive in periferia, più precisamente accanto a un aeroporto. In Quando Viene Sera parlo delle vite degli altri che sembrano splendide, è un fenomeno molto diffuso oggi considerare le altre vite migliori delle proprie, provare invidia, gelosia, ecc. Parlo di questo tempo, semplicemente così scemo. Ci sono donne e uomini che rifiutano la scemenza dei nostri giorni. Io sono qui per dire che penso le cose che canto e ci sono molti temi universali. Sono molto attratto dalla spiritualità, che è ben diversa dalla religione. Quando faccio musica cerco sempre di comunicare qualcosa di poco terreno, o comunque di partire dal terreno per una risoluzione più alta. Non so se poi ci riesco o meno ma questo è il mio fine. L’eternità – cosa a cui abbiamo smesso di ambire da molto tempo – sta in alto, sta nel coltivare l’infinità che possediamo interiormente, non si trova nelle bassezze umane, nei social, nella televisione italiana sempre più scadente oppure nella musica e nell’arte da quattro soldi”.

Al sole sì, ma non da solo. Vedo cioè che nell’album ha suonato qualche Vickers, ma anche per esempio un Bluebeater come Danilo Scuccimarra e un jazzista come Filippo Orefice. Ci racconti come sono nate queste collaborazioni e quanto hanno inciso sull’esito finale del nuovo disco? Che ruolo hanno avuto gli altri musicisti?

“Se il primo disco era un affare che dovevo e volevo sbrigare in solitaria, per questo nuovo lavoro desideravo invece collaborare con molte persone, non solo musicisti ma anche tecnici e fonici di studio come Andrea Ciacchini del Sam di Lari, Francesco Taddei del Savonarola69, Pierluigi Ballarin di Unnecessary Recordings di Bologna. Pierluigi ha voluto molto bene al mio disco tanto che poi è stato anche artefice del mixaggio. I musicisti principali che suonano nell’album, oltre a me – ho suonato chitarre acustiche ed elettriche, basso, sintetizzatori, organi, voci e cori – sono appunto Marco Biagiotti alla batteria e percussioni e Danilo Scuccimarra, il quale è stato fondamentale per gli arrangiamenti di pianoforte e rhodes, lo ringrazio moltissimo. Filippo Orefice invece l’ho conosciuto a Bologna. Non lo conoscevo ma appena l’ho sentito suonare ho capito che era perfetto. Volevo un feeling alla James Senese con Pino Daniele, un sax 70’s, ha fatto un gran lavoro. Francesco Marchi ha suonato delle bellissime parti di slide guitar e chitarra elettrica, davvero perfette. Poi cito Mario Evangelista dei Pitchtorch (mandolino, lap steel, chitarra acustica), Raffaele Lampronti dei Plastic Man (chitarra elettrica), Mattia Gabbrielli (chitarra elettrica, basso). Sono grandi amici e musicisti che stimo molto, volevo fortemente che suonassero tutti in questo disco”.

In un momento così difficile per la musica, internet, i social, possono aiutarla in qualche modo? Cosa ci si può inventare, per aiutare la musica in questi tempi bui?

“I social, internet, possono certo fornire un aiuto in questo periodo così difficile per le arti in generale (penso a chi come me deve promuovere il proprio disco) e qualsiasi attività richieda la presenza di persone, ma non possono fare troppo. Personalmente non credo nella musica live in streaming, è un prospettiva avvilente per chi sa e conosce il valore inestimabile che possiede un concerto dal vivo. Non credo ci sia proprio da inventare un bel niente, si deve solo aspettare di tornare a fare musica nelle condizioni migliori e necessarie per poterla fare. Adottare situazioni momentanee non serve a niente e rischia solo di fare peggio. Bisognerebbe imparare nuovamente a portare pazienza, non dover dire o fare per forza sempre qualcosa, a volte si può solo stare fermi e aspettare, ma non è un pensiero molto in linea con i nostri tempi”.

Viste le difficoltà di cui si parlava, come pensi che promuoverai quest’album? Si riesce a fare qualche data? Cosa bolle in pentola?

“Farò quello che posso per promuovere Solo Al Sole. Darò il massimo per far girare queste mie canzoni e per suonarle in concerto il più possibile. Tempi duri per chi fa musica, ma in Italia ci siamo abituati. Se fai musica qui sai bene che non puoi contare sull’aiuto delle istituzioni, e non riguarda solo la musica, ma l’arte in generale, in un paese talmente abituato all’arte da dimenticarsene”.

Tu fai canzone d’autore, volendo riassumere, e mi chiedevo se ci sia in Italia tra i tuoi colleghi qualcuno che ascolti. Cosa ti piace e cosa non ti piace, della musica italiana recente e relativamente giovane? Intendo e nella canzone d’autore, e nella trap, e nel rap, eccetera.

“Della musica italiana attuale non mi piace quasi niente. Alcune uscite chiaramente sono interessanti e ne riconosco anche un valore artistico, ma in ogni caso ne sono poco attratto. Il mio interesse va verso chi ha qualcosa da dire, chi porta avanti un proprio discorso personale e originale, stando alla larga dalla ricerca ossessiva del successo. Dietro la canzone non voglio scorgere squadre di autori che confezionano un prodotto asettico, voglio sentire l’individualità, l’autore, la sua sensibilità. Detesto chi fa musica tanto per fare. Si sceglie la musica come proprio linguaggio espressivo perché la si riconosce come necessaria. Oggi siamo sommersi di musica, in ogni luogo, in ogni momento, ogni settimana escono centinaia di dischi, capisci che non può essere tutto di qualità, e invece viene spacciato per tale. Si abusa della parola artista fin troppo. Bisognerebbe tendere di più a distinguere tra chi vive la musica come se fosse un lavoro come un altro e chi la pratica perché ne sente il bisogno e la necessità. Fare musica d’autore significa questo per me, l’unica musica per me concepibile. Detto questo, a volte anche io ascolto musica più disimpegnata, è giusto che ognuno abbia il proprio spazio, ci mancherebbe, ma senza monopolizzazioni e senza che ci sia un calderone unico privo di distinzioni”.

Ci racconti della tua quarantena? Come l’hai trascorsa? Hai composto o scritto? Ascoltato? Letto?

“Durante la quarantena ho ultimato e dato alla luce l’EP Allegria, cosa che mi ha tenuto vivo. Poi mi sono dedicato molto alla lettura, avevo tanti libri che volevo finire e necessitavo proprio del tempo libero che una emergenza come quella del Covid può dare. Ho letto Flaiano, Pasolini, Pozzi, Palazzeschi, Moravia, molti libri italiani soprattutto”.

Ora ci risiamo, con le inevitabili chiusure. Da un lato il governo che a questo punto deve chiudere, dall’altra l’opposizione che protesta, senza dimenticarsi del malcontento di cittadini, ristoratori, negozianti, gestori di locali, insegnanti, musicisti, tassisti, fonici e molte altre categorie. Che idea ti sei fatto? Cosa pensi della questione? Come ti poni e cosa auspichi?

“L’idea che mi sono fatto è che sicuramente non è facile per un governo gestire una situazione di emergenza come quella che stiamo vivendo. Credo che il governo abbia fatto cose buone e meno buone. In queste situazioni è molto probabile incorrere in errori. Sicuramente la comunicazione non è il forte degli italiani, specialmente della nostra politica, sempre più svilita e offesa. Se come me sei nato a metà degli anni ottanta non puoi che constatare il decadimento della classe politica nostrana. È un dato di fatto, non è una questione di opinioni, così come il declino della stampa. Diciamo che per me i problemi che sono venuti fuori dalla gestione della pandemia sono problemi che l’Italia si porta avanti da sempre senza alcuna volontà di risoluzione. La cosa che si può auspicare oggi in questo paese – una cosa se vuoi molto banale e pratica, ma che corrisponde secondo me al modus vivendi italiano – è che arrivino i soldi per chi ne ha bisogno. Questo stato non ha saputo aiutare i propri cittadini nei giusti tempi, ed è questa la cosa più importante secondo me. Posso anche essere d’accordo sulle chiusure di alcune attività, ma bisogna che i sostegni economici arrivino, ci sono persone in grande difficoltà che hanno ricevuto la cassa integrazione con 5/6 mesi di ritardo. I problemi in Italia stanno alla base, con le emergenze sono solo più visibili, e questo riguarda anche l’arte, che in questo paese è da sempre presente e invisibile allo stesso tempo, come quegli oggetti che hai in casa da tantissimi anni, magari bellissimi, ma che per troppa abitudine non degni più di uno sguardo”.


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