di Davide ‘Deiv’ Agazzi

Il rapporto di Lucio Leoni con la musica è un amore intermittente che si accende e si resetta più volte nel corso della sua vita. Perché a volte tu ci provi, ma il destino ti lascia in offerta direzioni altre, inattese, sorprendenti. Sogna la batteria ma si ritrova a seguire gli studi di chitarra classica (quella con la mano ‘a cucchiaietto’, dirà), vuol fare il musicista ma in piena ribellione adolescenziale sceglie di mollare gli studi, tutto, musica compresa. Questa tornerà ad esser timone del suo destino solo più tardi, in un viaggio ad Indianapolis nel 1997: l’occasione è quella di un concerto degli alfieri dell’alternative metal Fear Factory. In apertura gli allora sconosciuti System Of A Down, mentre alla porta, a regalare il loro primo demo (su cassetta!) ci sono gli ancor più sconosciuti Slipknot. Il concerto di Tankian e soci avrà un effetto catartico su Lucio, che torna nella sua Roma e dà il via a una band (‘gruppetto da cantina, dove suonavo le percussioni’). Alla musica viene affiancato un percorso di studi in drammaturgia, ma la grande occasione teatrale termina con un attacco di panico ed un nulla di fatto. L’occasione per un nuovo reset coincide con un altro percorso di studi, composizione elettroacustica al conservatorio con l’idea di affiancare questo nuovo orizzonte alla precedente esperienza teatrale dal retrogusto amaro (‘ma volevo fare pop, non necessariamente Berio’).

L’insieme di questi fallimenti e di queste ripartenze si traducono in un primo disco su cassetta (‘l’abbiamo sentito in sette’ dice ridendo) che contiene A me mi, primo successo di Leoni che, pur non diventando virale – nel senso odierno del termine – serve comunque a mettere Lucio sulla mappa degli artisti da tenere d’occhio.

Fast Forward fino al 2020, anno della pandemia: il nuovo album di Lucio Leoni, Dove sei Pt 1 (la seconda parte seguirà nei prossimi mesi) viene presentato in uno showcase dell’etichetta Black Candy all’interno di uno studio di registrazione a Firenze. Al termine del live (con lui Lorenzo Lemme alla batteria, Giorgio Distante alla tromba e all’elettronica e Daniele Cursato alla chitarra ma su disco ci sono anche i clarinetti di Marco Colonna e le tastiere di Nicoletta Lombardi) ho l’occasione per scambiarci la chiacchiera che ha dato vita a questa intervista.

Paradossalmente questa mi pare la situazione a te più congeniale: uno spazio piccolo con un pubblico intimo, raccolto.

“Non ho ambizione di grossi palchi, il lavoro che abbiamo fatto per mesi con Locusta (l’agenzia che si occupa del booking) è stato quello di trovare la soluzione giusta, anche perché oltre alla musica c’è tantissima narrazione. Il lavoro che costruiamo sul live è fatto di racconto e viene dal percorso drammaturgico che ho fatto. Stiamo immaginando una tournée nei piccoli teatri sociali ma è ancora presto. L’ultima volta che sono stato su un palco teatrale non è andata bene. Sicuramente non mi vedo allo stadio (ride). Magari in un posto come il Monk, a Roma. Perché è come essere a casa e perché a Roma ho un seguito che non ho nel resto d’Italia”.

Nel tuo disco c’è forte l’elemento della parola, intesa più nel senso di spoken word che non di rap. C’è del pop, dell’elettronica. Eppure il tuo non è un disco rap, non è un disco pop e non è un disco di elettronica.

“Me lo vivo come un complimento, ma mi rendo conto che dal punto di vista del mercato è un problema perché non lo puoi incasellare. Per la prima volta infatti non sono da solo: l’arrivo di Black Candy è un dato nuovo per me, un nuovo modo di lavorare perché finalmente ho una squadra con la quale costruire pensieri e prospettive. Mi auguro che le cose possano continuare così: sono innamorato di uno come Giovani Truppi ad esempio, uno che ha decostruito la forma canzone italiana per farla propria e costruirne una diversa. La prima volta che l’ho sentito ho pensato: da dove arriva ‘sta roba? Ha avuto la forza e l’energia di costruirsi un bacino importante, anche lui difficilmente lo vedremo negli stadi, è improbabile di questi tempi, ma sarebbe bello. La pandemia da questo punto di vista, secondo me, porterà a una nuova ricerca di complessità. O, almeno, a una scrematura del troppo semplice”.

Tu, da un punto di vista umano, come hai vissuto questi mesi di lockdown?

“Il lockdown è scattato subito dopo il rientro da due mesi in India, sono passato da uno dei posti più popolati al mondo al deserto di casa. Questa roba qua mi ha spaventato, perché gioca sul centro di quel che siamo, ci impedisce di stare insieme. Sono un grande amante del vino buono, nel corso degli anni mi sono costruito una bella cantinetta e l’alcol è stata la mia valvola di sfogo. L’altra gli audiolibri. Anche se scegliere La Tregue di Primo Levi forse non è stata proprio una grande idea per risparmiarsi gli incubi” (ride)

Il tuo disco è stato registrato due anni fa, hai mai pensato di rivederne una parte in seguito agli eventi degli ultimi mesi legati al Covid?

“La fortuna vuole che questo sia un disco di 16 brani del quale è uscita solo la prima parte. Per cui, per i prossimi otto, sì, ci sto pensando parecchio. E sono già pronti, masterizzati, chiusi. L’idea è di tagliare un po’ e di aggiungere un altro brano, che non riguardi direttamente la pandemia ma che ‘ si accorga’ che è cambiato qualcosa”.

Non te lo nego: mi sono avvicinato al tuo disco anche perché nella tracklist ho trovato il nome di Cuba Cabbal. Com’è nata questa collaborazione?

“La collaborazione è nata nel modo più naturale possibile: per me è una divinità, uno dei pochi che ha mantenuto una coerenza di racconto, di tematiche, di scelta di quale parte della barricata affrontare. Ho chiamato un amico che aveva il numero e mi sono presentato da fan, alla vecchia maniera ‘ciao sono Lucio Leoni, tu non mi conosci mi piacerebbe collaborare..’ Lui, sai, è un uomo di poche parole: ‘mandami il brano’. E così è andata”.

Perché hai scelto di far uscire comunque il disco in un momento storico nel quale difficilmente potrai portarlo alle persone?

“Perché come ti dicevo prima non sono legato a dinamiche di mercato reali. Non devo accontentare migliaia di persone”.

In questo caso però è difficile anche accontentarne poche.

“No, certo. Intendo dire che non ho imposizioni dall’alto, non ho la Sony che mi dice ferma tutto che dobbiamo ‘buttare il lavoro’. Il dato è che il lavoro era stato fatto e, in un momento come questo, per quelli che hanno la pazienza di ascoltarlo magari avrebbe contribuito a dare un po’ di distrazione, qualcosa di nuovo, divertimento. Io non sono fra quelli che si è incazzato con Conte perché ha detto che facciamo divertire, l’ho trovata una roba molto fine a se stessa. Per cui, c’è della roba nuova, c’è della gente che mi segue e che ha voglia di roba nuova, ma io te la do. É chiaro che io non posso portarlo in giro, ma prima o poi – se Dio vuole – torneremo dal vivo, e se ci sarà ancora spazio porteremo ‘sto disco, e se invece sto disco l’avremo bruciato perché l’abbiamo fatto uscire faremo la parte due. O la tre. Raccontiamo però che la vita c’era ed è andata avanti perché son stati mesi dove abbiamo parlato solo di morte, no? Qualche piccolo spiraglio di normalità era interessante. Pure necessario”.