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La storia della musica del futuro è il secondo libro de I Camillas dopo La rivolta dello zuccherificio (Il Saggiatore 2015), pubblicato da People records, la collana che Blackcandy Produzioni ha fondato con People e diretta da Paolo Benvegnù e dedicato alla memoria di Mirko Bertuccioli, in arte Zagor Camillas, tragicamente scomparso il 14 aprile scorso e ricordato da amici e musicisti in vari modi: con un video-cover e con una compilation.

“Zagor Camillas”, scrive il cofondatore della band Vittorio Ondedei, in arte Ruben Camillas, “è scomparso il 14 aprile 2020. Abbiamo terminato e consegnato il libro nella prima settimana di febbraio. Siamo stati immersi per sei mesi nel futuro, raccontandolo come se fosse già passato. Abbiamo evitato con cura slanci di fantasia, per rimanere il più possibile fedeli a quanto avevamo visto e conosciuto. Il presente ci sembrava noioso, come uno stivale beige piantato nel fango, una specie di seme sterile e mimetizzato. Lo sentivamo, quello stivale, vantarsi della sua foggia terrosa, convinto che la sua identità fosse salva, perché ben inserita nel contesto. E ridevamo del presente, lo colpivamo con leggere manate sulla nuca e poi fuggivamo ridendo, certi che l’avremmo di nuovo trovato distratto. Gli facevamo le coccole, lo chiamavamo con nomi che non capiva e si ritrovava scritti addosso aggettivi iperbolici e inaspettati. Ne abbiamo fatte tante assieme, noi e ogni tempo presente. Poi lui si è rivoltato, con la calma che caratterizza l’attimo, quando vuole farti capire bene che cosa sia l’esistenza. E adesso niente è più come prima, per noi”.

L’editore aggiunge: “Avremmo voluto presentarvi La storia della musica del futuro con la gioia che accompagna sempre una nuova pubblicazione per noi di People. Stavolta, però, non possiamo farlo, perché uno dei due autori di questo libro – che per mesi abbiamo sognato di fare – non c’è più. Zagor ci ha lasciati un mese fa, qualche settimana dopo aver completato, con il fratello Ruben, La storia della musica del futuro. Crediamo che questo libro, così bello, così divertente, così unico, sia il modo migliore per celebrare la memoria di una splendida persona come Mirko “Zagor” Bertuccioli”.

Qui sotto potete leggerne un estratto:

Architetti dentro

Le menti gonfie degli umani crearono città sonore, accoglienti e fastidiose. I palazzi avevano all’ingresso contesse con la frusta, che schioccavano nell’aria la persecuzione dei timidi, mentre questi ballavano le mani nelle mani, le dita intrecciate strette, gli occhioni umidissimi. Le strade non portavano da nessuna parte, ma l’asfalto di vetri spaccati luccicava scrosci di piccoli rumori pericolosi. I cartelli stradali cantavano. Le vie avevano tutte lo stesso nome, perché i tratti identificativi dei luoghi erano modulazioni di violini, colpi di tamburo, genuflessioni di arpe. La piazza principale era un altoparlante enorme e orizzontale, che faceva vibrare le pance e i polpacci. Le fornerie vendevano panini che sembravano piccoli direttori d’orchestra imbevuti di cloro e Alchermes. Gli idraulici cantavano tutti la stessa canzone. Le strisce pedonali si affacciavano su quartetti d’archi e ottoni, disposti in bilico su pareti di gommapiuma. Ogni angolo di casa nascondeva una sorpresa e le più belle erano piccoli automi con la testa minuscola, che percuotevano con ossa di balena lamine d’acciaio a densità variabile. Al tramonto, le luci dei lampioni proiettavano video al rallentatore del sole appena sparito all’orizzonte, accompagnati dal suono di due enormi cornamuse poste ai due capi della città. Le centrali nucleari erano nel sottosuolo, fra le prese elettriche e le prigioni cittadine. Ogni otto anni venivano sacrificati dodici pianisti al dio crudele dell’ecologia, affinché non le facesse esplodere. Erano previsti quattro sindaci, che governavano la città contemporaneamente, occupandosi delle stesse cose e senza alcun coordinamento. Erano seguiti nella loro azione da frotte di menestrelli che componevano rapidamente odi e stornelli, trasmessi poi dalle emittenti televisive specializzate e imparati a memoria nelle scuole. I freni delle biciclette erano tutti accordati. Agli sposi si lanciavano bobine di nastro usate. Le suore indossavano solo centrini fatti a mano di plettri di chitarra incollati fra loro. Le chiese erano tutte di legno ed era usanza cittadina colpirle con le nocche, per sperimentare la diversa densità di Dio. Nei parchi tutte le serpi avevano sonagli infilzati nella schiena. Le colonie di ratti erano accolte in comode sfere di mattoni traforati, al cui interno erano collocati piccoli altoparlanti che amplificavano il vociare ragionevole dei roditori e i loro consigli reciproci. Le rotatorie si sviluppavano in verticale, lungo spirali che il vento faceva sembrare delfini slogati. A volte gli abitanti si perdevano nei semiassi obliqui che apparivano a caso e improvvisamente scomparivano, trascinando con sé vite non del tutto comprese, di cui non rimanevano che gridolini nervosi e ciuffetti di cardigan comprati già usati, solo per sentir suonare il campanellino collegato alla porta d’ingresso del negozio. Le scale mobili erano state sostituite da ragazzi robusti, che ti prendevano in braccio e ti portavano ai piani superiori, cantandoti canzoni tradizionali. I criceti erano stati aboliti. E pure le sale d’attesa, sostituite con materassi a disposizione di chiunque. Davanti alle scuole erano collocati subwoofer cubici 10 metri per 10 metri per 10 metri. Città sonore. Fu facile bombardarle.

Qua sotto potete ascoltare Ruben Camillas che legge un altro estratto dal libro.


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