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di Elena Rebecca Odelli

Un album fatto di storie e personaggi mai riconciliati, che cercano di tenere insieme i pezzi della propria quotidianità, esattamente come facciamo tutti, dallo squillo della sveglia fino all’istante in cui decidiamo che per quella giornata è sufficiente. Nessun dramma epocale, ma tanti piccoli momenti da affrontare e superare, perché, come insegna l’aritmetica di base, meno per meno finisce per fare più, anche quando i punti di riferimento spariscono e Palermo si perde “nel vento dei Tropici” (Ci diamo un bacio). Cosi Antonio Dimartino racconta il nuovo disco Afrodite. Già in Cara Maestra cantava “Cara maestra abbiamo perso, gli anni settanta e abbiamo smesso”, l’evoluzione di Antonio negli anni è legata al suono ma anche al mondo che lo ha circondato nel tempo. Un lungo giro intorno alla terra che lo ha riportato tra gli anni settanta e la scena internazionale degli ultimi anni, quasi a chiudere il cerchio con quel disco autoprodotto uscito nel 2010. Palermo è uno dei cuori dell’album, una città viva e in evoluzione, dove a tarda notte è possibile trovare una ragazza che, di ritorno da un rave, balla sul tetto di un’automobile, come cantato in Daniela balla la samba. Un cantautore poliedrico che si è sempre messo in discussione spingendo in alto l’asticella. Insieme a Cammarata infatti scrisse Un mondo raro. Vita e incanto di Chavela Vargas. Afrodite è il disco che meglio al momento racconta la conquista di una nuova dimensione personale e autorale di Antonio Dimartino. La prima è legata alla paternità, a quella figlia che gli ha fatto capire che “tutto questo amore / sono sincero, no / io non l’avevo previsto”, come canta in Feste Comandate. La crescita autorale è invece legata a un lavoro di produzione e cura delle canzoni che non ha precedenti nella carriera del cantautore palermitano, grazie alla collaborazione con Matteo Cantaluppi, già al lavoro negli ultimi anni con Thegiornalisti ed Ex-Otago. Ai blocchi di partenza il 14 febbraio il tour che da Palermo porterà Antonio in giro per lo stivale con termine a Bologna il 16 marzo

Afrodite è un album complesso che si distanzia dai precedenti dischi. Qual è il background di questo ultimo disco?

“Avevo voglia di fare un album che suonasse in un altro modo. Il mio approccio alla registrazione e realizzazione di un album, mi piace cambiare direzione. Per due ragioni: la prima è che negli anni sono diventato molto esigente nei confronti di me stesso. La seconda è che non mi piacciono gli artisti che fanno dischi simili. Mi piaceva l’idea di cambiare le carte in tavola per vedere le mie canzoni sotto un’altra prospettiva”.

Un album viene definito da storie e personaggi. Ci sei anche tu, c’è un tuo nuovo mondo di vedere ciò che ti circonda?

“Sicuramente c’è la mia storia personale che si interfaccia a quello che mentre scrivevo accadeva nel mondo. Il mio rapporto con il mondo visto in quel momento della mia vita. Ci sono storie reali a cui magari ho assistito, un pezzo come Daniela balla la samba, è un brano che narra storie reali, scene concrete. Dall’altro brani più intimi come Feste comandate che riguardano solo me stesso. I cantautori dovrebbero guardare il mondo attraverso la propria esperienza personale, fotografare il proprio momento, in rapporto a ciò che accade intorno a noi dal punto di vista storico, politico e sociale”.

Del disco hai detto “Ci sono ragazzi che diventano uomini ma ci sono anche uomini che ritornano ad essere bambini”.

“Ciò che vedo intorno a me dipende dalla visuale che io voglio dargli. Se voglio vedere il mondo solo come il posto dell’orrore, delle guerre, degli uomini allontanati alle frontiere, dove regna omofobia, vedo un mondo che sta andando indietro con la storia. Dall’altro lato vedo molti movimenti antagonisti, anche movimenti di ragazzi, di gente che si unisce e cerca di costruire, mossi da grandi ambizioni. È sempre relativo a ciò che vuoi vedere del mondo, che valenza vuoi dare a ciò che ti accade attorno. Ad esempio a Palermo vedo che c’è molta voglia di ribellarsi a quello che questo ministro sta facendo in Italia, rendersi autonomi rispetto al pensiero dominante in Italia”.

C’è una sorta di ritorno del cantautorato alla denuncia?

“Ben venga, però l’unica cosa a cui serve la protesta è fare la storia, raccontarla è il compito della musica secondo me”.

Tra sonorità con influenze settanta e una scena internazionale cosa passa lì in mezzo?

“Mi ero promesso di ricercare comunque un suono che ponesse delle domande all’ascoltatore. Sicuramente è una linea che è stata dettata negli anni settanta in Italia che ha qualcosa di internazionale e magari negli anni ottanta e novanta si è persa del tutto. La musica italiana degli anni sessanta e settanta era in giro per il mondo, se penso a Battisti. La musica italiana dovrebbe cercare di tornare ad avere quella visione e cercare di renderla attuale, rimettersi al pari con ciò che accade nel mondo internazionale. Abbiamo un limite che è anche la nostra bellezza o ciò che ci caratterizza, la lingua italiana. È un limite perché non consente le melodie liquide, minimamente equiparabili ai Radiohead ad esempio. Dall’altro lato ha un gusto e una spigolosità che è stata veramente internazionale, quando è stata inventata l’opera, di storico, fondamentale. Possiamo cercare di trovare una via in quegli anni”.

Il modo di approcciarvi al palco non è mai cambiato in questi dieci anni?

“Effettivamente no, il tour che partirà sarà un’evoluzione, vedrà sul palco tutti i componenti che sono transitati per questo gruppo in dieci anni. Sono passati dieci anni da Cara maestra, quindi ci sarà Simona Norato e contemporaneamente Angelo Trabato. Saremo in quattro, e tutti e quattro gli elementi che hanno caratterizzato questa band in dieci anni”.

Com’è cambiata questa Italia in dieci anni a livello musicale nella scena underground? Pensiamo a un Brunori, agli Zen Circus a Sanremo o a Calcutta nei palazzetti.

“Quando è scoppiato il fenomeno dell’hip-pop, questo indie che andava in radio non avevo alcun disco fuori. Avevo appena pubblicato Un paese ci vuole che era veramente e totalmente diverso come sonorità. Trattava di temi sociali. Dopo quello ho fatto un disco che parlava di Chavela Vargas, tutto ciò di più lontano all’indie per intenderci. Per cui in realtà io è come se mi fossi tirato fuori dall’underground perché stavo cercando altre cose che mi riguardassero. Il mercato è cambiato per numeri sicuramente, a livello di gestione economica delle risorse, di forme delle canzoni e temi trattati. C’è una cosa che è rimasta: è questa voglia di cantare le canzoni della gente. Sono contento che vada nei palazzetti dello sport a cantarle, ci vedo solo del positivo quando la gente si riunisce per cantare un ritornello, a prescindere dal gusto personale. Di positivo c’è che questa voglia di cantare insieme si è quadruplicata, quintuplicata e questa è la cosa bella secondo me”.


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