Allegato a Rumore 318/319, luglio/agosto 2018 trovate la guida “50 + 50 dischi dell’Italia sotterranea, classici da scoprire (prima parte: anni 60-70)” curata da Diego Ballani (già autore di alcune guide “rumorose” in passato).

di Diego Ballani

“Per dire come eravamo messi in quanto a musica”, scrive Cesare Rizzi nell’appendice del libro La Nascita Del Nuovo Rock, “il singolo più venduto del 1965 fu Il Silenzio, con la tromba di Nini Rosso”. Sono passati oltre 50 anni e la tentazione di pensare alla musica italiana come a una realtà liminare, che vivacchia con logiche autoctone nell’indifferenza del resto del globo, è sempre forte. Tranquillizziamoci, non era così un tempo e probabilmente non lo è oggi. Oggi come allora le cose accadono. Che poi le migliori e le più originali scaturiscano dalle interpretazioni “sbagliate” di intuizioni altrui non fa che rendere il tutto ancora più interessante.

Provate a pensare cosa sarebbe stata la scuola genovese senza i chansonnier francesi o i cantautori barbuti con l’acustica senza Dylan e Cohen. E ancora, i nostri “urlatori”, in forme più o meno rassicuranti, sarebbero esistiti senza i rocker americani? Questo solo per dire che, anche prima dell’arrivo del “bitt” (secondo una celebre definizione di Bertoncelli), c’era chi si ribellava ai codici consunti della canzonetta, al retaggio operistico di melismi e alla dittatura del bel canto. Poi, però, arrivarono “i complessi” e iniziò tutta un’altra storia. Quella di giovani che sull’onda dei successi di Equipe 84 e Nomadi, del mito del Piper e degli inarrivabili idoli inglesi, maturava la consapevolezza di far parte di una cultura differente da quella dei propri genitori. Un nuovo sistema valoriale improntato al “qui e ora”, per la prima volta al centro di riviste e trasmissioni radiofoniche e televisive che ne celebravano la solare stravaganza.

Fu un fenomeno pervasivo, per quanto ruspante. La tendenza di noi Italiani a concentrarci sugli aspetti più folkloristici di Merseybeat e garage rock generò una pletora di band dal look e nomi suggestivi, che pur armeggiando in modo più o meno impacciato con chitarre ed effetti non avrebbero visto di cattivo occhio il palco dell’Ariston. In mezzo al ribellismo di maniera e alle decine di cover raffazzonate iniziava tuttavia a serpeggiare subdolamente l’idea che quello a cui si stava assistendo non fosse solo intrattenimento, ma la manifestazione di un comune sentire che legava persone della stessa generazione, indipendentemente da luogo di nascita ed estrazione sociale. Una sensibilità che se correttamente canalizzata avrebbe potuto condurre a qualcosa di più grande, a un futuro meno grigio di quello toccato ai rispettivi padri. Stava nascendo quel circuito alternativo che avrebbe svolto un ruolo cruciale negli anni della Controcultura. Già verso la fine del decennio, parallelamente all’abbattimento delle rigide strutture dei brani, i ragazzi dello Stivale fantasticavano di pace e amore, con l’ottimismo di chi si sentiva pronto a entrare nell’Era dell’Acquario. Ciò che sarebbe stato difficile prevedere, almeno fino alla strage di Piazza Fontana, era come quello italiano fosse destinato a diventare uno degli scenari politici più complessi dello scacchiere occidentale.

La specificità degli anni 70 italiani in larga parte sta proprio qui. Nel modo in cui la politica ha saputo insinuarsi negli anfratti più insospettabili della cultura pop. L’acuirsi del conflitto sociale e la successiva scissione fra i gruppi politici e un movimento giovanile consapevole e creativo creò il contesto ideale per lo sviluppo del rock progressivo. Un genere che per la prima parte del decennio avrebbe monopolizzato il panorama musicale della penisola. Il “Pop italiano” (come allora veniva comunemente chiamato) prendeva le mosse dal rock sinfonico inglese, dalla scuola di Canterbury e dal jazz rock, ma a differenza dei cugini anglosassoni, attecchiti per lo più nelle scuole d’arte e negli strati borghesi, si diffuse in modo molto più capillare, spinto da singolari condizioni politico sociali. A questo si aggiunga la situazione di relativo isolamento vissuta dal nostro paese a causa del clima politico incendiario, da cui gli artisti stranieri si tennero lontani per buona parte degli anni 70. Dovremmo così avere un’idea di come l’ecosistema musicale italiano fosse ideale per la proliferazione di specie del tutto peculiari. “Pop italiano” divenne un termine passe-partout per definire una musica dalle velleità artistiche, che poteva contaminarsi con la tradizione folkloristiche più antiche e con le forme più estreme di rock, con l’avanguardia neoclassica e il minimalismo più radicale, producendo stili sempre nuovi in cui l’anima mediterranea restava comunque ben impressa in superficie. Sono gli anni della Controcultura e dei festival itineranti, un periodo straordinario da punto di vista della ricerca musicale e di quella umana che avrà come output la nascita di spazi di ricreazione e confronto senza precedenti. Culturalmente furono anni di grande fermento e sperimentazione, in cui si pensava, forse ingenuamente, che anche da parte degli strati popolari fosse necessario confrontarsi con linguaggi “complessi”. Un periodo destinato tuttavia a lasciare spazio a forme espressive sempre più intransigenti, in concomitanza con la radicalizzazione del confronto politico e la conseguente fine delle utopie comunitarie della prima parte del decennio.

Nel ’76, parallelamente alla “crisi della militanza”, la fine del movimento era già in fase conclamata. C’è una data simbolica a tal proposito: il 29 giugno 1976, l’ultimo giorno della sesta festa del Proletariato Giovanile al Parco Lambro di Milano. In quell’occasione
il movimento appariva lacerato e incapace di ricomporre le proprie contraddizioni interne. Fu un traumatico risveglio, al termine del quale l’idea dei grandi raduni collettivi, dei dibattiti e della musica prog che ne aveva rappresentato la colonna sonora, apparve improvvisamente obsoleta. Lo slogan “il personale è politico” sanciva il rompete le righe all’interno della galassia alternativa, fra le maglie della quale si stava già imponendo una nuova sensibilità: una specie di cinica e disperata ironia, che non avrebbe risparmiato sberleffi alle gerarchie che avevano dominato fino a quel momento l’arco rivoluzionario. Sono gli ultimi fuochi di un’avanguardia sempre più impegnata nella destrutturazione dei linguaggi espressivi, e di una nuova generazione smarrita che guarderà con simpatia a forme musicali più dirette, come la disco, o provocatorie, come il punk.

Una storia così intensa non poteva che lasciare in eredità un patrimonio vastissimo di oscuri capolavori, progetti visionari e amene curiosità che meritava di essere scandagliato con le modalità ormai note ai lettori di “Rumore”. Ovvero privilegiando album di culto talvolta dimenticati che oggi vengono riscoperti da appassionati di tutto il mondo, attratti da quella che il tempo ha trasformato in una patina affascinante ed esoterica.

Buona Lettura!

PS: Ancora una volta il mio ringraziamento va a Rossano Lo Mele per avermi coinvolto in questo progetto e ad Alessandro Besselva Averame per l’attento lavoro di editing. Fondamentale è stato poi il confronto e il consiglio di amici come Carlo Bordone, Salvatore “Ursus” D’Urso, Gian Paolo Ragnoli, Diego Sanlazzaro e Claudio Sorge. A tutti loro va il mio grazie sincero.

Non siete riusciti ad acquistare in edicola le precedenti Guide Pratiche (50+50) di Rumore? Non preoccupatevi, ecco come ordinarle online allegate ai rispettivi numeri:

“50 + 50 dischi dell’Italia sotterranea, classici da scoprire (prima parte: anni 60-70)” di Diego Ballani – Rumore 318/319, luglio/agosto 2018
“50 + 50 dischi al di sopra di ogni sospetto” di Giona A. Nazzaro con Marco Pecorari
Rumore 312, gennaio 2018
“50 + 50 dischi live” di Diego Ballani – Rumore 306/307 di Luglio/Agosto 
“50 + 50 libri rumorosi”, di Daniele Cianfriglia
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Rumore 301, febbraio 2017
“50 x 35mm soundtrack rumorose” di Emanuele SacchiRumore 295/296, luglio/agosto 2016
“50 x ’00” di Diego BallaniRumore 288, gennaio 2016
“50 x ’90” di Carlo BordoneRumore 282/283, luglio/agosto 2015
“50 x ’80” di Carlo BordoneRumore 276, gennaio 2015
“50 x ’70” di Carlo BordoneRumore 270/271, luglio/agosto 2014 
“50 x ’60” di Carlo Bordone – Rumore 264, gennaio 2014