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(The Replacements – Let It Be, 1984 – Twin/Tone)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Francesco Vignani

Meglio evitare l’equivoco, per cominciare: no, i Replacements non sono stati il gruppo più sfortunato della storia. Troppo il talento e troppo il lascito per essere mai finiti ai lati dei radar a rimpolpare quel cimitero di bell(issim)e speranze che fu la scena americana degli Ottanta. Soprattutto logica vuole che prima di battezzarsi sfortunati un certo qual corteggiamento della fortuna sia richiesto. Semmai i ‘Mats – soprannome affibbiatogli dai primissimi fan – sono stati la band che ha scelto di fallire nella maniera più spettacolare possibile. Gente in grado di portare l’autosabotaggio a un’arte, ma spontanea e arruffona, non quella fatta di exploit alla KLF o da studenti dell’Accademia: “Ci rinfacciano sempre le migliaia di band che ammazzerebbero per le occasioni che abbiamo avuto, gente che in tour muore di fame e che accetterebbe qualsiasi condizione pur di sfondare. Ci guardano e pensano che lo facciamo apposta, che giochiamo a fare i bad kids ma… in realtà siamo solo noi stessi”. Ovvero un gruppo di dropout di Minneapolis che nessun direttore di riformatorio sarebbe riuscito ad assemblare meglio. In prima fila Paul Westerberg, chitarra e voce, reduce da una scuola per ragazzi difficili (senza neppure riuscire a diplomarsi) e impiegato con pessimi risultati come bidello, al momento di formare la band nel 1978. Ai fianchi Bob Stinson (esperto in fughe dagli istituti minorili prima di diventare chitarrista fra i più geniali della sua generazione) e il fratello Tommy, undicenne ai tempi di entrare nel gruppo con un basso regalatogli pur di tenerlo lontano dalla strada, con a chiudere il quadrato il batterista Chris Mars, mezzo cherubino nel suo ascriversi appena qualche espulsione da scuola.

Già un miracolo che i quattro così abbiano timbrato il cartellino dei primi tour, figuriamoci incidere una serie di dischi più che decorosi, dallo speed punk di Sorry Ma Forgot To Take Out The Trash (1981) al già ben più sviluppato e vario Hootenanny (1983). Ma sono due i punti fermi, nel 1984 di Let It Be. Una fama di live band disastrosa, per cominciare: “Quando c’è poca gente nel locale, l’alcool è utilissimo: se sei ubriaco ti sembra che ci sia il doppio delle persone. Avevamo la fobia del successo. Avevamo paura di tutto, eravamo assolutamente paranoici e la cosa andava di pari passo con il bere smodatamente. Ci ubriacavamo soprattutto perché eravamo spaventati a morte”, si giustificherà Westerberg. E una critica adorante che se da un lato scopriva la sindrome di Stoccolma davanti a quattro pericolosamente allergici agli impegni promozionali (una celebre intervista del periodo al “Guardian” è punteggiata da bottiglie lanciate contro i muri e minacce di mangiare il registratore portatile del cronista), dall’altro si chiedeva però cosa i quattro avrebbero combinato da adulti, dopo dischi in fondo ancora irrisolti. La risposta arriva con Let It Be: “Ero maturato un po’, quel tanto che basta per tornare a sentire i dischi che non avevo fatto a pezzi, quelli sopravvissuti in fondo agli scaffali. Jackson Browne, Joni Mitchell, Gordon Lightfoot, Dylan. Eravamo nel tour di Hootenanny, suonavamo tutte le sere insieme a gruppi hardcore, tutti vestiti di nero e tutti mortalmente seri. Noi non eravamo i più veloci e sicuramente non eravamo quelli più spaventosi: lì ho capito che tanto valeva scrivere pezzi migliori di quello che sentivamo in giro”, spiegava le premesse Westerberg. E, cominciando con un titolo quantomeno impegnativo, l’imperativo diventa quello di provarci. O osare, proprio come il brano che apre il disco: I Will Dare giostra fra il mandolino di Westerberg e la chitarra solista dell’ospite Peter Buck dei R.E.M. (band indebitata dall’inizio con i ‘Mats, e in più di un senso loro alter ego), una voce che minaccia di sgretolarsi alla seconda sillaba e una batteria per cui molti scomodano persino Topper Headon dei Clash.

Forse il vero confine sonoro fra il prima e il dopo, proprio come l’appiccicosissimo indie pop della successiva Favorite Thing, ma i momenti più sublimi restano quelli a sviluppare il tema di fondo di Let It Be. Ovvero l’adolescenza, un po’ come se a raccontarla fosse il bulletto di Breakfast Club e la radio passasse solo i Big Star. Racconti a carne e nervi scoperti come mai prima coi Replacements, anche brutali nella loro laconicità.  Ma immortali: poco o nulla racconta lo spaesamento di quell’età come Unsatisfied. Un primo verso semplice semplice, guardami negli occhi e dimmi se sono soddisfatto. E una power ballad che (insieme alla gemella Sixteen Blue) fa suo uno dei massimi archetipi del pop con un passo tanto classico da lasciare il dubbio sul fatto che Westerberg stesse raccontando l’adolescenza più per il tramite dei suoi dischi preferiti che attraverso la sua esperienza personale. Dischi dei Kiss inclusi magari, vista una cover di Black Diamond in certi ambienti ormai più celebre dell’originale. Ma l’atlante emotivo dell’età c’è tutta, che sia il testosterone di We’re Comin’ Out o la sensibilità di chi due o tre cose sul sentirsi escluso le ha imparate sulla sua pelle. Anche all’interno della stessa scena punk del periodo, quella sul cui machismo troppo spesso si è lasciato correre. Ai tempi forse solo i concittadini (e amici) Hüsker Dü avrebbero avuto nelle corde un pezzo come Androgynous, anche poetico atto d’accusa nei confronti di certa omofobia dell’ambiente prima che gli anni gli donassero l’attuale universalità. Un piano e una voce che malgrado le ristampe paiono tuttora registrati in un’ovovia e una storia d’amore al di là dei generi, più che una storia d’amore transessuale: solo che Westerberg a quelle vette di lirismo non tornerà più.

Un po’ come le recensioni del disco, pressoché universalmente acclamato all’uscita. Su tutte un rarissimo A+ di uno dei critici più temuti del periodo, Robert Christgau del “Village Voice”. Il ringraziamento è in puro stile Replacements: la band lo invita a un concerto a Minneapolis e una volta riconosciutolo nel pubblico annuncia la (finta) morte di Chuck Berry, idolo del giornalista, con il solo intento di rovinargli la serata. Tanto la festa al gruppo l’avrebbe fatta il pubblico poco dopo, rendendo le vendite di Let It Be appena più che fallimentari. Colpa dell’etichetta, probabilmente: ancora non c’era un modello sul come veicolare nelle classifiche gruppi provenienti dall’underground, e i vecchi trucchi promozionali degli anni Settanta poco o nulla poterono con un disco di tutt’altro carattere. Così che a suo modo è tuttora toccante la copertina, con i quattro sul tetto di casa della mamma degli Stinson. Molti degli amici intimi del gruppo la ricorderanno con affetto, per come ogni componente della band paia riflettere al centimetro la propria personalità nello scatto. E per il suo essere una delle ultime istantanee di gruppo: appena inciso il successore (e quasi altrettanto valido) Tim, Westerberg licenzierà un Bob Stinson ormai sulla strada che lo porterà alla morte nel 1995, quando gli eccessi chiederanno il conto tutti insieme. Seguiranno altri dischi, qualche tentativo di ripulirsi l’immagine, un’influenza incalcolabile sui 35 anni di rock americano a seguire e nel 2013 anche una reunion senza troppa convinzione ma con qualche momento commovente. Quasi a dare ragione a Westerberg che anni dopo tirerà le somme così: “Se fossimo diventati famosi sarebbero successe due cose. Intanto saremmo probabilmente morti tutti, visto il consumo di alcool e droghe. E nessuno si ricorderebbe di noi oggi: è stato il nostro fallimento a cementare i fan”.

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