(Iron Maiden – Somewhere In Time, 1986 – EMI)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Mario Ruggeri

Di quando tutto inizia e tutto finisce. Di quando la storia entra in una sua nuova fase e tutti rifiutano la storia. Di quando l’idea vince sulla ragione. Di quando un capolavoro imperfetto si isola e rimane per sempre un capolavoro. Ma quando, da quel momento in poi, il mondo non sarà più lo stesso. Nella mia città natale, piantonavo un negozio di strumenti radiofonici da tre giorni. Ogni pomeriggio, mi mettevo davanti alla vetrina e attendevo che un piccolo trasportatore scaricasse dal furgone uno scatolone di dischi. Me lo avevano promesso. I proprietari, che saltuariamente in un piccolo scaffale all’entrata del negozio esponevano i vinili più vendibili, avevano preso a cuore la mia situazione e ordinarono per me Somewhere In Time degli Iron Maiden. Ci vollero ben sei giorni prima che arrivasse. Ma alla fine diedero a me l’onore di aprire la scatola con un rudimentale taglierino e prenderne la prima di tre copie. Ma siccome i soldi mi bastavano, per sicurezza ne presi due. Questo racconta poco della mia storia, ma molto dell’attesa febbrile intorno al nuovo disco degli Iron Maiden. Era il 1986.

Gli Iron Maiden arrivavano dalla più grande consacrazione internazionale dedicata ad una heavy metal band, appartenente ad una sottocultura che proprio grazie a loro divenne una cultura popolare di massa. Gli Iron Maiden arrivavano dal World Slavery Tour, il tour itinerante lungo ben tredici mesi e che distrusse ogni record mai registrato da una rock band: più alto numero di tir dedicati al trasporto della strumentazione, più alto numero di addetti ai lavori impiegati per ogni concerto, più alto numero di date mai collezionate da una metal band, più grande impianto luci della storia. Ma i dati storici più importanti furono due: gli Iron Maiden divennero idoli negli Stati Uniti, la cui comunità rock fu da sempre restia alle metal band europee; gli Iron Maiden varcarono la cortina di ferro, organizzando parte del tour in quell’est europeo ancora separato dal resto del vecchio continente dal Muro di Berlino. Era la prima volta nella storia che una band del genere affrontava una sfida così grande. Questo racconto è tutto nel leggendario live album Live After Death. Gli inglesi erano all’apice del loro successo, ma anche provati da un’avventura forse più grande anche di loro, mentre tutto il mondo attendeva il loro ritorno: e intanto il clima all’interno della band registrava una crisi inedita. Bruce Dickinson affrontava una piccola depressione ed una crisi artistica ed era lui deputato a scrivere i brani del nuovo album. Dickinson cercava una nuova strada che garantisse al gruppo altri anni di gloria: ma la passione sconfinata per Physical Graffiti dei Led Zeppelin lo portò a consegnare a Steve Harris una manciata di canzoni semi-acustiche. Immediatamente bocciate. Harris preoccupato si rivolse ad Adrian Smith, da sempre adoratore delle armoniche dei Thin Lizzy e il più incline del gruppo al suono “aperto” americano (lo confermò tre anni dopo con la pubblicazione del suo primo album extra – Maiden, Silver And Gold degli Asap) che in un mese presentò il demo del futuro Somewhere In Time. Uno shock per tutta la band.

La visione musicale di Smith, seppur legata all’heavy metal, era totalmente futurista. Portava gli Iron Maiden dal mondo medioevale (Piece Of Mind) o dell’antico Egitto (Powerslave), al mondo distopico di Blade Runner. Un salto vertiginoso.
E poi il suono: Smith riteneva che la vecchia scrittura degli Iron Maiden dovesse ampliarsi, aprire alle armonie e pretese l’inserimento delle chitarre synth che simulassero l’effetto sonoro delle tastiere. Un oltraggio che la stessa comunità metal per circa un anno biasimò aspramente, facendo di Somewhere In Time il disco più attaccato e criticato dalla stampa di genere. La più grande heavy metal band della storia, all’apice della sua carriera, stava sfidando se stessa, il pubblico, il codice morale conservatore del metal stesso e stava per cambiare le regole della NWOBHM. Steve Harris si prese due giorni di riflessione e poi tornò dalla band: Somewhere In Time si doveva fare. Esattamente in quel modo. Dave Murray si chiuse nel silenzio e Bruce Dickinson minacciò di lasciare la band. Fu Adrian Smith a riunire la band in un pub e a spiegare il rischio di diventare una band uguale a se stessa. L’autocelebrazione rischiava di essere la loro fine.

Somewhere In Time, pubblicato nel settembre del 1986 racconta tutto questo e porta negli nel gruppo un nuovo stile: l’epica diventa racconto del futuro. Le cavalcate di basso di Steve Harris diventano il propulsore di una navicella spaziale. L’incrocio di chitarre di Smith e Murray, crea un suono tagliente ma tanto heavy quanto armonico e melodico. E i synth, incredibilmente, riempiono la voce lirica di Bruce Dickinson. Wasted Years, primo singolo estratto ed anticipazione del disco intero, che è la versione metal e futuribile dei Thin Lizzy di Whiskey In The Jar, sarà l’epitaffio della NWOBHM e la definitiva apertura all’heavy rock americano. Quello che genererà i Queensrÿche di Empire, i Metallica di Black Album, i Dream Theater di Images And Words e tutto il metal degli anni 90. Le profondità scure e occulte dei Black Sabbath, dei Witchfynde e degli Angel Witch vengono sostituite con colori più chiari, cori e melodie accentuate. Heaven Can Wait e The Loneliness Of The Long Distance Runner che seguivano lo stile e l’architettura di Wasted Years in una forma di heavy metal rock accentuato. Dopo sei mesi di critiche e di accesi dibattiti, vinse la forza di Somewhere In Time che non fu mai il migliori disco degli Iron Maiden, ma quello più innovativo. Tanto da gettare le basi per l’ultimo vero grande disco della band inglese, il successivo Seventh Son Of A Seventh Son pubblicato due anni dopo. Moriva l’heavy metal per come lo conoscevamo, nasceva un nuovo stile ed una band diventava definitivamente leggenda. La leggenda di un disco nato altrove, da qualche parte, nel tempo.