(Daft Punk – Homework, 1997 – Virgin)

Riconoscere immediatamente un suono o un gusto è un riflesso automatico e quotidiano. “Rumore”, in collaborazione con Jameson, vi porta a scoprire ciò che li rende riconoscibili.

di Luca Minutolo

Vi era un tempo in cui la musica elettronica era relegata al ruolo, marginale ai più, di pura ricerca avanguardistica. In alcuni casi, addirittura bollata come pratica illegale. Vedasi l’epopea rave che sul finire degli anni 80 uscì dai confini inglesi serpeggiando nel buio di happening riservati a pochi eletti presenti nel giro. In una sola parola: demonizzata. Come il rock ai suoi esordi, del resto. Alle prese con la paura collettiva nei confronti di un mostro dalle sembianze non ancora definite e riconosciute. A dare un volto e un’identità ben precisa a questa nuova creatura informe ci pensano due ragazzi francesi, direttamente dalle quattro piccole mura della propria cameretta: Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homen-Christo. (Ri)Prendendo a menadito la lezione dance anni 70, il duo che si presenta al mondo intero con la ragione sociale Daft Punk, elabora inconsapevolmente una nuova forma che legittima al mondo intero la centralità sempre più invadente del dancefloor. Ed è proprio tramite la registrazione dell’irruzione della polizia durante un rave party che spicca il volo l’esordio dei Daft Punk datato 1997. Stop the music and go home intima con freddezza la voce che fuoriesce dal megafono in Revolution 909. Ed è a tutti gli effetti una rivoluzione quella che invoca Homework.

La discoteca, il club e addirittura i rave vengono sbattuti in faccia al mondo intero. Senza vergogna, portando alto il vessillo del ballo come atto catartico accessibile a tutti, con il funk acido di Da Funk come inno nazionale per una popolazione fino ad allora oscurata. Sull’onda lunga generata dall’imperante scena house degli anni 90, i Daft Punk hanno l’intelligenza di sfruttare la spinta a proprio favore, elaborando una formula tanto furba quanto personale del sound da club adatto alle masse. In sostanza, rendere pop le atmosfere danzerecce che fino ad allora sembravano discrezione dei clubbers più duri e puri. Il celebre videoclip del singolo Around The World realizzato dalla mano geniale Michel Gondry, rende visivamente alla perfezione quella che è la tecnica nella costruzione dei brani che la coppia dei Daft Punk porta avanti. Una struttura a spirale concentrica, in cui ogni singolo elemento viene aggiunto gradualmente.

I pezzi di Homework, in principio concepiti come singoli a sé stanti, si sviluppano quindi su un climax dance ascendente e basato su samples e campionamenti, pescando a mani basse dal passato e presente. Dalla ovvia disco music al meno diretto parallelo con l’hard rock anni 80, con tutto quello che passa nel mezzo. Processata da un tocco inedito, basato su pitch esasperati e la delicata levigatura dei beat, definendo immediatamente un canone riconoscibile: il french touch. Più che un vero e proprio genere, è una filosofia che fa del pop un elemento da plasmare in maniera del tutto personale. Beat più spigolosi e bassi rimbombanti vengono così trattati in modo da suonare più caldi e avvolgenti, lasciando intatto il groove primordiale che la disco music passa idealmente tramite il testimone stroboscopico di Homework. Pochi elementi, ma resi efficaci ad esprimere un concetto molto chiaro che Thomas Bangalter spiega durante un’intervista concessa alla rivista svedese “Pop” nell’aprile del 97 (e di cui trovate la traduzione completa in inglese ad opera di uno sconosciuto eroe): “Potremmo guarnire la nostra musica con un sacco di suoni che in realtà non servono a nulla. Così probabilmente la gente non si lamenterebbe del fatto che suoni monotona. Ma in realtà è la monotonia a dare potenza ai nostri pezzi. Un ‘Ta-ta-ta-tam’ suonato continuamente non suona mai allo stesso modo. Il nostro cervello lo percepisce ogni volta in maniera differente. Il lavoro di arrangiamenti che abbiamo messo in questo disco non è chiaro finché non ci si concentra realmente sul ritmo”. Ritmiche dunque semplici solo all’apparenza, in cui la reiterazione gioca un ruolo fondamentale nella modifica progressiva e costante dei pochi elementi gettati nel circolo vizioso del loop. Eppure l’esordio dei Daft Punk viene presentato dai due (non ancora travestiti da futuristici robot, ma indossando solamente delle sinistre maschere da rapinatori) come la risposta tutt’altro commerciale nei confronti della dance mainstream. Una sana faccia da schiaffi, nonostante fosse celata fin da subito dietro un velato anonimato. Attitudine che sarebbe diventata di lì a poco un vero e proprio marchio di fabbrica. Perché è indubbio l’intento di Homework di cercare la soluzione melodica più accattivante ad ogni costo, applicando alla materia dance gli assiomi del credo less is more. E il duo riesce magnificamente nell’intento, lasciando intatta la credibilità della scena rave e house. Per quanto si voglia scavare a fondo alla questione, rimane solamente un assunto imprescindibile: chi riesce a star fermo sulle note di Around The World non ha un cuore che pulsa. L’importante è ballare. Sempre.