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daftpunk_torino_traffic
(foto: Michael David Mura)
 

di Nicholas David Altea

Ci sono i concerti che diventano una linea di demarcazione temporale. Creano un prima e un dopo nell’esperienza dell’ascoltatore. Dal 12 luglio 2007 esiste, appunto, un prima e un dopo, e coincide con l’ultimo live italiano dei Daft Punk. A dieci anni di distanza sobbalziamo ancora quando ci arriva la notifica su Facebook: “Daft Punk ha appena pubblicato qualcosa dopo molto tempo”. Giusto il tempo di accorgerci che è solo un post per pubblicizzare nuovo merchandise. Siamo ancora qui che aspettiamo (senza speranza?) un concerto/tour dei Daft Punk. Chi l’avrebbe mai detto che quello sarebbe stato l’ultimo concerto dei due caschi francesi in Italia? Nessuno, probabilmente. Ed è anche per questo che il concedersi pochissimo (o nulla) ha innalzato la soglia di epicità di un evento (quella stessa sera anche LCD Soundsystem e WhoMadeWho in apertura) come quello al Traffic Festival di Torino, nel Parco della Pellerina con 45mila persone, circa. 10 anni fa la grandezza dei Daft Punk era sicuramente differente rispetto a quello che sono realmente oggi. Una pietra miliare dei live più importanti che siano passati in Italia. Si può dire; nessuno si offenderà. Ed è bello che sia successo nel capoluogo piemontese, dove il Traffic Free Festival viveva uno dei momenti di maggior luce. Nel frattempo noi pasticciavamo con MySpace, la qualità delle foto coi telefonini non era il massimo e sentivamo parlare di iPhone da appena due settimane. Per una volta possiamo non lagnarci delle mancate tappe nei tour dei Daft Punk: non si sono praticamente più fatti vedere dal vivo dopo la fine del tour di Alive nel 2007, non solo in Italia, ma in tutto il mondo – salvo qualche sporadica apparizione ai Grammy (2014 e 2017) e pochissimo altro. Si sono sentiti così potenti da poter decidere di non fare nemmeno una data a supporto di un disco come Random Access Memories (2013) che ha venduto più di 3,5 milioni di copie. Nell’epoca in cui artisti e producer compiono tour estenuanti perché il refrain “Non si vendono più i dischi come una volta” echeggia un po’ ovunque, Guy-Manuel de Homem-Christo e Thomas Bangalter, i dischi li hanno venduti e se ne sono sbattuti letteralmente di suonare il loro nuovo lavoro in giro per il mondo. C’è chi può. E loro possono.

Se da un parte la fama dei producer mitologici coi caschi robotici è cresciuta in maniera esponenziale, dall’altra avevano avuto la capacità di avvicinare – in un percorso iniziato già con Homework dieci anni prima – un pubblico inconsapevole e più ampio. Non solo clubber o amanti di suoni strettamente elettronici. Quel concerto lo ricordo abbastanza bene, pur essendoci arrivato senza nessuna apparente eccitazione. Eppure i Daft Punk li ascoltavo da anni, compravo i loro singoli, impazzivo per la robotica monotonia di Around the World e l’attitudine disco di One More Time, ma nella mia testa giocavano un altro tipo di campionato rispetto alle mie amate chitarre. Ricordo perfettamente la risposta quando mi chiesero: “Ehi, stasera vieni a vedere i Daft Punk?”. Risposi: “Boh, non so. Ma sì, vengo. Mi piacciono, ma non suonano. Io domani voglio vedere assolutamente gli Arctic Monkeys”. Andai senza attese. Limite mio, certo. Ma è a questo che servono concerti del genere: a cambiarti il modo di concepire la musica una volta spente le luci.

Quello dei Daft Punk, a Torino, è stato solo l’atto conclusivo della disintegrazione di una barriera di chi ancora viveva una concezione della musica in compartimenti stagni. Uno spettacolo difficilmente ripetibile. Una piramide illuminata e due robot-producer. Un’esperienza ai limiti. Chi c’era, se ancora aveva qualche remora integralista, l’ha persa immediatamente, caduto sotto i colpi di Touch It / Technologic o Around the World / Harder, Better, Faster, Stronger o One More Time / Aerodynamic. Chi non c’era, si dispera ancora oggi. One More Time. Again.


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