di Antonio Belmonte / foto di Ana Blagojevic

Non so perché ma l’ultimo Miles Cooper Seaton mi rimanda con la mente a quel variegato manipolo di musicisti inglesi che durante gli anni ’60 assaporarono fugacemente il successo in Italia rifuggendo da una scena musicale che per loro non aveva posto neanche in panchina, feudalizzata com’era da personcine come Beatles, Rolling Stones, The Kinks, The AnimalsThe Who eccetera. Certo, l’ex bassista degli Akron/Family di inglese non ha proprio un bel niente, e di successo in Italia neanche l’ombra; eppure in quella sua fuga dalla natia America si nasconde quel non so che di “esule romantico e incompreso” che scatena incondizionata simpatia.

E non potrebbe essere altrimenti al cospetto di un ragazzone californiano, cresciuto a Seattle, che serra la porta di casa, nasconde le chiavi sotto lo stuoino, ripone il passato nel freezer e si accasa nel nostro bello Stivale per ritrovare se stesso, reinventarsi nottetempo e registrare un disco coi controcazzi (quel Phases in Exile già recensito dal sottoscritto sul numero di Aprile). Va da sé, dunque, che non potevamo non scambiare quattro chiacchiere con questo irrequieto anarchico bohémien del terzo millennio che sembra fuggire nella direzione sbagliata, che smarrisce l’America per ritrovarla in Italia e che cita Bakunin invece di Abramo Lincoln.

Miles, non posso non partire dalla tua critica presa di posizione sugli USA (tu dici “luogo di standardizzazione socio-culturale”) e, di riflesso, dalla tua esaltazione dell’Italia. Tanti giovani italiani guardano all’America come luogo di realizzazione dei propri sogni mentre tu l’America l’hai trovata nel nostro paese: una “fuga di cervelli” al contrario, la tua. Qual è stata la scintilla che ha scatenato quest’amore?

Gli Stati Uniti sono un luogo incredibilmente complesso ed immenso, quindi ogni critica generica è molto difficile. Parlando in senso socio-politico, in quanto monarchia capitalista l’America è dominata dai soldi. Ogni cosa ha il suo prezzo. Da ogni ragionevole punto di vista l’espressione culturale – musica, arte, letteratura, teatro ecc. – è inestimabile. Al contrario, niente è inestimabile da una prospettiva capitalista. Se non puoi attribuire a qualcosa un prezzo, allora questa diventa inutile. Da ciò scaturisce un clima sociale dove tutto è sempre in vendita e gli artisti che non guardano a loro stessi come a degli imprenditori sono considerati pigri o non abbastanza impegnati nel loro lavoro. Il lavoro risultante è così, generalmente parlando, spinto a diventare nichilista e “usa e getta”. Dato che la popolazione deve lavorare così duramente per produrre un reddito sufficiente per vivere il suo grado di attenzione ne soffre a dismisura e quindi la musica o i lavori artistici, che richiedono un po’ di pazienza ed esperienza, sono in genere scartati.
È vero quello che dici dei giovani italiani. Qui in Italia trascorro molto tempo insieme a giovani musicisti e naturalmente il fatto stesso che adesso io sia qui a rispondere a tale domanda prova che questa leggenda della “terra delle opportunità” sia molto radicata. Vedo il vantaggio dell’essere americano quando le persone che incontro in Italia generalmente si mostrano interessate alla mia opinione e posso solo sperare di utilizzare questa fiducia per raccontare qualcosa che ispiri coloro che hanno preso me a modello per guardare alla propria situazione sotto una nuova luce. Questa fiducia è una delle milioni di cose che amo dell’Italia. La gente qui vuole sentire qualcosa. Crede nella magia. Non esita a fermarsi un momento per seguire un’idea folle. È estremamente generosa con il proprio tempo e la propria attenzione (due delle risorse più vitali che una persona possa condividere) e la terra è così meravigliosa… Quando parlo con le persone giovani spesso sono preoccupate di come mantenere il loro lavoro “puro”. È un concetto così meraviglioso che me ne sono innamorato subito, sin dall’inizio.

Mi sembra di aver intuito che neanche l’amministrazione Obama ti abbia entusiasmato più di tanto. No?

Tutti gli Stati sono un affronto all’umanità. Obama o Hillary Clinton o Bush (senior o junior) non importa. Il fatto che abbiamo la tecnologia e le risorse per nutrire, vestire e dare tranquillamente una casa al mondo intero e ciononostante milioni di persone muoiano ancora di fame e di assideramento dovrebbe provare che non fa differenza di quale sia in realtà il pupazzo che sta in TV. Il fatto che Barack Obama sia un uomo di colore è incredibile e stimolante. Tuttavia tutta la distribuzione delle risorse è ancora controllata da oligarchi assassini e quindi tutto il resto poco importa…Anzi è anche peggio poiché ognuno si sente coccolato nella sottomissione.
Una bella citazione di Mikhail Bakunin riassume in miei sentimenti a riguardo: “Questa flagrante negazione dell’umanità che costituisce la vera essenza dello Stato è il suo supremo dovere e la sua più grande virtù. Ciò spiega perché la storia intera degli stati antichi e moderni non sia altro che una serie di crimini disgustosi; perché re e ministri passati e presenti, di tutti i tempi, e gli uomini di stato di tutti i paesi, i diplomatici, i burocrati e i guerrieri, se giudicati da un semplice punto di vista di umanità e giustizia umana avrebbero di diritto guadagnato cento o mille volte o più la loro sentenza ai lavori forzati o alla forca”.

Nonostante tutto le atmosfere del tuo disco sono profondamente legate alla tua terra: in alcuni passaggi strumentali l’impressione è che tu sia stato completamente sedotto, oltre che da ricorrenti suggestioni cosmiche, dagli evocativi paesaggi statunitensi, quelli più sconfinati e lontani dalla città. Come se la natura dei tuoi luoghi e lo spazio siderale rappresentassero, ad oggi, l’unico rifugio dalle nefandezze della società.

L’America è una terra indescrivibilmente meravigliosa. La sensazione di incontrare l’estremo vuoto dell’Ovest americano è come ritrovarsi negli immensi spazi cosmici e nelle profondità della propria mente e del proprio cuore. Ci sono posti così tranquilli che il rumore del sangue che scorre nelle proprie vene è più forte di quello del mondo che sta fuori. È un’esperienza terrificante ed essenziale. Questo è lo spazio che voglio ricreare musicalmente durante una registrazione. Così che l’incontro con il racconto sia senza filtri. Intimo. Diretto. Inevitabile.

Parliamo del tuo disco. La sua trasversalità sonora e umorale, nonché la sua ricchezza di appigli extra musicali  (letteratura, cinema, cultura popolare ecc.) denotano una palpabile contiguità con i tuoi Akron/Family, come se una bella fetta della loro eredità artistica ti appartenesse di diritto.

Prima di tutto sono lieto che tu percepisca una certa continuità perché sono davvero fiero del lavoro che ho fatto con Akron/Family. Dentro a questa musica, a dire il vero, ci sono così tanti riferimenti che dubito che qualcuno riuscirà mai a trovarli! (ride). Ad esempio la prima traccia, Out Here, contiene una citazione da Repo Man, il mio film preferito. Ciò che nel contesto del film è assurdo nel contesto del poema è pungente e il gioco con il contesto stesso è un tema centrale della mia opera personale da diversi anni. Purtroppo era molto difficile tradurre tutto ciò in un ambiente collaborativo come quello di una band.
Dopo tanti anni d’immersione in una relazione creativa talmente simbiotica e avvolgente mi ero abituato ad attingere dall’energia creata dalla resistenza alle idee reciproche. Non avere muri era stimolante e mi ha condotto alla scoperta di un bene di ispirazione più profondo. Da solo ho potuto esprimere una visione della musica più idiosincratica e potenzialmente più polarizzante. Ho provato una relazione fresca ed energizzante con il mio istinto creativo. E potevo prendermi il mio tempo. Ciò mi ha dato l’opportunità di scoprire il significato della musica in un modo nuovo e di contemplare e riscoprire il mio ruolo nel mondo come artista ed essere umano in generale. Quest’ultimo concetto di auto-realizzazione e di risoluta indagine personale, così come il presupposto e l’intenzione di fare musica, è stato qualcosa di pressoché impossibile durante gli ultimi anni di attività con Akron/Family.

In che rapporti sei rimasto con gli altri membri della band?

Siamo rimasti in contatto, anche se, a dire il vero, ognuno di noi è talmente preso dalle proprie faccende che parlarsi diventa piuttosto complicato. Come ti ho detto prima abbiamo tutti differenti priorità e con l’invecchiare è diventato sempre più importante affermare la propria identità artistica e personale. Se Allah vorrà suoneremo ancora insieme e allora la distanza sarà stata curativa.

Hai mischiato folk e ambient, synth modulari e chitarre, poesie cherokee e droni, momenti funerei e bagliori di luce, visioni e pezzi di vita reale; “gli estremi si toccano” si dice dalle nostri parti. Phases in Exile sembra ribadirlo.

Una cosa che ho sempre affermato è che se tanto la mia musica quanto quella degli Akron/Family sono fatte così allora significa che sono molto americane. In America trovi di tutto e tutti sono accatastati uno sopra l’altro. Un vero e proprio calderone. Questo è al contempo una benedizione e una sventura. E comunque, quando si tratta di arte, è meraviglioso avere tale livello d’ispirazione in movimento. Quindi il vero gioco di abilità sta nel provare a scovare un filo conduttore all’interno del disco. Musicalmente ho cercato di ricreare un’atmosfera sonora profonda e spaziosa che fosse funzionale alla narrazione che doveva svolgersi al suo interno. Perciò è all’interno di quest’atmosfera che va ricercato formalmente il filo conduttore dell’intero disco. Quanto ai testi, l’intenzione era quella di relazionarli alla tradizione poetica dell’interpretazione dell’esperienza universale attraverso l’espressione delle proprie esperienze personali. Sul piano narrativo è emersa una trama cronologicamente lineare (della quale mi sono poi reso conto solo recentemente) nel tentativo di seguire le orme delle opere di grandi maestri come, ad esempio, A Love Supreme di John Coltrane: riconoscenza, determinazione, perseveranza, salmo.
C’è una stima del tempo, della morte e della perpetua instabilità della vita (Out Here) seguite dalla fissazione di una prospettiva: quella del narratore vivo e solitario, afflitto da una domanda interiore e da una incessante rimuginazione incarnata musicalmente dalle ritmiche più marcatamente opprimenti (Pacts With Beasts, I Am That, It Just Does). Da questo punto in poi comincia a confrontarsi e a combattere col dolore causato dall’isolamento e anche dalle varie identità che emergono dalla sua situazione esistenziale, le quali saranno poi gradualmente e forzatamente annientate (Little Prince, Persona – The Killer). La reale identità rimarrà nuovamente da sola ma adesso profondamente rispettosa della transitorietà e con essa pacificata (Nothing Lasts). Dopo aver attraversato questo vuoto totale (Death and The Compass) il narratore si prefigura un paradiso spirituale e mentale raggiungibile e manifesto come potrebbe essere un’ideale vita pacifica al mare (Homes by The Sea).

Parlami della tua collaborazione con i nostri C+C=Maxigross. Il brano che hai registrato insieme a loro (Persona – The Killer) è decisamente attuale, con quella figura del killer che uccide tutte le nostre vite alternative – quelle tecnologiche in primis – per lasciare in vita solo quella reale.

Mi fa piacere che tu abbia trovato il brano attuale. A dire il vero, sebbene i C+C Maxigross siano stati parte integrante nella creazione del brano, nessuno di loro vi ha realmente suonato o scritto qualcosa. Abbiamo effettivamente registrato insieme un sacco di strati di chitarra e altre cose ma alla fine ho cancellato tutto, ad eccezione di un suono, e vi ho improvvisato sopra delle linee vocali con le parole che avevo appena scritto. Non voglio comunque minimizzare il loro ruolo complessivo nella mia vita e nel mio lavoro dal momento che mi sono stati di valido aiuto nel diffondere in Italia la mia musica e nel supportare la mia capacità di lavorare da solista. Sono ragazzi passionali, talentuosi, infaticabili nonché anime nobili. Con loro sono stato fortunato abbastanza da poter rivestire un ruolo che non fosse solo quello di semplice mentore, per me già indicibilmente gratificante, e spero vivamente che anche loro abbiano ottenuto qualcosa dal sottoscritto! Adesso sono diventati anche cari amici e sono quasi certo che a breve sentirete ancora parlare delle nostre collaborazioni.

È ancora intatta la libertà incontrollata che avevi ai tempi di Seattle? Ne hai nostalgia?

Tutto sommato non essere più un teenager non mi manca affatto. All’epoca ero strafatto di metanfetamine e ciò mi rendeva spesso una persona piuttosto terribile! (ride). Ciò che veramente mi manca è la vita “prima di internet”: mi manca la semplicità di essere un outsider e l’identificazione in una contro-cultura vitale e genuina. Oggi tutte queste culture alternative sono state snaturate e svuotate praticamente di reale significato. Ne sono sicuro. I punk sbroccarono già nel ’77 quando Saks sulla 5th avenue a New York vendette come orecchino una spilla da balia d’oro… Ma oggi ancor prima che tu abbia la possibilità di sviluppare un linguaggio estetico questo ti è già bello e stato rivenduto. Ciò non significa che io non apprezzi la tecnologia, ci mancherebbe, poiché senza di essa probabilmente non sarei mai stato qui. Ho solo constatato il malo modo in cui è stata utilizzata dal sistema e questo mi rattrista. La vita è una continua bufera di contrasti.

Ma davvero pensi che l’amore sia tutto e la saggezza nulla?

In un certo senso sì. Confermo. La saggezza dice “Non sono niente” mentre l’amore dice “Io sono tutto” (Nisargadatta Maharaj). Ecco, io sono da qualche parte tra queste due cose perché sono convinto che se effettivamente io esisto allora significa che io sono. Sono separato tanto dalla saggezza quanto dall’amore e dal mio compagno umano e, al contempo, da niente e da tutto. La cosa incredibile della musica e delle performance è che ti donano l’opportunità di percepire quanto in realtà siamo tutti vicini l’uno con l’altro e con Dio in ogni singolo momento, perché abbiamo l’opportunità di vivere quel dato momento e di percepirlo tutti simultaneamente.

Dimmi la verità: ci sarà pur qualcosa dell’italia che non ti piace?

Caspita! Davvero difficile da dire. Diciamo che non mi piacciono quelle persone che non riescono a capire quanto questo paese sia incredibile. Con alcune di loro devo materialmente lottare per cercare di convincerle di quanto gli italiani siano fortunati ad essere nati qui. Certo, qui non c’è il cibo messicano e, onestamente, la cosa mi butta un po’ giù di morale certe volte… Ma per rimediare non ho che da ordinare un’altra pizza, passeggiando attraverso le più affascinanti e sicure città che io abbia mai visto, e poi, alla fine, realizzare che i taco me li gusterò quando tornerò a Las Vegas tra qualche mese.