Dope Dod

di Davide Agazzi

Strano percorso quello degli olandesi Dope DOD: questo trio multietnico, proveniente da Groningen (lo stesso paese degli idoli drum ‘n’ bass Noisia, coi quali infatti non sono mancate collaborazioni in passato) si impone sulla scena mondiale nel 2011 grazie al fulminante esordio Branded, trainato dalla forza di un singolo d’impatto come What Happened, che supera i 10 milioni di visualizzazioni sul tubo. Si accorge di loro anche Fred Durst, capriccioso leader dei Limp Bizkit, che li prende sotto la propria ala protettrice e garantisce loro un boost di visibilità anche oltreoceano. La formula, forse non proprio originalissima, funziona: un rap aggressivo, di chiara matrice hardcore, montato sopra basi dubstep, con l’accezione del termine – in questo caso – più vicina alla sua controparte americana che non all’originale inglese: a farla da padrone, insomma, non sono le linee di basso, ma gli innumerevoli “drop” che garantiscono ai Dope una presenza scenica dal vivo, ed un’attitudine, quasi rock.

Il resto del percorso dovrebbe essere in discesa, e invece no.

I Dope, ben consci che “la formula” potrebbe anche non funzionare più, decidono di rinunciare all’assalto sonoro dell’esordio rallentando i ritmi e donando al secondo disco, Da Roach, un mood quasi industrial. Completa il quadro una serie di collaborazioni coi pesi massimi del rap hardcore Usa, da Redman agli Onyx, da Sean Price a Kool Keith. Tutto è pronto per il grande sbarco in America, ma il paese a stelle e strisce rimane freddino, ed i numeri di questo secondo disco sono lontani, ma davvero lontani, dall’ormai irraggiungibile esordio.
Che fare?
Ecco arrivare, a solo un anno di distanza dal precedente lavoro, Master Exploder, terzo disco griffato Dope DOD. Il sound è, in qualche modo, un ritorno alle origini, mentre l’unica collaborazione viene dall’Europa, nella persona di Orifice Vulgatron, piccolo grande mc degli inglesi Foreign Beggars, formazione alla quale gli orange, stilisticamente, devono davvero tanto.

La seguente chiacchierata è figlia di uno scambio epistolare col gruppo di Groningen, buona lettura.

L’ultima volta che ci siamo sentiti, abbiamo discusso dell’idea dietro Da Roach (tr. scarafaggio), l’unico essere vivente in grado di sopravvivere ad un olocausto nucleare. Poi, che succede? Qual è la storia, ed il concept, dietro a Master Exploder?

Master Exploder è un riflesso di quello che abbiamo visto nell’ultimo anno. Da Roach invece era più un disco tematico, quindi con questo nuovo lavoro abbiamo voluto provare qualcosa di diverso pur mantenendo lo stile Dope Dod.

DOPE DOD MASTER XPLODER

Ad un anno dalla sua uscita, che bilancio fate di Da Roach? Lo considerate una sorta di delusione, dato che non ha avuto lo stesso ritorno di Branded, o credete che l’incredibile successo del vostro disco d’esordio fosse semplicemente irripetibile? Che tipo di aspettative avete per Master Exploder?

Beh, prima di tutto, Da Roach decisamente non è stato una delusione, è stato ricevuto a livello mondiale come un classico di culto, e grazie ad artisti come Redman, Kool Keith, Onyx e Sean Price è sicuramente un disco di hip hop hardcore. Ma noi non abbiamo mai aspettative, non cerchiamo di creare la prossima hit, ci buttiamo in una jam e cerchiamo di scuoterti il culo con un po’ di roba spaccacollo. Non seguiamo l’hype, è l’hype che segue noi.

L’unica figura che ritorna da Da Roach sembra essere Simon Roofless. Che ne è stato delle collaborazioni con i rapper americani che avevano dato vita ad alcuni dei momenti migliori del precedente album? Perchè avete scelto di non ripetere la cosa? Inoltre, Pavan dei Foreign Beggars è un’ottima inclusione, avete intenzione di collaborare maggiormente con loro?

Semplicemente sentivamo che era giunto il momento per qualcosa di nuovo e fresco. Perchè dovremmo colpirti con qualcosa che abbiamo già fatto? Non ha senso, secondo noi, abbiamo cercato di fare qualcosa di inedito per noi, aggiungendoci il nostro gusto. Questo è il motivo per cui Pavan dei Foreign Beggars sta sul disco, è la nostra prima collaborazione con un rapper britannico. Rappresentiamo l’Europa! E, sì, Simon Roofless è sempre dei nostri. I Goldminerz sono sicuramente parte della famiglia Dope Dod!

A mio avviso, questo terzo album suona come il primo ma mantiene il feeling industriale del secondo. Era questo lo scopo? Siete d’accordo?

Sì, siamo d’accordo, questo è esattamente quello che facciamo, costruiamo sopra quello che abbiamo fatto in precedenza, mi piace chiamarla evoluzione musicale! Una volta che si padroneggia uno stile, questo automaticamente si evolverà, se si prosegue in quella direzione. Ogni traccia può essere percepita come una continuazione del precedente lavoro, un po’ come un film, questa è la terza parte della nostra storia.

Ho saputo che, in origine, avete scritto circa 20 canzoni, ma solo 11 sono poi effettivamente finite sul disco. Che è successo al resto? Le pubblicherete, prima o poi, in qualche modo?

No, quelle tracce le abbiamo gettate via. A non rivederci.

La copertina del vostro disco è un chiaro omaggio a Straight Outta Compton, il classico album degli NWA. Perchè avete scelto di omaggiare proprio quel disco?

Perchè quella copertina ha segnato un momento speciale nella storia dell’hip hop, e noi sentiamo di aver proseguito quel percorso. Come noi, gli NWA sono stati un gruppo molto controverso, quindi mi pare giusto richiamare quell’immagine per tutte le moderne teste hip hop.

Il vostro nuovo album, in Italia, esce sotto licenza Machete Records. Com’è nata questa collaborazione? Abbiamo già potuto sentire Bloodshake il vostro pezzo assieme a Salmo, ci sarà altro in arrivo da questa partnership musicale? Ah, a proposito: verrete in tour in Italia?

Stiamo cazzeggiando con Machete da un po’ di tempo ormai, a noi piace il loro stile e a loro il nostro, tutto qua. Abbiamo già un po’ di roba nuova assieme a loro, quindi restate sintonizzati. E, sì, verremo sicuramente in tour in Italia, ma al momento non conosco ancora le date.

Avete mai preso in considerazione l’idea di scrivere i vostri testi in olandese? Com’è la scena orange oggi?

No, non faremo rime in olandese perchè non è la nostra prima lingua. E qui la scena è una merda! Prossima domanda.

Come stanno gli dei di Groningen? In Gutta dite “Realize that this so called hype is nothing more than the bag of dust, compared to the gods of crreation” (tr. Rendetevi conto che l’hype non è molto di più di una borsa piena di polvere, in confronto agli dei della creazione) Qual è la vostra opinione sul ruolo giocato dall’hype nel business hip hop nel 2014?

Noi siamo l’hype! Che si fottano tutti questi falsi insignificanti. Osservate la scena esplodere quando arriviamo noi!