notwist

di Alessandro Besselva Averame

A sei anni dall’ultimo lavoro in studio, The Devil, You + Me, e a cinque da Storm, colonna sonora dell’omonimo film, la band bavarese ritorna – nel mezzo le uscite di progetti paralleli come Lali Puna, Ms. John Soda, 13 & God – con un nuovo album, Close to the Glass. Un disco che applica la sensibilità elettronica del gruppo, da sempre a braccetto con radici indie chitarristiche che vengono da lontano (fine anni Ottanta, con i primi passi all’insegna di hardcore e noise), a nuove metodologie e al fascino per i sintetizzatori modulari. Un ritorno che riprende la svolta glitch pop di Neon Golden (2002) e il passato più recente dei The Notwist per rielaborarli in nuove forme, mostrando una band sempre intenzionata a mettersi in gioco, per nulla scalfita dall’inevitabile obsolescenza delle categorizzazioni. Ne parliamo con Micha Acher, che insieme al fratello Markus e a Martin Gretschmann aka Console costituisce il nucleo creativo della band.

Partiamo da una considerazione sul tempo. Sono trascorsi sei anni da The Devil, You + Me, e altri sei anni separavano quel disco da Neon Golden. L’impressione è che i secondi sei anni siano stati molto più lunghi, che siano cambiate molte più cose. È una impressione corretta?

Micha Acher: “Innanzitutto va detto che, come al solito, tutti quanti siamo stati impegnati in altri progetti, inoltre siamo stati parecchio in giro a suonare dopo l’uscita di The Devil, You + Me. E nella nostra musica ci sono così tante componenti diverse, ognuno ha ascolti anche molto distanti tra loro, che ci vuole del tempo per ricombinare il tutto e farlo in maniera convincente…”

Questa volta il vostro approccio è più organico del solito. In Neon Golden e nel successore la post-produzione era un elemento essenziale, questa volta i suoni sono stati lavorati, a quanto si legge, in presa diretta.

M.A. “Sì, questa volta abbiamo cercato di registrare dal vivo tutti insieme, ciascuno in una stanza diversa. Abbiamo applicato questa metodologia per alcune settimane, dopodiché abbiamo incominciato a lavorare sul materiale registrato fino a quel punto, sviluppando ulteriormente le canzoni, modificandole più volte. Allo stesso tempo abbiamo deciso di rifarne da capo alcune, lavorandoci fino ad arrivare ad un risultato convincente. Complessivamente abbiamo lavorato per circa un anno a Close to the Glass”.

Probabilmente si tratta di uno dei vostri dischi più chiaroscurali, le tracce sperimentali si spingono ai limiti, così come quelle più pop…

M.A. “Sai, quello che avevamo in mente tutti era un album con una struttura a collage, con molti break, volevamo mettere insieme elementi molto diversi. Non volevamo l’uniformità, e questa è anche un po’ una sfida per gli ascoltatori. Alla fine dei brani, molto spesso, c’è Martin che, pure lui live, manipola i suoni e fa esperimenti sulla struttura del brano. A volte siamo la classica band chitarristica, a volte un progetto puramente elettronico. Mettere tutto insieme non è stato facile, è stato impegnativo trovare un filo conduttore, visto che un disco per funzionare deve essere in qualche modo fluido”.

Il vostro lato elettronico questa volta subisce il fascino delle tecnologie più antiche e analogiche. La prima traccia inizia quasi come Sextant di Herbie Hancock, con tutti quei bleep da film di fantascienza. Una tecnologia più primitiva e quindi meno prevedibile, più funzionale alla sperimentazione in un certo senso.

M.A. “Sì, anche Martin non voleva fare le solite cose con i suoi soliti strumenti. Quando abbiamo iniziato a lavorare al disco abbiamo acquistato alcuni sintetizzatori modulari, dei modelli molto vecchi, e questo approccio ‘modulare’ in qualche modo caratterizza tutto il disco”.

Sono cambiate anche le dinamiche in studio?

M.A. “Dopo l’uscita dell’ultimo album abbiamo suonato parecchio dal vivo, come ti dicevo, molto di più che in passato, e si è venuta a creare una comunicazione molto efficace, l’interscambio si è potenziato, fare musica insieme e discuterne era diventato particolarmente facile, vista l’accresciuta intesa. Abbiamo cercato di trasferire questa cosa nello studio. In The Devil, You + Me il suono lo abbiamo modellato principalmente io, Markus e Martin, ognuno si occupava di un po’ di tutto, e batteria e tastiere sono arrivati in un secondo momento. In questo caso erano presenti tutti fin dal primo momento, e c’è pure un brano scritto dal nostro batterista”.

Si è sempre parlato di Weilheim, la cittadina bavarese in cui avete mosso i primi passi. Quanto ha pesato e pesa ancora a distanza di decenni quell’impronta “provinciale” iniziale?

M.A. “Weilheim è ancora il luogo in cui ci troviamo a registrare, lì c’è il nostro studio, ma tutti quanti negli anni ce ne siamo andati: Markus vive a Monaco, Martin a Berlino, altri in Norvegia e ad Amburgo. Vivevamo in questa piccola città dove non c’era nulla, se eri interessato alla musica dovevi spostarti di parecchio per andare a vedere delle band interessanti, e a Weilheim non c’era pericolo che ci capitassero. Dovevamo organizzarci per poter ascoltare la ‘nostra’ musica, ed è così che sono nati i Notwist. Dovevamo arrangiarci da soli e questo è stato molto positivo. Abbiamo avuto la fortuna di avere intorno a noi persone che condividevano sensazioni e necessità, il che ha portato anche alla nascita dello studio, dandoci la possibilità di registrare quello che avevamo in mente. In quel periodo sono accadute tante belle cose che altrove, in un altro tipo di situazione, magari in una grande città come Monaco, non avrebbero potuto accadere. L’assenza di possibilità è stata la spinta più importante all’inizio”.

I Notwist saranno in Italia a breve per due concerti dal vivo. Qua tutti i dettagli.