Del fattaccio del mese scorso – la copertina, intendo – sapete già tutto, e non è il caso di tornarci su. Forse però non tutti sanno che – nel frattempo – per settimane il gruppo RCS se n’è venuto fuori con una campagna di promozione propria (legata al cosiddetto Giorno della Memoria) chiamata “Il rumore della memoria”. Dove la parola rumore ha un lettering temerariamente simile a quello dell’omonima testata che state leggendo. Cioè, per promuoversi un’iniziativa sull’Olocausto, qualche grafico lì in zona ha fatto che prendere (quasi) la nostra testata e buttarla dentro una campagna pubblicitaria e di comunicazione seriale. Che dire? Succede.

Certo, proprio la stessa parola con all’incirca lo stesso font denota qualche deficit di curiosità culturale. Ma siamo tanti, tutti vogliono tutto, come diceva Renato Zero, e dobbiamo lottare in un mercato competitivo (e qui si ritorna alla copertina di febbraio). Competizione. Ogni giorno, in Africa, una gazzella si sveglia. Sa che dovrà correre più del leone, altrimenti morirà. Ogni giorno, in Africa, un leone si sveglia. Sa che dovrà correre più della gazzella, altrimenti morirà di fame. Ogni giorno un ufficio stampa sa che dovrà piazzare un suo autore-artista sulle pagine del “Corriere Della Sera” o de “La Repubblica”, altrimenti rischia di morire di fame.

Per dire, cinque mesi fa è uscito in Italia un memoir dal valore letterario e storico consistente. Who I Am, di Pete Townshend degli Who. Ho chiesto un’intervista a Rizzoli, mi hanno detto di no. Non ne fa. Forse (i grafici) lì erano troppo impegnati con “Il rumore della memoria”. Un’intervista (esclusiva, ahiahiahi, ri-vedi copertina di febbraio, sul tema) è stata concessa al solo Peppe Videtti. Che ha scritto (dal mio punto di vista) un ottimo pezzo su “La Repubblica”. Del resto Videtti è uno bravo, uno dei migliori fra gli storici del giornalismo musicale. Qualche settimana fa (8 febbraio 2014) sullo stesso giornale sempre Videtti ha scritto (dal mio punto di vista) una discutibilissima inchiesta sulla fine de “La canzone perfetta”: formato musicale che nessuno saprebbe o vorrebbe più scriverne. Giornalisticamente smentibile – per dire – dall’inchiesta sul tema e sui produttori chiamati Stargate tradotta in Italia anche da “Internazionale” qualche mese fa. Ma non è questo il punto.

Il punto è che quando su temi musicali, letterari, cinematografici etc. si legge qualcosa di confutabile, il web e i social media esplodono (ricordo, per citare sempre “La Repubblica”, l’articolo sul live romano di Cat Power edito mesi fa). Sul pezzo dell’8 febbraio di Videtti non è accaduto nulla. Non ricordo di aver letto mezza considerazione. E il libro di Townshend degli Who è ancora lì sugli scaffali, anzi forse già al macero. Traete le vostre conclusioni. Ossia: non sempre i grandi media garantiscono grande visibilità. Viviamo nell’era (musicale e comunicativa) dei nuovi minimalismi e delle nuove nicchie: si pensi solo al rinato trionfo dei generi musicali, negli ultimi 15 anni. E con la celeberrima teoria della coda lunga, il guru Chris Anderson questa cosa l’ha già detta da anni. Non lo scopriamo oggi. Meglio poche copie vendute usando come tramite qualcosa di piccolo o zero copie vendute grazie a qualcosa di grande?

Il mondo della comunicazione – anche dalle nostre parti – è cambiato. Una volta mainstream e underground non dialogavano e si guardavano anzi con reciproco sospetto; oggi (al netto di giudizi morali sul passaggio storico) è tutto più mischiato. All’alto interessa spesso il basso, e viceversa. Scusate se insisto, ma il caso “Il rumore della memoria” è emblematico. Però oggi se una rivista come “Rumore” chiede di accedere agli stessi canali a cui accede un quotidiano o una rivista di grande tiratura viene generalmente detto: no. Non in malafede. Ma no. C’è sempre qualcuno di più importante prima. Questo mese (per altre ragioni di timing, va detto) è successo con Morrissey, a proposito di autobiografismo rock. Quindi per costruire la nostra storia di copertina siamo stati costretti a fare il giro e fare tutto dal e con l’estero, direttamente. Il che peraltro ha prodotto una storia migliore di quella che avremmo generato da qui, ma questo è un altro discorso ancora. Nuovi minimalismi e nicchie vuol dire che in certi casi testate come la nostra darebbero all’autore trattato (se solo si potesse) un risalto maggiore di quello dato dalla stampa generalista, dove qualcosa che da noi sarebbe davvero speciale lì finisce con il perdersi, inevitabilmente, in mezzo a mille altre cose. Qualcosa che ai nostri lettori interesserebbe davvero.

Ma la gazzella corre, il leone pure e l’ufficio stampa si adegua. Quando i direttori editoriali e i capi uffici stampa usciranno da questa logica – ossia che 20 righe su un quotidiano non sono garanzia di nulla, mentre magari lo stesso tema, sviluppato con maggior “verticalità” e spazio su un magazine può fornire anche a loro esiti più redditizi – forse sarà il momento in cui a riviste come la nostra sarà riconosciuto il giusto ruolo di mercato e di posizionamento. Ma è una speranza vana, in Italia, ahimè. Intanto: corriamo.