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willis earl beal

di Elia Alovisi

C’è un libro che si chiama Everything Matters! (Ogni cosa è importante!, nella traduzione italiana), uscito nel 2009 e scritto da Ron Currie, Jr. Quel libro parla della fine delle cose, intendendo per “cose” praticamente tutto: dal mondo all’amore, dalla vita alla fiducia. Il protagonista sa che il mondo, a un certo punto, finirà: ha delle voci in testa che glielo ricordano costantemente. È un libro sull’accettazione, sulla tragedia, sulla difficoltà, sulla forza di andare avanti, sulle scelte e sull’importanza dell’agire finché c’è tempo nonostante tutto. Ecco, quel libro potrebbe averlo scritto Willis Earl Beal. Proveniente da un passato difficile (un’esperienza nell’esercito, poi un congedo per malattia, un periodo passato in povertà e infine la fama, grazie al ritrovamento dei CD-R che lasciava in giro per Chicago da parte di Found Magazine), Willis è pienamente conscio della sua posizione attuale. Si sente estremamente fortunato, ma allo stesso tempo sembra essere ininterrottamente in lotta con sé stesso e con il mondo che lo circonda.

Alla base della sua musica (tra rock, soul, blues, lo-fi e sperimentalismi) c’è un desiderio fondamentale di comunicazione, di apertura, di empatia. E se avere un contratto discografico gli permette di portare il suo messaggio a più persone, di fronte si trova il rischio di moltiplicare i fraintendimenti, di restare incastrato in strutture che trova soffocanti. Ad esempio, promuovere il suo lavoro attraverso le interviste. Come questa che state leggendo. E allora, dato che deve farlo, tanto vale aprirsi il più possibile e cercare di andare nel profondo. Essere precisi, come in un sistema filosofico. Dare un ordine a questo mondo caotico che l’ha formato e che, ogni giorno, lo stupisce. E stupisce anche noi, che ascoltiamo il suo secondo disco, Nobdody knows. Registrato in studio, dopo l’esperienza estremamente amatoriale dello scorso Acousmatic Sorcery. Sulla copertina, una faccia stilizzata con delle croci sugli occhi. Quella di una persona morta, ma finalmente libera. All’interno, canzoni d’amore, di lussuria, di disperazione e di gioia. Che finiscono con la decisione di lasciarsi trasportare dalla corrente. Cosa ci sia alla foce non è poi quel grande problema.

Volevo chiederti qualcosa su Evening’s Kiss, essendo la tua canzone che preferisco (“Chiedetemi come sto / Bé, sono pieno di merda e di dubbi / Chiedetemi con chi sono / e vi dirò che sono senza”). Adoro soprattutto la versione che facesti dal vivo alla BBC, durante lo show di Jools Holland. Da che cosa sono nate quelle parole?

Willis Earl Beal: “Prima di iniziare, lascia che ti dica che mi fa piacere che ti piaccia quella canzone, e sono felice che ti abbia toccato profondamente. Solo preferirei non fosse la tua preferita (ride). La storia dietro a quel pezzo è molto semplice: ad Albuquerque, New Mexico, andavo in un coffee shop dove spesso vedevo una cameriera lavorare. Indossavo sempre la mia uniforme da guardia di sicurezza, il lavoro che facevo ai tempi. Pensavo che assomigliasse a Norah Jones. Ed è per questo che iniziò a piacermi. Era sempre molto gentile con me, continuava a incoraggiarmi a provare i nuovi prodotti che avevano. Un vero cliché. Volevo parlare con lei, ma era come se non ci riuscissi. Quindi passai a rendermi conto che non solo mi era impossibile comunicare con questa cameriera, la cosa si applicava al mondo intero. E sarebbe stato sempre così. E nonostante il fatto che sentissi di avere moltissimo da comunicare, era come se non ce l’avrei mai fatta”.

Scusa la curiosità, ma perché vorresti non fosse la mia preferita?

WEB: “Perché non avrei mai voluto che quella canzone venisse sentita nella versione in cui è stata pubblicata. Il modo in cui suona. Non mi piace nemmeno la performance da Jools Holland, pensavo che la qualità del suono fosse… per me, personalmente – non per criticare i tuoi gusti. Ero particolarmente triste e sconvolto durante quella performance, e non penso di aver cantato bene. E non volevo nemmeno suonare quella canzone, perché veniva da un disco che non era stato scritto per essere ascoltato da chicchessia”.

Volevo chiederti anche qualcosa sulla tua scelta di stampare, sulla copertina del tuo primo singolo, il tuo indirizzo e il tuo numero di telefono offrendo rispettivamente un disegno o una canzone cantata. Ti avevo scritto, e avevo ricevuto un disegno…

WEB: “Spero che il fatto che tu abbia ricevuto una fotocopia non ti abbia fatto arrabbiare. Non avevo tempo per fare disegni per tutti.”

Nessun problema. Ricevi ancora chiamate?

WEB: “No, no, ho cambiato numero. Ci sono state persone che hanno iniziato a comportarsi in modo scortese”.

E questo non è bello, mi dispiace. Ma qual era il senso del gesto, alle origini?

WEB: “Non ne sono del tutto sicuro. Quando ho iniziato a fare musica, bramavo attenzione. Come ti ho raccontato parlando di Evening’s Kiss, volevo comunicare con le persone ma non avevo la minima idea di come cazzo avrei potuto farcela. Perché viviamo in un mondo popolato da 7.1 miliardi di persone, e tutti siamo in competizione per ottenere due cose: amore e risorse. E non riuscivo a immaginare come una persona, un tizio di colore in New Mexico, un tizio di Chicago, potesse mai riuscire a comunicare con qualcuno che non fosse mia nonna, addormentata mentre mangiava la sua farina d’avena. Questo era il senso, all’inizio. Poi, però, è diventata una cosa orribile, stupida. Mediocre, per quello che mi riguarda. Anche se molte persone che mi hanno chiamato erano riconoscenti, ce n’erano molte altre che avevano deciso che il mio gesto nasceva da una mia volontà di pubblicizzarmi, che fossi stato creato dall’industria musicale. È per questo che sono diventato particolarmente insensibile quando si tratta di comunicare.
Sai, senza offesa, ma queste interviste – mi piace parlare con le persone, dal vivo, uno di fronte all’altro. Ma quando si tratta di parlare per vendermi, per vendere il mio prodotto e cercare di capire che cosa dovrei e non dovrei dire, è come se fosse tutto un gigantesco bordello. Mi sento come una prostituta. E non pensavo mi sarei mai sentito così. Pensavo sarei riuscito a comunicare. E pensavo che sarei passato per una persona piuttosto interessante, che sarebbe stato tutto molto semplice. Quando mi fecero un contratto, il mio primo pensiero fu, “Ok, mi sento imbarazzato se penso alla musica che stanno per pubblicare, ma almeno mi daranno un po’ di soldi”. Vengo da un ambiente medio-borghese, ma quando firmai quel contratto ero povero. Mia nonna era l’unico membro della famiglia che aveva un lavoro, mio fratello era disoccupato, come me. Vivevo nei bassifondi. Questa cosa della fama… mi sta consumando i nervi, sai?”

C’è una frase che ripeti chiaramente nel tuo artwork: “I Am Nothing. Nothing Is Everything”. E le stesse parole sono all’inizio di Principles of a Protagonist, il libretto che avevi affiancato ad Acousmatic Sorcery che poi hai reso un corto animato. Puoi darmi un po’ di contesto e spiegarmi che cosa significa?

WEB: “Quella frase significa tutto per me. Il motivo per cui ho iniziato a cantare è… insomma, la mia vita è stata più che altro piena di mediocrità. Fallimenti. E nemmeno fallimenti epici, nemmeno fallimenti eclatanti, solo minuscoli fallimenti che mi hanno sempre punto come zanzare. Mi resi conto di vivere in questo immenso, potente universo fatto di immense, potenti persone in cui però c’era chi era rimasto sul fondo. Mi chiesi, “Com’è possibile che stiamo tutti attingendo alla stessa fonte di energia per respirare e vivere, mentre le differenze sono così estreme?” È da questi pensieri che nasce la frase, “Io sono il nulla. Il nulla è tutto”. Uso “io” come generalizzazione del termine “tutti”, dal senzatetto al ricco, dall’anonimo al famoso, niente di ciò che nessuno fa è importante, per quello che mi riguarda. Penso che l’unico motivo per cui questa cosa chiamata società, qualsiasi cosa sia, continua a muoversi sia lo sforzo collettivo. Questa cosa è a volte positiva e a volte negativa, ma penso che alla fine le forze della natura che circondano questa cosa preziosa che abbiamo costruito possano scatenarsi e distruggerla in qualsiasi momento. Molto spesso ce lo dimentichiamo”.

Non riesco a capire quale rapporto tu abbia con la morte. In White Noise, quando parli di “lacrime da piangere per far crescere l’erba”, è come se fosse solo parte di un processo. Hai accettato il concetto di morte o è una cosa che ti spaventa?

WEB: “Penso ci sia un po’ di entrambe le cose. Sto provando ad accettarla. Vedo la morte come l’unico salvatore, perché la vita è complessa. Sposarti, trovare la donna che ami – è complesso. Non c’è una soluzione. Le cose piccole, le cose grandi. Vuoi comunicare qualcosa, e il tuo messaggio viene stravolto, si confonde. Pensi di esprimerti chiaramente, e quello che viene percepito è qualcosa di completamente diverso da quello che avevi in mente. Le idiosincrasie che accadono dal momento in cui un uomo si sveglia a quello in cui va a dormire, in quel lasso di tempo, sono sbalorditive. Puoi svoltare l’angolo e prendere il cancro, o vincere un milione di dollari. E mi sento come se quella forma di realtà fosse, nella sua interezza, troppo inconsistente. La vera realtà deve essere un campo di pura energia, e l’unico modo per accedervi è la morte. Quindi provo a pensare alla morte ogni giorno, ad accettarla e considerarla un salvatore, piuttosto che qualcosa che dovrei temere. Accettare questa cosa significa vivere più facilmente”.

La domanda viene spontanea: credi in una qualche sorta di Dio?

WEB: “Non credo in Dio come entità singolare e onnipotente. Credo che ci sia un campo energetico da cui tutti possiamo attingere, in quanto entità individuali. E possiamo utilizzare questo potere intenzionalmente per creare qualsiasi tipo di realtà desideriamo. Ma non possiamo controllare il modo in cui quella realtà ci colpirà. La realtà fa ciò che vuole, indipendentemente dalle nostre aspettative. La nostra capacità di controllo è davvero limitata – se vuoi una bella ragazza puoi andare a prendertela, ma non hai la certezza che lei ci sarà per sempre, o anche per poco. Tutto questo accade senza che nessuno muova un dito. Insomma, sto parlando di casualità e sincronia in parallelo, o di meditazione, o di preghiera. È la stessa cosa. Quindi, in un certo senso credo in un potere trascendente, ma non in un potere capace di giudicarci. Non penso che l’universo sia capace di pensare a noi”.

Ascoltando il disco, sembri avere un rapporto problematico non solo con l’amore, ma anche con la lussuria. Soprattutto su Too Dry to Cry. Cito: “Ho un forcone lungo 23 centimetri, piccola, alza il vestito e aiutami a cantare questa canzone”.

WEB: “È vero. Sai, amo le donne. Ma vedo la sessualità, in generale, come un’altra trappola. Penso che il 25, 30, 40% della mia personalità sia motivata, in qualche modo, dal sesso. Ed è troppo. Perché l’esistenza è fatta da tantissime altre cose, ma non riesco a uscire per strada e non guardare una donna che mi passa di fronte. Un attimo sto pensando liberamente, un attimo mi sto rendendo conto di essere il vero me, e poi vengo distratto da una sorta di… cosa, passeggera e asinina. Mi distrugge l’anima. Ed è per questo che a volte penso, “Ti prego, Dio, uccidimi e basta!” (ride).

Che cosa ti ha portato a rilavorare Black Beauty di Lana del Rey e crearne una tua versione definendola “Una risposta personale”?

WEB: “C’era una ragazza con cui uscivo ad Albuquerque, si chiamava… no, non dirò come si chiamava, ma comunque: aveva i capelli rossi ed era molto elusiva. La vedevo allo Starbucks in cui andavo prima di andare al lavoro. Ci arrivavo in bicicletta. Uscimmo per un po’, e per farla breve lei finì col puntarmi una pistola addosso. Provai ad aiutarla in certe aree in cui lei non voleva essere aiutata e pensai che non fosse giusto. Volevo disperatamente essere certo del fatto che fosse lei che si stava comportando in modo sbagliato. È da questa esperienza che è nato quel pezzo”.

Com’è nato Coming Through, il pezzo assieme a Cat Power? So che siete andati in tour insieme, ma c’è qualcosa di più profondo?

WEB: “Cat Power è un perfetto esempio di quello di cui ti stavo parlando prima: casualità e sincronia in parallelo. Sai, ad Albuquerque, quando non avevo una donna attorno, ascoltavo musica sul mio lettore CD. Spesso andavo in bici al lavoro – facevo molti turni di notte – e una delle persone che ascoltavo di più era Cat. La ascoltavo principalmente perché mi piaceva la sua musica, ma anche perché era come se… insomma, penso che molte persone provino qualcosa di simile, ma faticano ad ammetterlo: era come se fossimo parte l’uno dell’altra. Nella mia vita, mi sono sempre sentito incompleto, e quando ho sentito la sua voce, quell’intonazione, quei testi, era come se avessi trovato la mia parte mancante. Mi dicevo che incontrarla, prima o poi, sarebbe stato un segno che tutto era sulla traiettoria corretta. Guardavo il cielo, la notte, e ci vedevo delle facce. E a loro raccontavo tutto questo, gli dicevo che l’unica cosa che desideravo era incontrarla. Ero solo, non c’erano telecamere, non ho registrato nulla, ma ci sono un paio di canzoni che nessuno ha mai sentito che parlano di lei. Non pensavo a lei come un partner, non era amore romantico e non c’era attrazione sessuale. Era un essere spirituale.
Il fatto che adesso lei sia sul disco, il nostro essere diventati amici; tutto quello che è successo mi ha fatto pensare di essere una sorta di mago. Inizi a vedere dei segni. Segni che vanno oltre a questo discorso su Cat, cose che si mettono in fila da sole. Ho scritto la mia biografia tre volte. Mi intervistavo da solo. Pensavo che, restando solo per un lungo periodo nello stesso luogo, sarei riuscito a concentrare la mia energia psichica e creare la realtà che volevo. Ed è come se tutte le persone che popolavano questa realtà facessero parte di un sogno. Quando poi accade tutto davvero non hai la minima idea di come potrai reagire. Le cose sono andate come pensavo sarebbero andate per la maggior parte, ma ci sono state anche molte differenze. Lei è tutto ciò che desideravo fosse, ma quando l’ho incontrata la prima volta mi sono reso conto di quanto fosse significativamente più fragile di quanto pensavo. Non riesco nemmeno a spiegarti quant’è stato bello conoscerla”.

Avevo in mano una copia del CD di Nobody knows., e mi sono reso conto che all’interno del cartoncino che avvolge la custodia c’è un testo leggibile solo tagliando il cartone. Perché questa scelta? Che cos’è quel testo?

WEB: “Quello è un manifesto. Dentro, dico che l’unico modo per essere liberi è voltare lo sguardo da qualsiasi forma di medium. Ed è ironico, perché io faccio parte dei media, a questo punto. Ma ho sempre voluto diventare parte di qualcosa per poi voltarmi e dire, “Questa roba? È terribile. Forza, distruggiamola.” Non so se la cosa colpirà qualcuno o se mi daranno del pazzo, dello stupido o dell’ipocrita. L’unico modo per accettare il cambiamento è avere una voce, e per averne una devi diventare merce. Io sono diventato merce, e sto provando ad usare il mio spazio – per quanto piccolo sia – per dire alla gente, “Ascoltate, non dovete imparare a suonare la chitarra nel modo in cui vi dicono sia giusto suonarla. Non dovete credere in ciò che vi dicono di credere. L’unico modo per essere liberi è guardare il simbolo di Nessuno, stampato su questa pagina, per poi voltarvi, andare da qualche parte, da soli e pensare alla vostra identità, non tappezzare la copertina del disco con la vostra, la mia faccia, con un grande, stupido sorriso che dice, “Hey, guardate come sono figo!” Questi testi sono basati esclusivamente sulla mia esperienza, che è l’unico motivo per cui sono arrivato fino a qua. Investigando su me stesso. E sto provando a incoraggiare gli altri a fare lo stesso”.

Che cosa sono per te le Wavering Lines [i raggi del sole rifratti sull’asfalto] di cui canti nel pezzo che apre il disco?

WEB: “I raggi rifratti rappresentano il mio spirito che si dissolve. Senti qualcosa, ma non sai esattamente cosa. Ti senti cotto, non ci sei con la testa, senti la gola secca. È il momento di arrendersi. Il mezzogiorno è l’ora perfetta per arrendersi. L’ora in cui gli avvoltoi si preparano a prenderti”.

Qual è il ricordo più vecchio che hai del canto? Come hai iniziato a cantare?

WEB: “In realtà ho iniziato a cantare nel 2007/2008. Iniziai dopo aver ascoltato Oh Mercy di Bob Dylan, e anche Knocked Out Loaded. Molti pensano che abbia studiato canto dato che la mia voce assomiglia a quella di Otis Redding o di Sam Cooke, ma è stato Bob Dylan ad insegnarmi come si cantano il blues e il soul”.

Sai, mi fa abbastanza strano pensarti praticamente esordiente.

WEB: “È nato tutto da un’estrema disperazione. La prima volta che mi trovai completamente solo fu ad Albuquerque, e quell’esperienza, quel restare solo fece scaturire in me emozioni fortissime. Quindi, nei tre anni e mezzo che seguirono, ho cantato. Ma per me era una cosa completamente organica, non cantavo perché volevo diventare famoso. Cantavo perché non avevo amici, non ero in grado di tenermi stretto una donna, o un lavoro. Ci sono stati momenti in cui ho sentito l’istinto di uccidere qualcuno, o di suicidarmi. Ma non ho mai avuto abbastanza nervi per fare nessuna delle due cose. Quindi l’unica cosa che mi restava da fare era cantare”.


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