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editoriale299_
(Miguel Ferrer, Kyle MacLachlan, David Lynch e David Bowie in Fuoco cammina con me)

di Rossano Lo Mele

Si chiude un anno ed è inevitabile provare a unire i puntini degli eventi allo scopo di disegnare un bilancio. Che anno è stato? Ci chiediamo e ci chiederemo un giorno guardando il 2016 da lontano, inghiottiti dal solito presente continuo che tutto divora. A occhio verrebbe da dire – badando al semplice gomitolo cronologico – che il 2016 è stato l’anno in cui il rock (e i suoi ascoltatori) hanno infine familiarizzato con l’idea di fragilità. Di fine (apparente). La perdita dell’innocenza. Un anno iniziato con la morte di David Bowie (nostro disco dell’anno e conseguente copertina, come capita da tempo) e sigillatosi con la scomparsa di Leonard Cohen. In mezzo tutta una serie di altri defunti musicali più o meno vicini, più o meno famosi. Ma almeno un altro paio d’icone scomparse tra l’inverno e la primavera vanno menzionate: Lemmy dei Motörhead e Prince. Prendiamoli tutti e quattro e proviamo idealmente a porli ai vertici di un quadrilatero della musica: Bowie, Cohen, Lemmy, Prince. Un quadrilatero che si sviluppa appena lungo due continenti: Europa, leggi Inghilterra, e America del Nord: del resto chi ha inventato e diffuso la “nostra” musica dal secondo dopoguerra in poi su scala industriale? Ma quanta roba contiene quel quadrilatero: funk, hard, canzone d’autore, soul, metal, glam, wave, punk, black. Praticamente il perimetro del giornale che state leggendo.
Lungo l’anno gli appassionati hanno ricordato infinitamente queste scomparse. Con diverse modalità: dalla folla riunitasi a Londra poche ore dopo la morte di Bowie per cantare Space Oddity a cappella. Al continuo piagnisteo di web e social media. Ovvio, a tutti dispiace per la scomparsa di Cohen (leggete più avanti lo stupendo ritratto redatto da Emanuele Sacchi), ma spesso pare sfuggire al buon senso che la morte è anagraficamente parte della vita. E che molti autori il meglio del meglio l’avevano già dato (salvo poi lamentarci del rock incartapecorito, mettiamoci d’accordo). Quando Simon Frith scriveva e pubblicava nei ’70 la Sociologia del rock parlava di un movimento e di sottoculture vecchie sì e no un paio di decenni. Possibile immaginare che nel 2016 qualcuno di quei protagonisti si faccia da parte? Sì, logico. Di questi giganti ci rimane per fortuna la musica. E, da quel punto di vista, l’ingranaggio non è mai stato così bene. Pink Floyd (vedi anche la sezione “Retropolis” di questo mese), Queen e Beatles continuano a vendere pallet di dischi. Tanti ma tanti. E sarà sempre così, anche nei prossimi anni, così come lo è stato negli anni precedenti. Simon Reynolds, lo sapete, la chiama retromania. Oppure, per dirla con un nostro vecchio slogan: il passato risponde presente. Un passato ormai così attivo e frequentato da confondersi oggi col presente. Prendiamo il mercato inglese, da sempre leader di settore. Godono di una certa popolarità, protagonisti di tour articolati in venue spesso assai capienti, gruppi come: The Smyths (epigoni degli Smiths), Definitely Mightbe e Nearly Noel Gallagher’s High Flyin’ Birdz (fanatici dei due fratelli Gallagher, tra ieri e oggi). Ci sono poi i Pearl Jam UK e gli Antarctic Monkeys, che non hanno bisogno di didascalie. Oppure The Verve Experience e The Amy Winehouse Experience: “esperienze” che rievocano due progetti di consistente successo commerciale degli ultimi decenni. E che dire di Motorheadache e From The Jam (rispettivamente omaggi alle formazioni che furono di Lemmy e Paul Weller)? Fenomeni che esistono anche qui da noi, certo, dove tra le nebbie padane spuntano tributi a Vasco e Ligabue. Ma non con queste dimensioni e continuità. Un dato legato alla dimensione dell’industria locale, certo. Ma non è questo a interessare. Semmai incuriosisce il fatto che i gruppi sopra citati vivano in tour e vengano reclamizzati giusto vicino a cose come: Peter Hook & The Light, Cast, Wonder Stuff (con Bentley Rhythm Ace di spalla), Dodgy (con gli Ultrasound come guest), John Cale e amici che risuonano in toto The Velvet Underground & Nico e via così. In questi casi un dubbio assale: chi sta suonando cosa? Gli originali o i falsi d’autore? Ed è poi rilevante, utile stabilirlo? Forse la grande truffa del rock’n’roll, da Elvis a Eminem passando per i Pistols, era proprio questa. Non sappiamo più se il passato è passato davvero, anzi, sappiamo che non se n’è andato per nulla. E viene risuonato tanto dai suoi emuli quanto dai suoi protagonisti dell’epoca. Uno vicino all’altro. E nel frattempo Kula Shaker e Placebo festeggiano i loro 20 anni di vita in tour. Il 2016 ci lascia questo in eredità: l’avvento ormai compiuto della retromania. E un passato che risponde presente. Per ora. Prima di dire: futuro. Una specie di vaccino contro la parola morte e la fine. L’anno, almeno quello, finisce davvero. Buone feste e buona lettura a tutti.


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