La lettera (tradotta) di Nick Cave a Brian Eno sui concerti in Israele

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Lo scorso anno Nick Cave aveva dovuto difendere la sua scelta di suonare due concerti in Israele da critiche e appelli da parte di artisti impegnati in supporto della causa palestinese, in particolare Brian Eno e Roger Waters. Ora, sul suo nuovo sito di domande e risposte, ha avuto modo di tornare sull’argomento e chiarire meglio la sua posizione, rispondendo alla domanda di un fan con una lettera proprio a Brian Eno. Ecco cosa ha scritto:

Caro Brian, chiaramente la decisione dei Bad Seeds di suonare in Israele è controversa per alcune persone. Ma per essere chiari: Io non supporto l’attuale governo di Israele, e non accetto che la mia decisione di suonare nel paese sia vista come un tacito supporto alle politiche del governo. Non giustifico le atrocità che descrivi; né le ignoro. Sono consapevole delle ingiustizie sofferte dai palestinesi, e mi auguro, con tutte le persone dalla buona coscienza, che queste sofferenze cessino grazie a una soluzione giusta e globale, che coinvolga gli enormi interessi politici di entrambe le parti in causa. Ma non supporto nemmeno il movimento di boicottaggio, come sapete. Penso che il boicottaggio culturale di Israele sia codardo e vergognoso. In effetti, questa è in parte la ragione per cui suono in Israele – non come supporto a un’entità politica ma come posizione contro chi vuole bullizzare, infamare e silenziare i musicisti. Non voglio entrare in discorsi dettagliati su come il boicottaggio di Israele può essere visto come antisemita e, oltretutto, inefficace (piuttosto, si rischiano posizioni più dure da parte di Israele contro quelli che supportate), ma perfino lo stimabile Noam Chomsky considera il BDS come illegittimo e intrinsecamente ipocrita. Quello che abbiamo realmente qui è una fondamentale divergenza di opinioni su quale sia lo scopo della musica. Mi colpisce mentre scrivo quanto più potente potrebbe essere il vostro messaggio che andaste in Israele e diceste alla stampa e alle persone israeliane quello che pensate del regime attuale, e poi faceste un concerto capendo che lo scopo della vostra musica è parlare a tutta la gente d’Israele. Questo avrebbe un effetto molto più grande del boicottaggio. Ora immagina se 1200 artisti inglesi che hanno firmato il vostro documento facessero la stessa cosa. Forse gli israeliani risponderebbeo in modo totalmente diverso. Per concludere, nonostante le cose giuste e sbagliate dell’azione di Israele nei territori occupati, Israele è una vera, vibrante ed efficace democrazia – sì, con membri arabi in parlamento – e quindi impegnarsi con gli israeliani, che votano, potrebbe essere più utile che spaventare gli artisti o zittirli.

La lettere poi continua con una precisazione:

Voglio solo aggiungere che Brian Eno, più di qualsiasi altro musicista, ha insegnato a me e ai miei amici come fare musica. I suoi dischi rimangono fra i più importanti ed essenziali che abbia mai ascoltato. Quindi, se sembra che ci sia un filo di angoscia in questa lettera, è proprio così. Sto scrivendo al mio idolo. Ciò nonostante, alcune questioni meritano risposta. Quanto dobbiamo allontanarci dalla natura trasformativa della musica per sentirci giustificati a farne un’arma e usarla per punire i cittadini comuni di Israele per le azioni del loro governo. Soprattutto, cosa ci ha portato al punto in cui alcuni musicisti pensano che sia etico usare forme di coercizione e intimidazione, in forma di lettera “aperta”, verso altri musicisti che non condividono il loro punto di vista? A volte mi chiedo se i Bad Seeds abbiano fatto la cosa giusta a suonare in Israele. Non so rispondere alla domanda. Capisco e accetto la validità di molte delle argomentazioni che mi vengono presentate. Alcuni dei miei più cari amici del mondo della musica hanno trovato molto difficile accettare la mia decisione, ma dopo molte considerazioni la decisione è stata presa: semplicemente non potevo trattare i miei fan israeliani con il disprezzo necessario per fare quello che mi chiedeva Brian Eno.

Redazione Rumore
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