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L’editoriale del numero 351 di Rumore, aprile 2021, di Rossano Lo Mele

Di Rossano Lo Mele

Questa storia comincia una quindicina di anni fa, ma nella sua evidenza esplode nell’estate del 2018. Il Womad Festival (manifestazione inglese ideata fra gli altri da Peter Gabriel più di 40 anni fa) intende ospitare un duo di sorelle indiane chiamate Hashmat Sultana. L’esibizione è prevista per il venerdì pomeriggio, ma le due non riescono a raggiungere il palco. Infatti Il Ministero degli Interni inglese tiene bloccate le ragazze per effettuare dei controlli: ispezioni che si prolungano e permettono al duo di valicare i confini nazionali con 24 ore di ritardo. L’esibizione salta, ma grazie al buon senso viene recuperata due giorni dopo, scivolando così alla domenica. La ragione di questo ritardo è presto spiegata: aldilà della documentazione necessaria per entrare in Inghilterra (specie se provenienti da paesi extraeuropei), chi intende varcare il confine temporaneamente per lavoro deve dimostrare di aver accantonato sul proprio conto corrente bancario almeno 956 sterline nei tre mesi precedenti il tour. Se da una parte questa vicenda è andata a buon fine, benché ai tempi supplementari, uno degli organizzatori storici del Womad, Chris Smith, dichiarò al quotidiano “The Guardian” che sempre più artisti internazionali avevano cominciato a rifiutare l’invito di esibirsi al Womad. Questo perché il processo di controllo da parte dell’Home Office inglese viene considerato umiliante da parte di chi intende svolgere il suo lavoro, cioè esibirsi dal vivo. Ma qualcosa di simile era già accaduto una decina di anni prima, nel 2007. Al chitarrista ghanese Ebo Taylor – leggenda vivente dell’afrobeat, oggi 85 anni, che proprio a Londra ha tessuto gran parte della sua tela artistica – fu impedito di entrare in Inghilterra. Nonostante i documenti fossero validi (passaporto e permesso lavorativo), sui suoi conti bancari non furono trovati fondi sufficienti per assicurarne l’atterraggio. Secondo una stima fatta dal manager di Taylor (Ben Makkes), l’intera crew vide andare in fumo l’equivalente di 20mila euro di voli prenotati e non usufruiti. 

Per quanto ci riguarda, vale la pena indugiare su un tema così cruciale per la cultura contemporanea: più che mai in questo momento e con questa copertina. Una copertina “rischiosa” che omaggia il volto (mascherato) di un ragazzo che in patria viene chiamato con un gioco di parole Brexit Bandit. Traduzione non necessaria, ma per spiegare meglio basta precisare che il giovane rapper punk Slowthai da sempre si batte contro l’uscita dell’Inghilterra dall’Unione Europea e a favore del NHS, il sistema sanitario nazionale più che mai sotto pressione in questo ultimo anno. Una tema che ci sta a cuore perché ci permette di amplificare il messaggio lanciato a inizio 2021 dal sito musicale inglese “The Quietus”. Il lungo articolo intitolato “Solidarity Beyond Borders: Why Artist Visas Are More Than A Brexit Issue” è stato di recente ripreso anche nel numero di marzo dal mensile “Wire”. “The Quietus” parte da un dato limpido quanto inconfutabile: “La cultura musicale inglese più vitale, dal reggae ai soundsystem degli anni 70, quella che arriva fino al grime e al drill, è totalmente inimmaginabile senza lo spostamento di corpi attraverso i continenti e gli oceani”. Slowthai è solo l’ultimo tassello di questo articolato percorso: lui come Pa Salieu, con cui condivide la cover story di aprile 2021, sono figli del meticciato musicale, certo, perché sono figli anzi tutto del concetto di migrazione.

Il ministro Caroline Dinenage – la stessa persona che per altri versi ha iniettato una gigantesca siringa di denaro pubblico a favore degli artisti inglesi colpiti dalla pandemia – ha di recente dichiarato che “la concessione di permessi non è compatibile con il manifesto governativo che intende riprendere il controllo dei confini”. “The Quietus”, chiedendosi retoricamente se l’Inghilterra intenda trattare gli artisti come fa con i migranti, aggiunge che questa restrizione sarà catastrofica per un paese abituato all’evoluzione attraverso lo scambio. E qui, last but not least, non abbiamo ancora affrontato l’aspetto economico. La situazione di stallo post Brexit venutasi a cerare tra Inghilterra e Unione Europea ha generato rispettive rappresaglie che limitano vicendevolmente l’idea di brevi permessi di lavoro. La situazione è intricata su entrambi i lati della Manica. Gli inglesi sono chiamati a versare al governo nazionale una percentuale maggiore delle loro transazioni verso l’Europa (che da sola rappresenta quasi metà degli incassi totali degli artisti brit). Gli appartenenti all’Unione Europea hanno di fronte una quaresima di costi e documenti risolvibili solo con la firma e il pagamento di uno sponsor (promoter?): strutture che solo per farsi carico di questa situazione devono sopportare esborsi per migliaia di sterline. Il che, va da sé, tende a squalificare qualsiasi ipotesi di rischio. La chiusura operativa di quei confini finirà col tapparci pure le orecchie.


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