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Giangiacomo De Stefano e Andrea “Ics” Ferrari sono gli autori del libro dedicato all’hardcore anni 90 in Italia. Su Rumore potete leggerne un estratto in esclusiva

Esce oggi per Tsunami edizioni Disconnection, il libro che racconta un periodo preciso all’interno della scena hardcore italiana, precisamente tra il 1989 e il 1999. Un momento di cambiamento per l’hc che trovò nuove forme, declinazioni, strade evolutive e contaminazioni. Provò anche ad affrontare tematiche differenti non affrontate in precedenza. Gli anni 80 dell’hardcore punk italiano hanno un’affollata ed esauriente bibliografia, quello successo nel decennio successivo non l’aveva.

Ora, grazie agli autori Giangiacomo De Stefano e Andrea “Ics” Ferrari si è concretizzato e si va così a riempire un vuoto narrativo. Il primo autore è De Stefano: produttore, regista e documentarista – ricordiamo At the Matinee, documentario sulla storia del CBGB’s e dell’hardcore di New York – ma ha anche suonato in gruppi come Ivory Cage, Ageing, Summer League, The Guilt Show e Cosa Nostra. Il secondo è Andrea “Ics” Ferraris: lavora nel sociale con i minori stranieri non accompagnati e ha scritto di musica su diverse riviste italiane e straniere; ha suonato e registrato dischi con Maurizio Bianchi, John Russell, Andrea Marutti, Michael Palace, Luca Sigurtà e Craig Hilton. Negli anni Novanta ha inoltre fatto parte di gruppi hardcore come One Fine Day, Burning Defeat, Permanent Scar e Outright.

Grazie alle voci raccolte dei componenti di gruppi dell’epoca come Growing Concern, Concrete, By All Means, Eversor, Tear Me Down, With Love, Sottopressione, Burning Defeat, Colonna Infame Skinhead e tantissime altre realtà che in quegli anni sono fiorite da Aosta fino alla Sicilia, si sviluppa il racconto di quegli anni.

«La storia di noi diversi inizia sempre in maniera simile: con una negazione. Non ci piace, non ci riconosciamo, non ci interessa la società che ci circonda e all’improvviso, in un periodo cruciale della nostra evoluzione, iniziamo ad ascoltare qualcosa che, capiremo poco dopo, non è musica – o, meglio, non è solo musica». Dalla prefazione di Nico Vascellari (With Love, Ninos Du Brasil) che potete leggere qui.

Su Rumore vi proponiano un estratto in anteprima del libro con alcune foto e locandine dell’epoca:

1. Disconnection

(Youth Of Today – Locandina tour europeo Youth of Today)

IT’S POUNDING IN!

L’isola felice dell’hardcore italiano

Dopo il tour europeo degli Youth Of Today nel 1989, la scena hardcore continentale (e di conseguenza quella italiana) vive un azzeramento. Tutto cambia e, d’improvviso, si riduce. La nuova scena italiana si ritrova composta da poche centinaia di persone legatissime tra loro, dalle quali emerge un entusiasmo che lascerà il segno e che caratterizzerà l’hardcore negli anni a venire.

In Europa i nuovi gruppi sono Onward dalla Norvegia, Rise Above dal Belgio, Charley’s War in Germania, e in Olanda Crivits e Profound – che poco dopo diverranno i Manliftingbanner. Formazioni a metà strada tra la nuova e vecchia scuola sono quelle degli svizzeri Profax e dei belgi Nations On Fire, una delle migliori band europee del periodo. Un’etichetta spicca fra tutte: la tedesca Crucial Response che, da lì a poco, farà uscire i dischi di Manliftingbanner e Onward e dopo, nel 1992, il primo LP dei vicentini Think Twice.

(Credit: It’s Pounding It, Massimo Moscarelli)

2. Disconnection

(Growing Concern – Isola nel Kantiere)

I gruppi principali della nascente scena italiana sono i romani Growing Concern e One Step Ahead (poi ribattezzati Open Season), Hide Out da Como e – appunto – Think Twice da Vicenza. A loro si aggiungono gli italo-svizzeri Real Deal (che annoverano tra le loro fila ex membri dei Crash Box), poi i Rabid Duck da Ravenna, i No Way di Torino e i Creepshow da Padova e Treviso. Il denominatore comune è lo straight edge, anche se non tutte queste band lo sono al 100%. L’influenza delle tre X e l’iconografia a esse legata sono però lo spunto iniziale per la creazione di un immaginario condiviso. La definizione più adatta è “positive core”.

Gianni Pantaloni (Maximum Feedback, Growing Concern, Equality): I Growing Concern nascono nella primavera del 1989. Io e Paolo Piccini eravamo insoddisfatti dei nostri rispettivi gruppi. Suonavo già da un paio d’anni nei Maximum Feedback, che inizialmente erano una band hardcore, ma col tempo si stavano spostando verso altre sonorità. Il gruppo era molto legato al Forte Prenestino e a una visione politicizzata e rigorosa del punk, che non mi apparteneva. Paolo invece suonava la batteria in una band thrash metal, gli Outrage. Pensavamo che l’ondata del primo hardcore fosse finita troppo presto e che, sia per una questione anagrafica che per i nostri trascorsi musicali, non l’avevamo vissuta fino in fondo. Scoprire che esistevano nuove band come Youth Of Today, Gorilla Biscuits e Sick Of It All, oltre agli Agnostic Front che già amavamo, fu la spinta necessaria per chiudere con i nostri vecchi gruppi e aprire un nuovo capitolo.

Paolo Piccini (Growing Concern, Blast!, HM, Dynamo!, Outrage): I Growing Concern sono stati il gruppo che ha creato una scena in Italia dal nulla, e questo credo riassuma perfettamente il significato che ha per me la band. Abbiamo dato uno scossone a un ambiente che stava stagnando e di conseguenza ci siamo attirati la stima di molti, ma anche la diffidenza e l’astio di molti altri. Non ci riconosciamo un’originalità assoluta, di certo siamo stati pesantemente e consciamente influenzati da quello che accadeva oltreoceano, ma credo ci vada anche riconosciuta la volontà di aver cercato di filtrare quelle suggestioni in un’ottica più tipicamente italiana, se non addirittura romana, sfrondando la nostra scena dalla violenza e dall’ostentazione newyorkese, e riconducendola a un’attitudine più rilassata, divertita e autoironica. Negli anni in cui la band è stata attiva abbiamo girato l’Europa su furgoni scassatissimi, dormendo spesso in posti in cui nemmeno i cani si sarebbero adattati, ma lo abbiamo fatto sempre con il sorriso sulle labbra e con l’energia dei nostri giovani anni. È stata un’esperienza che è valsa la pena di vivere, assolutamente. Nessun rimpianto.

Federico Oddone – Purnānanda Das (Sottopressione, Govinda Hardcore Project): Eravamo pochi, ma ci si conosceva tutti, si rideva di cuore ed era bello vedersi, emozionante, sanamente competitivo quando ci si confrontava. C’era fermento passionale, le cose si facevano fisicamente con le nostre mani per noi stessi, carta e penna, fotocopie e colla da pareti, dall’intervallo alle superiori o in università fino alle ore piccole. Non c’era il vezzo di apparire per un like in più o in meno su qualche social, c’era solo la volontà di fare. E fidatevi che c’era: le cose accadevano, il passaparola era incredibilmente efficace e ci si trovava a centinaia di chilometri, senza navigatori GPS, solo col doppino del telefono e due appunti, anfibi ai piedi, Harrington e via al volo in macchina – o in treno, addirittura, quando le auto erano già stracolme.

Simone Tripodi (Opposite Force): Una sera vidi un concerto dei Growing Concern e degli Open Season (allora One Step Ahead) e rimasi folgorato dall’energia che quella musica esprimeva: era viscerale e sicuramente qualcosa che mi impressionò e mi esaltò e al tempo stesso.

Marco Deplano “Depla” (Hide Out, Outright): Oltre a pubblicare una fanzine con Ivano degli Asociale, strimpellavo in un gruppo locale con Marco Perroni dei futuri Falling James Band (poi Temporal Sluts), che era orientato verso le sonorità newyorkesi che tanto mi ossessionavano. Ma quando Francesco “Morra” (futuro membro degli Erode) e Lupo mi chiesero se volevo entrare in un gruppo su quello stile, non mi sono tirato indietro – e così nacquero gli Hide Out. Da lì a breve ho stretto i primi contatti con il sommo Petralia, Freddy dei Think Twice, Rino Valente, Piccini (che qualche tempo dopo mi coinvolse nella stesura di testi per la rivista Blast!) e i suoi Growing Concern, Permanent Scar, One Step Ahead, Real Deal, Creepshow e così via.

Davide Mancini (One Step Ahead, Open Season, Growing Concern): Con gli One Step Ahead ci siamo formati dopo un concerto organizzato per il mio diciottesimo compleanno. Il live si apriva con una cover band hardcore punk formata per l’occasione da me al basso, Giampaolo Billia e Giuliano Calza (High Circle) alla chitarra e batteria, e alla voce James, un ragazzo di origine inglese di cui non ricordo il cognome. Suonavano per la prima volta i Growing Concern e in chiusura i Maximum Feedback, già noti nell’ambiente hardcore punk. Durante e dopo il concerto, i presenti si scambiavano informazioni sulle novità musicali e così ho conosciuto Stiv Ahead, accompagnato da Paolo Petralia. Insieme ad altri due miei conoscenti (Roberto Marroni, Massimo Corona), abbiamo discusso sulla necessità di formare una band sul modello della scena hardcore straight edge newyorkese.

3. Disconnection

(Credit: Luisa Celi / Andrea Visani “Deda” con i Rabid Duck)

La scena romana si coagula anche fuori dalle mura della Città Eterna. Punto d’incontro è Bologna, dove c’è l’Isola Nel Kantiere. La nascita ufficiale del nuovo hardcore avviene in questo centro sociale creato da diversi giovani attivi nel circuito delle case occupate. L’Isola, che vede appunto la luce come occupazione a scopo abitativo, diviene un centro fondamentale per tutto l’underground italiano. Gestito per la stragrande maggioranza da persone provenienti dalla scena hardcore e punk, tra il 1988 e il 1991 vedrà al suo interno la crescita della prima scena hip hop italiana con la produzione del seminale Stop al Panico degli Isola Posse All Stars e lo sviluppo di strane realtà come quella della Mutoid Waste Company.

Francesco De Iorio “Dejo” (Green Records): Abbiamo visto tutti dei concerti hardcore nelle rispettive zone di nascita, ma la mia generazione è cresciuta all’ombra dell’Isola Nel Kantiere. Lì abbiamo vissuto concerti e momenti memorabili. L’arrivo di certi gruppi all’Isola era considerato un evento che attendevi con palpitante impazienza ed emozione. Avevi la possibilità di rivedere persone con cui si erano creati legami stretti, che poi sono durati vent’anni e che continuano a esistere. Quindi c’era questo abbinamento di incontrare persone di cui eri amico e vedere gruppi memorabili come Gorilla Biscuits e Slapshot o assistere a eventi come It’s Pounding In!.

Andrea Mozzato (Capitan Pizza, Officina Infernale): Inizialmente andavamo ai concerti a Milano al Leoncavallo, quello di via Leoncavallo. Poi aprì l’Isola Nel Kantiere a Bologna e ci spostammo verso quelle parti, anche per via della vicinanza tra Padova e Bologna… mi sembra che ce l’abbia fatta scoprire Arrigo dei Creepshow, che in quel periodo studiava a Bologna. Mi ricordo i concerti che iniziavano alle tre di notte, a volte anche alle quattro, i ritorni assurdi in treno, l’Isola perennemente imballata di persone che provenivano da ogni dove… diciamo che un concerto, all’epoca, significava ancora qualcosa. Nel senso che non essendoci sempre live e quindi nessuna sovraesposizione ad alcunché, si dava meno per scontata la cosa. O almeno è una mia impressione.

Marco Deplano “Depla” (Hide Out, Outright): Iniziammo a diventare presenze fisse ai concerti bolognesi organizzati da Deda dei Rabid Duck, che fu assolutamente uno dei responsabili dell’esplosione, se così si può dire, di questa ondata hardcore americanofila, con testi e attitudine molto differenti da quello che si era respirato sino ad allora. Si percepiva un’atmosfera più libera rispetto a molti posti del nord: si affrontavano tematiche per noi importanti, magari anche tra persone che non la pensavano sempre allo stesso modo, ma che trovavano punti in comune per costruire qualcosa che non fosse una mera organizzazione di concerti e stampe di dischi. 

Andrea Bassi (Summer League, Ivory Cage, Cosa Nostra, Twilight Records): Di Andrea Visani (Deda) ho come primo ricordo la voce. Ma non per Sangue Misto/Isola Posse All Stars, e nemmeno per i Rabid Duck, bensì per Typical Youth, il programma che ha condotto per due anni su Radio Città del Capo a fine anni Ottanta. Per diverse persone dell’area bolognese, Typical Youth fu un tassello fondamentale per la formazione hardcore: infatti, lì potevi ascoltare le ultime novità, scoprire gli aneddoti e le connessioni fra i vari gruppi hardcore (americani e non), incluse le band che avevano in programma un concerto all’Isola. In un’era in cui Internet non era nemmeno nell’immaginazione dei più visionari, era pura manna dal cielo.

4. Disconnection

(Credit: Massimo Moscarelli / Think Twice – Isola nel Kantiere)

Bologna è da sempre un laboratorio in cui si può sperimentare e dove le diversità possono trovare un loro spazio. L’Isola Nel Kantiere non è una semplice conseguenza di questa grande apertura alla novità e a una socialità non ideologica, ma è una delle realtà che l’ha resa possibile.

Jurate Piacenti (Isola Nel Kantiere): Negli Stati Uniti ho fatto i miei primi tour, partendo dalla vendita di merchandise fino a divenire tour manager; ho girato con band che erano principalmente su etichetta Dischord, poi ne sono arrivate anche altre. Ho fatto anni di avanti e indietro, spostandomi anche in California, e tornata in Italia i miei orizzonti musicali si erano allargati a dismisura, con influenze hip hop – ricordo che nel 1990, in tour con i Soulside, si pompava nel mangianastri del van la cassetta dei NWA appena uscita e ‘Fuck tha Police’ era diventata quasi un inno… la differenza tra punk e hip hop si era assottigliata.

Nello stesso periodo, all’Isola Nel Kantiere – ormai una fucina di laboratori di tutti i generi – si iniziavano a organizzare i Ghetto Blaster, le prime serate con DJ dove si pompava di tutto, ma l’hip hop era l’hype del momento. Se guardate qualche foto che gira, vedrete comunque facce sorridenti: si ascoltava di tutto, la mentalità era veramente apertissima e sono convinta che tutto ciò ci abbia salvaguardato da una parte e dato potenza da un’altra, perché abbiamo goduto di una visione veramente trasversale.

Penso che l’Isola Nel Kantiere sia stata proprio una piccola isola felice e chiunque sia passato da lì l’ha avvertito, l’ha inglobato, l’ha capito. Dalle amiche e amici che poi sono tornati più volte a trovarci, alle agenzie (vedi MAD, David Pollack, Konkurrent…), fino alle band con cui siamo alla fine diventati amici – e ancora lo siamo a distanza di trent’anni.

5. Disconnection

(Credit: Arrigo Bernardi – Arrigo Bernardi Fuori l’Isola nel Kantiere)

Il 17 novembre del 1990, presso l’Isola nel Kantiere viene organizzato It’s Pounding In!, un concerto di sole band italiane: Creepshow, Growing Concern, Real Deal, One Step Ahead, Think Twice e Hide Out. Qui, per la prima volta, le anime della nascente nuova scena si ritrovano assieme in un unico evento. Gli attivisti dell’Isola pubblicheranno anche un disco live per celebrare quel momento fondamentale.

Francesco Mormile “Morra” (Hide Out, Erode):Il primo ricordo di quel concerto è piuttosto buffo… eravamo io e Deplano fuori dall’Isola e passa una coppia di anziani, si avvicina e ci chiede: “Scusate ragazzi, c’è un concerto stasera?”. E noi: “Sì”. Loro: “Ma chi suona?”. Noi: “È un festival di gruppi punk italiani”. Loro, giustamente, ci guardano perplessi e dicono: “Ma se siete gruppi italiani, perché avete tutti ‘sti nomi in inglese?”.

Andrea Bassi (Summer League, Ivory Cage, Cosa Nostra, Twilight Records): Ricordo ancora benissimo la sera dell’It’s Pounding In!. Io ci andai per i Real Deal perché mi piaceva il loro stile che richiamava i Cro-Mags. Degli altri gruppi, pur conoscendoli, mi interessava il giusto. Ero un cane sciolto: gli straight edge li digerivo poco… vedevo un atteggiamento esclusivo, per cui senza la divisa e la maglietta del gruppo figo ordinata negli Stati Uniti non ci potevi entrare. Eppure da lì a poco ci sono cascato dentro a piè pari, constatando come ci fossero in realtà molte anime e, cosa più importante, tanti spiriti a me affini.

Cesare Tondelli (Crash Box, Real Deal, Erode, Incudine): Del concerto all’Isola Nel Kantiere ricordo una bella atmosfera, fu una serata divertente e conobbi finalmente tutti gli Hide Out, il gruppo del mio grande amico Marco Deplano. Quella, se non sbaglio, fu la nostra prima e ultima esibizione sul territorio italiano. Decidemmo di concentrarci sulla scena “teutonica” perché c’era molto più interesse verso l’hardcore e più rispetto per le band – punto debole, da sempre, di certe realtà “autogestite” italiane. E poi all’epoca io e Grant, il batterista, vivevamo in Svizzera. Anche se ogni settimana affrontavamo quattro ore di auto (tra andata e ritorno) per provare a Milano, il nostro rapporto con l’Italia finiva lì.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta, all’Isola Nel Kantiere suonano gruppi come Youth Of Today, Gorilla Biscuits (due volte), NOFX, Slapshot, Hard-Ons e prima ancora Verbal Abuse, Scream, SNFU, H.R., Rollins Band, D.I., Jingo De Lunch, Accused e tanti nomi internazionali e italiani come Disciplinatha, Raw Power e Negazione, che rendono indimenticabili i concerti di questo strano e inedito centro sociale.


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