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Il musicista tedesco Nils Frahm racconta le ispirazioni dietro il nuovo film e album live Tripping With Nils Frahm

di Doriana Tozzi

Tripping With Nils Frahm, il film che l’artista tedesco ha pubblicato a dicembre, girato nella Funkhaus di Berlino, in cui tra l’altro Frahm ha il suo studio personale, trasmette fotogramma per fotogramma la potenza evocativa della sua musica. Nils è uno dei pochi compositori in grado di creare – completamente da solo – ambienti sonori travolgenti e dinamici, destreggiandosi tra le sue svariate tastiere (di cui molte vintage e altre costruite direttamente da lui) e le costellazioni di pulsanti e bottoni che circondano il suo set, facendo viaggiare il pubblico tra distese sonore classiche, sfumature jazz, ritmi tribali, continue improvvisazioni, impulsi elettronici, evanescenze ambient e molto altro. Assistere a un suo concerto dal vivo è quindi un’esperienza quasi catartica che il regista Benoit Toulemonde riesce a trasmettere piuttosto fedelmente all’interno del film, prodotto dalla Plan B Entertainment di Brad Pitt, e da cui cogliamo lo spunto per iniziare una chiacchierata alla scoperta di Nils e del suo “regno delle tastiere”.


Hai realizzato un film davvero suggestivo del concerto alla Funkhaus, una delle date credo per te più importanti dell’All Melody Tour, visto che, come si suol dire, giocavi in casa. Com’è nata l’idea di girare questo film?

“L’idea è nata perché volevamo fare un film che documentasse una tappa di questo tour principalmente perché è stato molto particolare, oltre al fatto che volevo immortalare in alta definizione quello che faccio sul palco. Ho voluto farlo anche per fare in modo che tutti potessero assistere allo spettacolo. Sai, una cosa è ascoltare la mia musica su disco e ben altra cosa è assistere dal vivo alla performance. Credo che questo valga un po’ per tutta la musica. Quando suoni dal vivo si crea un rapporto completamente diverso con il tuo pubblico”.

Infatti, durante il live alla Funkhaus, si nota che durante il concerto tu non parli eppure riesci a creare un clima amichevole con il tuo pubblico. Qual è la cosa che ti affascina di più dei concerti dal vivo e quindi del rapporto ravvicinato con i tuoi ascoltatori?

“Mi piace molto proprio l’atmosfera dei concerti. Di solito ci sono molte persone interessanti, unite dagli stessi gusti e a cui piace la musica dal vivo e sono loro poi alla fine che creano un’atmosfera molto rilassante e amichevole. A volte le persone si sorprendono per il fatto che ai concerti si incontrano tante persone interessanti, cioè, almeno nel mio caso, devo dire che il mio pubblico è fatto sempre da persone interessanti e molto amichevoli con cui per buona parte del tempo si crea un’atmosfera di divertimento e condivisione reciproca, quasi fosse una festa tra amici. Poi un’altra cosa che mi piace molto dei concerti dal vivo è poter parlare con i fan dopo gli show, è sempre bello poter ascoltare i pareri di chi ti segue”.

La carenza di concerti a cui ci sta costringendo la pandemia ha generato una vera e propria fame di musica dal vivo, che spesso porta a seguire concerti in streaming. Che ne pensi di questi concerti virtuali?

“Mah, non lo so… sinceramente non ne ho seguito nessuno e quindi non ho un’opinione molto definita ma non li preferisco. Certo, a volte mi capita di vedere in streaming i concerti di artisti del passato, come sai infatti si trovano online diversi video di performance avvenute magari negli anni 60 o 70. In quel caso è diverso, è un’esperienza interessante perché sono concerti che per questioni temporali tu non potrai mai più vedere nella vita, magari perché le band si sono sciolte o gli artisti non ci sono più, però in ogni caso non si può certo dire che sia come assistere a un vero live show, perché quando lo guardi dal computer non puoi sentire il contatto con le persone, che è una delle cose più importanti dei veri concerti. Invece i concerti in streaming che stanno organizzando durante la pandemia sono abbastanza tristi. In ogni caso credo che i concerti virtuali non possano placare in alcun modo la fame di musica dal vivo”.

Parliamo invece del tuo live set. Hai una strumentazione davvero imponente. Come hai cominciato a costruire il tuo “regno di tastiere”?

“Mi piace questa definizione di ‘regno di tastiere’!” (ridiamo, ndr)

Esatto, il tuo berretto è praticamente la corona del re nel magico Regno delle Tastiere (ridiamo, ndr). Ma come l’hai fondato questo regno?

“Mah, non so. Alcune persone investono in macchine di lusso e io investo in tastiere. Comunque è iniziato tutto perché spesso mi sembra che con un solo strumento non si riesca a creare la situazione perfetta a livello di suoni, così ho sempre bisogno di improvvisare su diversi strumenti finché non sento venir fuori il suono che ho in testa. Ho tantissimi strumenti che ormai possiamo definire “vintage”, comprati quando ero ancora adolescente. Molti li ho modificati, altri li ho costruiti io stesso. La sede del mio regno è lo studio, perché a casa mia ho dei vicini e potrei creare problemi con i volumi, invece, il mio studio è un posto bellissimo, pieno anche di vecchie tastiere, che possono sempre servire”.

Non è facile trasportare in giro tutta questa strumentazione, immagino…

“No, purtroppo no. Diciamo che quello dello studio è il tipo di situazione che cerco di ricreare anche dal vivo ma spesso con molti strumenti in meno, soprattutto quelli più delicati sono costretto a non portarli molto in giro perché potrebbero rompersi”.

Se ti mettessero proprio alle strette costringendoti a scegliere solo uno strumento, di quale non potresti proprio fare a meno?

“Il pianoforte è uno strumento splendido ma credo che prima di tutto non potrei fare a meno del mio organo, che è proprio uno strumento meraviglioso perché pur essendo simile a un sintetizzatore ha un suono più interessante, più “acustico”. Poi è versatile, infatti puoi farlo suonare come un’intera orchestra o può essere più delicato, e mi piace molto questa sua caratteristica. Quindi penso che, anche senza ‘regno di tastiere’, solo con un piano e un organo si possa fare tutta la musica di cui puoi aver bisogno per il resto della tua vita”.

Nei tuoi brani curi maniacalmente i timbri degli strumenti. Come scegli quelli più adatti a una particolare frase della composizione piuttosto che a un’altra?

“Oh, domanda difficile! Diciamo che è un po’ come quando gli italiani cucinano la pizza: sai che nella ricetta ci va il basilico, la mozzarella, che serve un certo tipo di cottura eccetera, ma nel tempo è solo assaggiando che riesci a capire esattamente quantità e qualità dei diversi ingredienti, magari facendo anche delle variazioni. È esattamente così che procedo con la mia musica: finché non ottengo il perfetto tipo di suono per la mia ‘ricetta’ continuo ad ‘assaggiare’ suoni diversi. Però lo faccio in maniera molto istintiva, un po’ come gli chef che non stanno lì troppo a pensarci quando cucinano la loro pasta, perché magari in testa hanno una vaga idea del risultato ma si lasciano sorprendere dal gusto che viene fuori aggiungendo questo o quell’altro ingrediente. Certo, per arrivare a questo risultato bisogna provare, provare e provare. Provare tantissimo e tante cose diverse per poter avere in mente le diverse possibilità che ci sono e quindi ricordarle e saperle utilizzare al momento opportuno”.

(Credit: Nils Frahm / Twitter)

Un’altra caratteristica che rende speciale la tua musica è la forte attitudine ritmica. Non ti limiti mai alla tecnica tradizionale e anzi spesso suoni con un approccio da vero e proprio percussionista. Come hai sviluppato questo tuo stile personale?

“Forse perché da piccolo volevo suonare le percussioni e la batteria e invece ho cominciato a suonare il pianoforte. Il piano può essere uno strumento fortemente ritmico e a me infatti piace soprattutto in questa versione. Sembrerà strano perché la maggior parte dei musicisti classici privilegiano la melodia o l’armonia rispetto al ritmo. Questo secondo me è dovuto alla tradizione musicale europea, visto che gli europei non hanno lo stesso senso del ritmo ad esempio degli africani o della musica balinese o del Sud America, del Brasile e altri posti del genere. In questi posti è semplicemente meraviglioso vedere il forte senso del ritmo che hanno praticamente tutte le persone, a differenza degli europei”.

Da un po’ di tempo stai collaborando con il regista Benoit Toulemonde, che ha diretto anche il film del concerto al Funkhaus. Com’è nata la collaborazione con lui?

“Benoit è secondo me uno dei migliori artisti francesi e spesso ci ritroviamo a parlare di progetti anche in orari improponibili. L’idea di tornare a collaborare per girare questo film ad esempio è venuta fuori durante una nostra chiacchierata nel bel mezzo della notte, così dal nulla. Il bello è che lui parla velocemente, come parlano i francesi, io invece parlo più lentamente, come facciamo noi tedeschi, ma pur avendo velocità diverse siamo sempre sintonizzati. E così è venuta fuori questa grande idea. Mi piace molto collaborare con lui perché riesce a comprendere sempre il messaggio e l’estetica di ogni mio brano”.

A cosa stai lavorando in questo periodo?

“Musicalmente non sto facendo molto. Solitamente tra un lavoro e l’altro io vado in studio e suono e registro molto lentamente. Può sembrare noioso lavorare così piano ma a me non so perché aiuta molto. Nel tempo libero quindi mi siedo al piano in studio e comincio a suonare musica lenta, lentissima. Suonando in questo modo riesco ad ascoltare fino in fondo e ho il tempo di comprendere la direzione da seguire man mano che procedo. Vedremo cosa verrà fuori”.

E chissà quando potremo poi vederti di nuovo sul palco dal vivo…

“Già… Non ne ho proprio idea. Spero comunque di riuscire a fare qualcosa subito dopo le restrizioni imposte dalla pandemia. Vedremo anche in questo caso come andrà”.


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