• 23
    Shares

Morgan Harper-Jones è una giovanissima cantautrice originaria della fascia metropolitana intorno a Manchester, nel secolo scorso uno dei posti più cupi dove crescere nell’Inghilterra tradizionalmente industriale e operaia. Nel corso dell’ultimo ventennio, la città ha subito un enorme processo di gentrificazione: Manchester non è più la stessa città che ha creato gli Smiths o gli Oasis, al momento è soprattutto un gran cantiere dalla ricca vita culturale grazie a un grande polo universitario e alla migrazione degli studi televisivi della BBC dalla sovrappopolata Londra. Morgan è all’esordio assoluto e, con il supporto della label PIAS, ha appena 2 singoli all’attivo ma ha già catturato l’attenzione di Lauren Laverne, sulla BBC e NPR music ha scelto il suo primo singolo Breathe come “Song of the Day”. Insieme a altri giornalisti e addetti del settore, anche Rumore è stato invitato in anteprima per sentirla dal vivo durante una breve presentazione organizzata da PIAS nello spazio live dello Slaughtered Lamb di Londra. La sua presenza scenica è di un folletto armato di chitarra, vocoder e un sorriso disarmante, le sue canzoni catturano l’attenzione per l’intensa semplicità, la voce potente e originale cattura l’attenzione. Morgan è entrata in una fase in cui ama il vocoder, e ci fa delle dimostrazioni da cartone animato, durante il concerto, esilarante. Ma al contrario il tono della sua musica, a giudicare dall’esordio, è molto sobrio, reminiscente di una giovane Joni Mitchell o Laura Marling. Ecco il risultato della nostra chiacchierata un paio di giorni dopo il concerto. 

Grazie per l’invito per il tuo concerto di presentazione dei nuovi singoli. Le canzoni sono molto intense e dalla tua performance si vede subito che, anche se sei giovanissima, sprizzi confidenza da tutti i pori.

“Grazie a te”.

Ci puoi raccontare come è iniziata la tua storia? Quando hai deciso di diventare una cantautrice?

“La mia famiglia dalla parte di mio padre è molto musicale, amano la musica e suonano tutti almeno uno strumento. Anche se nessun membro della famiglia ha intrapreso una carriera musicale, sono tutti completamente ossessionati dalla musica ma alla fine è rimasto solo un hobby per tutti. Sai, mio nonno aveva un sacco di strumenti per tutta la casa e aveva creato persino uno studio dove continuava a registrare le sue composizioni. Anche il resto della famiglia, scrivono tutti le proprie canzoni. E soprattutto il periodo natalizio era eccezionale a casa nostra. Mio nonno iniziava a sistemare il palco, montava le casse, i microfoni, sistemava le chitarre tutto nel nostro salotto e poi invitava tutti i suoi amici e tutti gli amici dei miei zii e delle mie zie, e anche gli amici di mio padre e tutti erano invitati a suonare. Era come avere il nostro concerto personale tutti i natali. Ci divertivamo da matti. Sono cresciuta con la musica intorno”.

E che genere di musica suonavano, soprattutto folk oppure qualcos’altro?

“Un po’ di tutto. Mio nonno amava il blues, quindi suonava soprattutto cose di John Lee Hooker e altri artisti simili. Mia zia adorava i Fleetwood Mac e mi ha contagiato con la sua passione, sono diventata ossessionata dai Fleetwood Mac, e Joni Mitchell, adoro Joni Mitchell! È stata una delle influenze più grandi nella mia vita. Ecco questo è il tipo di musica con cui sono cresciuta”.

Sto immaginando la scena con un sacco di gente pronta a suonare le canzoni che adoravano, ma vi usavano da cavie anche per le loro composizioni personali oppure no?

“Un po’ tutte e due le cose. La maggior parte delle volte erano delle canzoni che amavano ma soprattutto mia zia scriveva le sue canzoni e ti giuro ricordo ancora tutte le parole! Visto che mi piacevano, mia zia mi aveva regalato un CD con le sue canzoni e io lo ascoltavo in continuazione quando ero piccola e ho iniziato cantando le sue canzoni, perché pensavo di avere una zia meravigliosa. È lei il mio idolo, volevo diventare lei da grande”.

Chissà forse farai una cover di una delle sue canzoni prima o poi!

“Non si sa mai! Sarebbe incredibile. Se riuscirò a suonare a Glastonbury prima o poi, chissà magari non succederà mai, ma se sarò fortunata e dovesse succedere allora si, sicuramente canterò una delle sue canzoni solo per costringerla a venire con tutta la famiglia e per farla divertire”.

Sarebbe incredibile! E allora quando hai iniziato a prendere la musica sul serio? Quando hai iniziato a pensare questa passione non è solo il divertimento preferito della nostra famiglia… insomma, quando hai iniziato a considerare la possibilità di fare della musica una carriera?

“È una cosa un po’ strana… Ho sempre scritto delle canzoni da quando ero piccola, anche durante gli anni della scuola secondaria, ricordo di aver scritto almeno dieci canzoni tutte sullo stesso ragazzo, pensavo di amarlo alla follia e ero disperata, volevo che ricambiasse il mio amore. Quindi sì, scrivevo un sacco ma non avevo mai pensato che la musica potesse diventare la mia professione. Per me era come tenere un diario, e mi piaceva farlo, ma non ho mai condiviso le mie canzoni, non potevo mostrarle a nessuno, era troppo imbarazzante confessare che erano tutte state scritte per un ragazzino. Allo stesso tempo facevo un sacco di teatro e il mio piano alla fine degli studi secondari, prima di andare all’università, era di frequentare l’accademia d’arte drammatica e diventare un’attrice, era il mio sogno. Invece, senza sapere perché, alla fine di un anno sabbatico, mi sono iscritta ad un corso di laurea incentrato sulla composizione e scrittura delle canzoni ed è stata una decisione veramente improvvisa, non avevo mai pensato di studiare musica seriamente. Ah adesso ricordo cos’è successo… durante l’anno sabbatico ho cercato di fare delle esperienze di recitazione per prepararmi all’ingresso in accademia l’anno successivo, era quello che volevo fare, quindi mi sono offerta come volontaria in un gruppo teatrale locale che stava mettendo su un musical e è stato lì che mi sono resa conto che effettivamente era la parte musicale ad appassionarmi piuttosto che le prove e anche il fatto che lavorare nel teatro significa lavorare tutti i giorni insomma per farla breve mi sono iscritta a questo corso universitario seguendo il mio istinto. E non ero sicurissima di aver fatto bene, durante il corso mi dicevo in continuazione, forse dovrei fare qualcos’altro, imparare a fare qualcos’altro, non credevo che ce la potessi fare. Fino a quando uno dei miei tutori, Damien… è il manager di Julia Bardo, la conosci? È italiana ma vive a Manchester ed è un’artista incredibile, e Damien è il suo manager. Dicevo, fino a quando Damien mi ha detto di provare a registrare la mia musica, di registrare dei demo. Scusami mi sono accorta di aver parlato per secoli ma non ho mai raccontato questa storia fino a questo momento” (ride di cuore).

Ma anche se hai realizzato così per caso all’improvviso che questa è la strada che vuoi percorrere, nel frattempo hai sempre continuato a scrivere delle canzoni e a perfezionarti oppure avevi smesso?

“No, no, ho sempre continuato a scrivere delle canzoni, solo non ho mai pensato che potesse essere una cosa seria, non so perché”.

Forse sentivi la musica come parte di te, forse ti serviva come terapia personale, chissà…

“E sicuramente lo era! Sai non nascondo nulla nelle mie parole, sono onesta fino ad essere brutale e forse lo faccio perché mi serve come terapia. Forse penserai che sia una cosa scontata, ma è la verità”.

Parliamo del tuo primo singolo, Breathe. Ho letto che eri molto nervosa prima di pubblicarlo. Mi puoi dire perché? Forse perché è una canzone molto intima?

“Ci sono vari motivi, e un po’ ero nervosa perché si tratta di una canzone molto personale, ma soprattutto perché ho scritto questa canzone almeno due anni prima della data di pubblicazione e non ero ancora sicura del suono che volevo creare. Nel demo originale di Breathe c’era solo la chitarra e un pianoforte e degli strumenti ad arco e non c’era altro. E la canzone ha subito tantissimi cambiamenti, ero nervosissima perché questo era il mio singolo di esordio e praticamente non riuscivo più ad ascoltare la musica in maniera imparziale. Non riuscivo a capire se potesse piacere al pubblico quanto piaceva a me. Sì, ero nervosa perché ci aveva lavorato tantissimo e non ero sicura di me”.

È comprensibile, era il tuo primo passo nel mondo dello spettacolo, con tanta competizione in giro, tanta musica di qualità non è facile trovare una propria voce originale.

“Sì, assolutamente. Forse ho avuto troppo tempo per pensarci, praticamente 18 mesi dopo aver creato il primo demo”.

E invece per il secondo singolo, Lie to Me, com’è stato il processo creativo? È stato altrettanto intenso?

“Sicuramente il processo creativo è stato molto più breve. Ho scritto questo singolo insieme a Rob Milton, un personaggio incredibile, e insieme abbiamo deciso di usare un vocoder e per raggiungere il risultato finale ci abbiamo messo forse tre giorni in tutto. Abbiamo iniziato a lavorare insieme a questa canzone per una giornata intera. E poi ci siamo separati e non ci siamo visti per 2 settimane e quando ci siamo rivisti in 2 giorni avevamo raggiunto il risultato finale così come la canzone è stata registrata. Ma il fatto di aver iniziato a sperimentare con il vocoder mentre scrivevamo Lie to Me mi ha fatto capire che amo questi effetti ed è stato determinante per trovare il suono finale che caratterizza anche Breathe. Non so come spiegarti quello che è successo… Lie to Me è stata la prima canzone che ho scritto che ho amato per il suono, per il risultato finale, e penso questa sia la strada che voglio percorrere, questa è la musica che voglio fare”.

E quali sono i tuoi piani per il futuro, stai lavorando a un disco completo, un LP?

“Si, assolutamente. Sto scrivendo un sacco e penso di riuscire a pubblicare un nuovo singolo spero tra un mese. Questa nuova canzone a cui sto lavorando fa parte di un trittico che comprende anche Breathe e Lie to Me e il titolo provvisorio quest’ultima canzone è To Love Someone, anche se potrebbe cambiare, e spero di riuscire a produrre un EP prima della fine dell’anno. È un periodo molto eccitante! C’è ancora un sacco di lavoro da fare ma non vedo l’ora”.

PIAS mi dice che Breathe sta avendo un sacco di successo in Italia, hai idea di come sia successo?

“Si, me lo hanno detto, io non riesco a collegarmi sul mio account Spotify per controllare. Ma sono entusiasta di aver successo in Italia perché vorrei assolutamente venire a visitare il tuo paese”.

Senti per finire, tu sei originaria di Manchester vero? Il nord dell’Inghilterra sicuramente è molto grigio e le tue canzoni hanno una vena molto malinconica anche se parlandoti mi sei sembrata una persona molto solare, molto entusiasta. Quanto sei influenzata dal tempo meteorologico nelle tue composizioni?

“Sai che non avevo mai pensato a quanto sia grigia Manchester fino a quando non ho iniziato a viaggiare? E anche mentre crescevo da bambina anche se me lo facevano notare, non registravo la differenza, ma è vero a Manchester piove molto di più rispetto a qualsiasi altro posto al mondo. Ma non sono sicura che faccia la differenza nelle mie canzoni. Sono fortunata perché la mia stanza, il posto in cui scrivo la maggior parte delle mie canzoni, ha una finestra enorme, praticamente tutta una parete e chissà forse ha un effetto, non lo so. Ma una cosa è sicura non sono ispirata a scrivere delle canzoni positive e non perché non sia felice, anzi sono molto felice, ma adoro la musica ricca di emozioni, adoro Joni Mitchell, e l’album che amo di più è Blue e le canzoni che preferisco sono quelle che esplorano l’anima sia dal punto di vista lirico che per il suono”.


  • 23
    Shares